La Virescit Boccaleone era una società nata a Bergamo, nel quartiere di Boccaleone. La squadra bergamasca visse il suo momento d’oro negli anni ‘80, per poi sciogliersi definitivamente nella stagione 1992/93, quando ci fu la fusione con l’Alzano. Nacque così l’Alzano Virescit.

La stagione più importante della Virescit fu sicuramente quella del campionato di C1 1987/88, dove i lombardi arrivarono ad un passo dalla promozione in serie B.

In quella squadra giocavano giovani di grande spessore come Marco Simone e Stefano Salvatori, entrambi pochi anni dopo militeranno nel grande Milan di Sacchi, Marco Monti, scuola Inter, che in seguito giocò nella Lazio ed un talento cristallino come Oreste Didonè, che per le sue qualità tecniche avrebbe meritato molto di più. Non dobbiamo dimenticare nemmeno gli esperti Foscarini e Messina, il portiere Adami ed il centrocampista Palese. Una squadra ben assortita, guidata da un bravo tecnico come Luciano Magistrelli.

L’avvio del campionato della Virescit Boccaleone fu subito molto positivo, sugli scudi ci fu il diciottenne Marco Simone, che con i suoi gol diede un contributo decisivo. La compagine bergamasca riuscì ad essere tra le prime in classifica per tutto il campionato, e nelle ultime cinque giornate riuscì a vincere ben quattro partite.

Purtroppo tutto questo non bastò per arrivare tra le prime due in classifica che passavano direttamente il serie B. La C1 gir. A del 1987/88 fu vinta, a pari merito, dall’Ancona e dal Monza. La Virescit chiuse al terzo posto a soli due punti dal tandem di testa.

Per essere promossi in B c’era ancora una possibilità; infatti per l’ultimo posto a disposizione si giocava lo spareggio. In questo caso si affrontarono Reggina e Virescit, rispettivamente le terze classificate dei gironi B e A della Serie C1.

Lo spareggio, partita secca, si disputò a Perugia il 12 giugno 1988. I calabresi erano allenati da Nevio Scala e potevano contare su calciatori del calibro di Garzya, Catanese, Bagnato, Rosin, Onorato, Lunerti ecc. Una squadra davvero molto forte per la categoria.

Lo stadio Curi era quasi del tutto appannaggio dei tifosi reggini, cosa prevedibile visto il bacino d’utenza completamente differente tra le due squadre. Questa fu sicuramente un’arma in più per i ragazzi allenati da Scala.

La Reggina vinse la partita con il risultato di 2-0, grazie alle reti nel primo tempo di Bagnato e nella ripresa del compianto Tarcisio Catanese.

Per la Virescit fu sicuramente una grande delusione, ma avevano anche la consapevolezza di essere riusciti ad ottenere un traguardo storico ed aver disputato una stagione incredibile, che li portò davvero ad un passo dalla promozione in B.

Dopo quel campionato, Marco Simone capocannoniere con 15 reti, ritornò al Como in Serie A insieme al suo compagno di squadra Didonè, Stefano Salvatori nel 1988 debuttò in A con la Fiorentina, stessa sorte per Monti che giocò in serie A nelle file della Lazio.

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Abel Balbo fu acquistato dall’Udinese nella stagione 1989/90. Attaccante prelevato dal River Plate, arrivò in Friuli insieme al connazionale argentino Nestor Sensini, che insieme allo spagnolo Gallego completarono il terzetto di stranieri.

La società del presidente Pozzo, per il ritorno in Serie A, aveva allestito un’ottima squadra, l’obiettivo era quello di ottenere una salvezza tranquilla. In panchina Nedo Sonetti, artefice della promozione in A, fu sostituito da Bruno Mazzia.

Purtroppo la stagione dei friulani non fu delle migliori, alla fine del girone d’andata Mazzia fu esonerato e al suo posto arrivò Rino Marchesi. L’Udinese nonostante il cambio di allenatore, e nonostante l’ottima coppia d’attacco composta da Balbo e Branca, rimase sempre nei bassifondi della classifica e, dopo una sola stagione in massima serie, precipitò nuovamente in serie B.

Il campionato di Balbo fu comunque positivo; infatti alla sua prima esperienza italiana realizzò 11 reti, un bel bottino per quei tempi.

Il bomber argentino restò all’Udinese anche in B, categoria che ovviamente gli stava stretta visto che in quel momento era già nel giro della nazionale argentina. Balbo vinse la classifica dei cannonieri con 22 gol, a pari merito con Baiano del Foggia e del brasiliano Casagrande dell’Ascoli. Ovviamente è sufficiente leggere questi nomi per capire il livello pazzesco della cadetteria di quegli anni. Purtroppo i gol di Abel non bastarono ai friulani per essere promossi in A, l’Udinese chiuse il campionato all’ottavo posto.

Nella Serie B 1991-92, l’attaccante argentino andò nuovamente in doppia cifra, 11 reti, e con Nappi formò una coppia davvero ben assortita. Quell’Udinese, nonostante le difficoltà iniziali, riuscì ad essere promossa in A. Era una squadra composta da giocatori che erano un vero lusso per la B, oltre al già citato Nappi, c’erano elementi del calibro di Dell’Anno, Giuliani, Sensini, Mandorlini, Calori, Manicone, Mattei ecc.

Balbo ritrovò la serie A e i grandi club iniziarono già ad interessarsi per uno suo eventuale acquisto. L’attaccante sudamericano restò ancora ad Udine disputando un grande campionato, realizzò 21 reti, chiudendo la classifica dei marcatori al secondo posto, dietro Beppe Signori e a pari merito con il grande Roberto Baggio.

I gol di Abel, questa volta, furono determinanti per ottenere la salvezza. Per i friulani fu una stagione sofferta, ma alla fine riuscirono a conservare la categoria grazie allo spareggio, dove ebbero la meglio del Brescia del rumeno Hagi. La partita, giocata a Bologna, terminò con il risultato di 3-1 in favore dei friulani. Anche questa volta Abel Balbo ci mise lo zampino siglando la rete dell’1-0.

Dopo quattro stagioni nell’Udinese, condite da caterve di gol, 69 per la precisione, per Balbo arrivò il momento di fare le valigie. Nell’estate del 1993 fu acquistato dalla Roma per 18 miliardi di lire, investimento importante per i capitolini ed una grande plusvalenza per la società del presidente Pozzo.

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Il Pescara nella stagione 1991-92 riuscì ad essere promossa in serie A, l’ennesimo capolavoro di Galeone che nella città abruzzese sembrava trovare il suo ambiente ideale per esprimere al meglio le sue enormi potenzialità; infatti per il tecnico nativo di Napoli, era la seconda promozione in massima serie con il Pescara, dopo quella ottenuta nel 1987.

La forza di quella squadra risiedeva soprattutto nel tridente d’attacco composto da Bivi, Massara e Pagano, Edi Bivi fu il cannoniere della compagine abruzzese siglando 17 reti, un vero specialista della serie cadetta.

Per la serie A la società del presidente Pietro Scibilia cercò di rinforzare la squadra per ottenere una salvezza tranquilla, senza far patire troppo il pubblico pescarese. Come calciatori stranieri arrivarono nomi importanti del calibro di John Sivebæk, fresco campione d’Europa con la sua Danimarca, l’esperto stopper senegalese Roger Mendy, prelevato dal Monaco, e in seguito approdarono a Pescara anche due pezzi da novanta come Blaž Slišković, un ritorno per lui, e il centrocampista della nazionale brasiliana, arrivato nel mercato di novembre, Carlos Dunga. Acquisti importanti, ma che purtroppo non diedero quell’apporto che la società biancazzurra sperava.

Un altro arrivo da segnalare fu quello del bomber Stefano Borgonovo, che dava esperienza e qualità al reparto offensivo di mister Galeone.

L’inizio del campionato per i biancazzurri fu molto positivo; Allegri e compagni alla prima giornata riuscirono a superare la Roma in trasferta grazie ad una rete di Totò Nobile, e nella seconda giornata, nonostante la sconfitta, riuscirono a siglare quattro gol ad una corazzata come il Milan allenato da Capello. Il match terminò con il risultato di 4-5 in favore dei rossoneri. Da quel momento in poi però iniziarono i problemi, la squadra giocava un bel calcio, nella migliore tradizione di Galeone, ma subiva troppi gol lasciando praterie alle squadre avversarie. Anche i nuovi acquisti, Mendy su tutti, sembravano non essere adeguati ad una squadra che doveva lottare con le unghie e con i denti per evitare la retrocessione. A questo si aggiunse anche una stagione particolarmente negativa vissuta dal portiere Savorani. Il Pescara nel solo girone d’andata subì la bellezza di 36 gol, davvero troppi per una squadra che lottava per la salvezza.

Nel girone di ritorno, a parte la vittoria contro il Brescia, la squadra faceva fatica e continuava a soffrire in fase difensiva.  Così la società abruzzese, dopo la sconfitta in casa contro il Genoa, decise di esonerare Galeone. Al suo posto fu scelto Vincenzo Zucchini, che faceva già parte dello staff biancazzurro. Purtroppo anche con il nuovo allenatore la tanto agognata svolta non arrivò mai, il Pescara continuava a sprofondare in classifica e la salvezza diventò una chimera.

Una delle poche partite degne di nota della seconda parte del campionato, fu la vittoria alla penultima giornata contro la Juventus. In quel match gli abruzzesi vinsero 5-1, risultato clamoroso, grazie ad una doppietta di Allegri, e ai gol di Borgonovo, Martorella e Palladini.

Tra i pochi calciatori biancazzurri a salvarsi in quella stagione, ci furono Massimiliano Allegri, cannoniere della squadra con dodici reti, un gran risultato per un centrocampista, e Stefano Borgonovo che con nove gol rese meno amara la sua stagione pescarese.

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Nella classifica marcatori della Serie A 1996/97, spiccavano quasi esclusivamente nomi italiani. Infatti tra i primi dieci bomber del campionato erano presenti soltanto due stranieri (Balbo e Djorkaeff). Purtroppo oggi una situazione del genere sarebbe impossibile, visto che nelle nostre squadre giocano soprattutto stranieri.

Il capocannoniere di quella stagione fu un giovane Filippo Inzaghi, che all’epoca aveva 23 anni. Inzaghi militava nell’Atalanta e per la prima volta ebbe l’opportunità di giocare come titolare in massima serie. Il bomber piacentino non si fece sfuggire l’occasione siglando 24 reti, anche grazie ai suoi gol la squadra orobica ottenne una salvezza tranquilla. Dietro la punta atalantina troviamo il sampdoriano Vincenzo Montella con 22 gol. L’attaccante napoletano, dopo aver dimostrato le sue qualità da bomber in serie B con la maglia del Genoa, dimostrò di poter fare la differenza anche in A.

Il podio era chiuso dall’argentino Abel Balbo (17 reti), calciatore che in quegli anni riusciva sempre a raggiungere la doppia cifra. A quota 16 ritroviamo il “cobra” Sandro Tovalieri, che visse una stagione particolare. Il bomber romano giocò la prima parte del campionato nella Reggiana, dove siglò 4 reti, e la seconda parte nel Cagliari con cui realizzò 12 gol. Purtroppo le sue prestazioni non servirono alla compagine sarda a salvarsi dalla B.

A 15 gol c’erano appaiati Giuseppe Signori, Marco Negri e Roberto Mancini. Signori negli anni novanta segnò caterve di gol dimostrando di essere uno dei migliori attaccanti italiani di quel decennio. Negri era alla sua prima stagione in Serie A, e dopo aver realizzato 37 gol in due stagioni con Cosenza e Perugia, fece la differenza anche ad alti livelli. Dopo quel grande campionato per l’attaccante ex Udinese arrivò l’offerta dei Glasgow Rangers dove si consacrò a livello internazionale. Mancini, alla sua ultima stagione con la Sampdoria, risultò essere ancora una volta determinante per la squadra allenata da Eriksson e con Montella formò una grande coppia d’attacco.

A quota 14 reti menzioniamo i nomi di altri due grandi attaccanti italiani come Enrico Chiesa del Parma, che dopo l’ottima annata con la maglia della Samp si consacrò anche in Emilia, e Pasquale Luiso del Piacenza. Il “toro di Sora” proveniva dall’Avellino in B, ma non risentì in alcun modo del passaggio di categoria. Nella stagione successiva fu acquistato dal Vicenza, con cui fu protagonista anche in Coppa delle Coppe.

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L’Inter nella stagione 1988/89 fu protagonista di un calciomercato particolarmente oculato, con acquisti che si rivelarono fondamentali per la vittoria dello scudetto.

I nerazzurri avevano ceduto i due stranieri Passarella e Scifo, lasciando liberi due posti per i calciatori esteri. Tra l’altro, proprio a partire dal 1988, gli stranieri tesserabili non erano più due, ma tre. E fu proprio in questa scelta che la società nerazzurra riuscì a compiere un vero e proprio capolavoro.

L’Inter si rinforzò a centrocampo con il tedesco Lothar Matthaus, che all’epoca era una colonna della nazionale della Germania Ovest e aveva già partecipato a due Mondiali (Spagna ‘82 e Mexico ‘86) e a tre Campionati Europei (1980, 1984 e 1988).

Ad arricchire la colonia di stranieri della compagine allenata da Giovanni Trapattoni, ci furono anche Andreas Brehme e l’attaccante argentino Ramon Diaz.

Brehme era il terzino che mancava all’Inter da tanti anni, bravissimo sia in fase offensiva che difensiva, fu fondamentale dal punto di vista tattico per la squadra nerazzurra. Il calciatore tedesco dopo essersi messo in mostra nelle fila del Kaiserslautern, fece il definitivo salto di qualità con il passaggio al Bayern Monaco, squadra con cui giocò dal 1986 al 1988. Come Matthaus aveva già una lunga militanza nella nazionale tedesca, con la quale esordì nel 1984. Due calciatori davvero di altissimo livello.

L’ultima casella degli stranieri fu occupata dall’argentino Ramon Diaz. Un altro acquisto fondamentale, visto che l’attaccante sudamericano per caratteristiche si integrava alla perfezione con Aldo Serena, con cui formò un tandem offensivo capace di siglare ben 34 gol (all’epoca un bottino davvero notevole).

Tra l’altro Diaz conosceva molto bene il nostro campionato, visto che aveva già giocato con le maglie di Napoli, Avellino e Fiorentina, squadra dalla quale fu prelevato in prestito dall’Inter. In realtà quello di Diaz fu un ripiego; infatti prima di lui i nerazzurri avevano acquistato l’attaccante algerino Rabah Madjer, soprannominato tacco di Allah per il gol di tacco realizzato nella finale di Coppa dei Campioni 1986/87 quando giocava nel Porto. Durante le visite mediche fu rilevato un infortunio muscolare alla coscia, così l’Inter non volle rischiare e rinunciò all’algerino.

A rinforzare ulteriormente la rosa nerazzura ci furono due giovani centrocampisti come Nicola Berti e Alessandro Bianchi. Berti, nonostante la giovane età, era già da due stagioni uno dei punti di forza della Fiorentina oltre ad essere un pilastro dell’Under 21 allenata da Cesare Maldini. L’Inter per acquistare il calciatore viola sborsò circa sette miliardi di lire, una cifra importante per l’epoca. Alessandro Bianchi proveniva dal Cesena, dove mise in luce tutto il suo talento e dimostrò di essere uno dei giovani calciatori italiani maggiormente talentuosi. Trapattoni, nonostante Bianchi avesse alle spalle soltanto un campionato da titolare in massima serie, gli affidò sin da subito una maglia da titolare.

Una campagna acquisti azzeccatissima, visto che questi cinque calciatori furono determinanti nella cosiddetta Inter dei record, squadra che nella stagione 1988/89 vinse lo scudetto con ben 58 punti.

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Per quelli della nostra generazione il primo approccio con i videogames avvenne in sala giochi. Nel giro di pochissimi anni le città italiane si riempirono di questi esercizi commerciali dove tanti ragazzi, sia all’uscita di scuola che durante il pomeriggio, si riunivano per giocare. Essendo un paese di calciofili, tra i videogames più gettonati c’erano sicuramente quelli calcistici. Col tempo tante famiglie decisero di acquistare un computer, così  bambini e adolescenti invece di andare in sala giochi, non sempre luoghi sicuri, rimanevano in casa a giocare con console come il Commodore 64, Amiga 500, Atari 1040, Sega Master System, Nintendo ecc. La lista sarebbe lunghissima…

Il primo videogioco calcistico che mi viene in mente è Mexico ‘86. Ancora oggi ricordo quando tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta andavo con gli amici in sala giochi per sfidarli, con il gettone che costava 150 lire. L’Italia indossava la maglia gialla e per effettuare il pallonetto c’era il pedale. Ore ed ore passate intorno a quel cabinato.

Altri due giochi che ricordo con piacere sono Kick Off e Microprose Soccer, Indimenticabili quei tornei all’Amiga 500, il floppy disk caricava e iniziava la magia!

Ho vaghi ricordi, per aver giocato poche volte, di World Cup Italia ’90, gioco della Sega Master System dedicato ai mondiali del 1990. Con Amiga e Atari 1040 ebbi modo di provare anche Peter Beardsley’s International Football, videogame dedicato ai campionati europei del 1988.

Il videogame che forse più di ogni altro ha segnato la generazione di quelli nati tra la fine degli anni settanta e i prima anni ottanta è sicuramente Sensibile Soccer. Gioco dal punto di vista grafico non eccezionale, ma entusiasmante perché finalmente potevamo leggere tute le formazioni della serie A, Serie B, e delle nazionali. Finalmente avevamo l’opportunità di effettuare il calcio mercato e di portare la nostra squadra del cuore fino alla finale di Coppa dei Campioni. Ricordi indelebili!

Successivamente arrivò l’epopea dei giochi Fifa, ma qui eravamo già grandicelli, forse il più bello degli anni novanta è stato Fifa ‘98. Da ricordare anche Virtual Striker e International Super Star Soccer Deluxe della Super Nintendo, quest’ultimo considerato da molti cultori del genere come il videogame calcistico più bello di tutti i tempi.

Ovviamente i nomi dei videogames dedicati al calcio in quel periodo sono innumerevoli, ho scritto quelli a cui ho giocato con una certa continuità durante la mia infanzia e adolescenza. Qualcuno lo avrò sicuramente dimenticato, quindi se avete qualche suggerimento da darmi vi ascolterò volentieri.

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Negli anni ’80 il Como riuscì a disputare ben cinque stagioni consecutive in Serie A (dal 1984 al 1989). In quel periodo la squadra lariana si tolse diverse soddisfazioni, ottenendo ottimi risultati sia in campionato che in Coppa Italia e lanciando nel grande calcio diversi giovani come ad esempio Marco Simone, Stefano Borgonovo, Luca Fusi, Pasquale Bruno, Enrico Annoni, Antonio Tempestilli, Giuliano Giuliani, Stefano Maccoppi, Egidio Notaristefano, Salvatore Giunta e tanti altri.

Il segreto della società lombarda in quegli anni era sicuramente il settore giovanile, che in quel periodo era affidato al mitico Mino Favini.

Una delle stagioni più entusiasmanti per il Como fu sicuramente quella del 1985-86, quando i lombardi si classificarono al nono posto in campionato e sfiorarono la finale di Coppa Italia.

In realtà l’inizio di quella annata fu particolarmente negativo, i risultati stentavano ad arrivare e così nel mese di novembre mister Claguna fu esonerato, al suo posto arrivò l’esperto Rino Marchesi. Con l’arrivo del nuovo allenatore, il Como cambiò completamente marcia riuscendo a tirarsi fuori dalle sabbie mobili della bassa classifica e ottenendo risultati prestigiosi come la vittoria contro l’Inter (con gol di Borgonovo) ed i pareggi contro il Napoli di Maradona e la Juventus di Platini.

Alla fine i lariani chiusero quel campionato al nono posto, a soli tre punti dalla qualificazione in Coppa Uefa. Anche se bisogna considerare che a quei tempi, con i due punti per vittoria e con sedici squadre, le classifiche erano molto più corte rispetto a quelle di oggi.

Il Como sfiorò la grande impresa in Coppa Italia, competizione in cui gli uomini di Marchesi dopo aver sconfitto la Juventus agli ottavi di finale, ed il Verona ai quarti, approdarono in semifinale contro la Sampdoria.

Dopo l’1-1 dell’andata a Genova, nella gara di ritorno il Como passò in vantaggio a pochi minuti dal termine con un gol di Albiero, la finale sembrava essere ormai ad un passo ma all’ultimo secondo la Sampdoria pareggiò con Francis. Si andò ai supplementari.

Ai tempi supplementari il Como continuò a macinare gioco, e andò nuovamente in vantaggio con un grande gol di Borgonovo, che fece partire un missile da fuori area. A pochi minuti dalla fine, l’arbitro assegnò un rigore dubbio a favore della Samp, dagli spalti per contestare la decisione del direttore di gara fu lanciato un accendino che colpì in pieno l’arbitro Redini. A quel punto la partita fu sospesa e la vittoria venne assegnata a tavolino 2-0 ai liguri. Una vera disdetta per la compagine lariana, che in quell’occasione si trovò ad un passo da una storica e forse irripetibile finale.

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Era il 13 marzo 1988 quando Avellino e Juventus si affrontarono allo stadio Partenio nella ventiduesima giornata di campionato.

Fino a quel momento la stagione per entrambe fu molto complicata e avara di soddisfazioni, L’Avellino, dopo un pessimo girone d’andata, era in piena zona retrocessione, la Juventus faceva grande fatica e ormai aveva come unico obiettivo quello della qualificazione in Coppa Uefa.

Gli irpini allenati da Bersellini, che prese il posto di Vinicio a stagione in corso, erano in un buon momento di forma e nel girone di ritorno avevano rosicchiato qualche punto sulle dirette concorrenti per la salvezza. Il campionato dei biancoverdi fu condizionato inizialmente dal flop dell’attaccante greco Anastopoulos, che in Serie A non riuscì mai a segnare . Un vero problema per la compagine campana, che in zona offensiva faceva davvero fatica.

La Juve era in grande difficoltà, Rush non riusciva ad ambientarsi e la squadra, anche dal punto di vista tecnico, sembrava non essere all’altezza della situazione. L’addio al calcio di Platini, ritiratosi a sorpresa pochi mesi prima dell’inizio del campionato, aveva indubbiamente impoverito tecnicamente i bianconeri.

Il match Avellino-Juventus diventava uno snodo fondamentale per la stagione di entrambe le squadre.

Gli irpini sembravano essere più in palla, e misero sin da subito in difficoltà gli uomini di Marchesi con un ritmo piuttosto alto. Al 25’ ecco la svolta dell’incontro: su un calcio di punizione Colomba appoggiò per Bertoni, che con un destro potentissimo superò l’incolpevole Tacconi. Un gol bellissimo. Lo stadio Partenio, tutto esaurito, diventò una bolgia infernale. Per la Juventus fu notte fonda, Cabrini e compagni sembravano annichiliti, la prima frazione di gioco terminò con il vantaggio degli uomini di Bersellini.

Nella ripresa i bianconeri cercarono in tutti i modi di trovare almeno il pareggio, la Juventus ci provò prima con un colpo di testa di Rush, finito di poco alto, e con una bella iniziativa di Mauro, che però non trovò impreparato il portiere irpino Nicola Di Leo.

Marchesi cercò di rivitalizzare i suoi con gli ingressi in campo di Buso e Vignola, entrati rispettivamente al posto di Alessio e Laudrup, ma non ci fu nulla da fare, la squadra soprattutto in fase offensiva sembrava essere inconsistente. Negli ultimi minuti fu l’Avellino ad andare vicino al raddoppio con una bella iniziativa dell’austriaco Schachner, la cui conclusione terminò di poco a lato.

Una vittoria fondamentale per l’Avellino, che grazie a questo risultato tornò in corsa per la salvezza. Per la Juventus la nona sconfitta in campionato, un momentaccio per la squadra bianconera, che vedeva allontanarsi anche la zona Uefa.

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Era il 4 Ottobre 1992, quando la Fiorentina allenata da Gigi Radice e il Milan allenato da Fabio Capello diedero vita ad una partita spettacolare e ricca di gol.

Era la quinta giornata di campionato, entrambe le squadre arrivarono a questa sfida da imbattute, con la differenza che il Milan fino a quel momento aveva vinto quattro sfide consecutive, invece i viola avevano ottenuto tre pareggi ed una vittoria roboante contro l’Ancona con il risultato di 7-1!

La Fiorentina sembrava essere una vera macchina da gol, in quattro partite segnò ben dodici reti. Sicuramente gli acquisti di Baiano, B.Laudrup ed Effenberg avevano dato nuova linfa alla fase offensiva gigliata.

Allo stadio c’era il pubblico delle grandi occasioni, tutto esaurito, in tribuna era presente anche Arrigo Sacchi, all’epoca commissario tecnico della nazionale italiana.

La partenza della Fiorentina fu superlativa, gli uomini di Radice praticavano un calcio veloce e offensivo. Al 14’ Ciccio Baiano portò in vantaggio i viola, il match per Batistuta e compagni sembrò essere in discesa, ma nel giro di pochi minuti le cose cambiarono radicalmente. Al 25′, ecco il pareggio di Massaro che con un bel colpo di testa superò il portiere Mannini. Dopo pochi minuti fu Gigi Lentini, sontuosa la sua partita, che con un bel colpo sotto ribaltò il risultato.

Gli uomini di Radice cercarono in tutti mondi di riequilibrare le sorti dell’incontro, ma lo fecero in maniera scriteriata lasciando ampie praterie ai campioni rossoneri. Al 42’ e al 45’, Gullit e Massaro portarono a quattro il bottino del Milan. Il primo tempo si chiuse con il risultato di 1-4 in favore della squadra di Capello, un risultato pesantissimo per la Fiorentina.

Nella ripresa salì in cattedra il tedesco Effenberg, che prima siglò la seconda rete per i viola e poi sfiorò la doppietta con un bellissimo calcio di punizione, che fu deviato splendidamente in angolo da Sebastiano Rossi. Proprio nel momento migliore della squadra di casa, arrivò il gol di Van Basten, che chiuse definitivamente la partita con un bolide sotto la traversa.

Negli ultimi tre minuti del match furono realizzate tre reti: Gullit all’ 87’, Di Mauro all’89’ e Van Basten al 90’.

Risulto finale: Fiorentina-Milan 3-7. Una bella mazzata, e punteggio forse fin troppo severo, per i ragazzi di Radice, che comunque avevano dimostrato ottime cose in fase offensiva, i toscani avevano creato tanto, ma troppa leggerezza in quella difensiva dove lasciarono spazi enormi a calciatori del calibro di Gullit, Van Basten, Lentini e Massaro.

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Kennet Andersson e Klas Ingesson sono state due colonne della nazionale svedese degli anni novanta, un periodo davvero favorevole per la squadra scandinava che in quel decennio giunse in semifinale agli Europei del 1992 e al terzo posto ai mondiali di Usa ‘94.

I due giganti svedesi hanno una storia particolare, in quanto le loro carriere si sono spesso incrociate diventando compagni di squadra non solo in nazionale, ma anche nel Goteborg, nel Malines, nel Bari e nel Bologna. Probabilmente fu proprio in Italia che entrambi riuscirono a mostrare le loro qualità migliori.

Il primo ad approdare in Italia fu Kennet Andersson, che nell’estate del 1995 fu acquistato dal Bari per sostituire il partente Sandro Tovalieri. Ingesson arrivò nel capoluogo pugliese nello stesso anno, esattamente nel mese di novembre, durante la finestra del calciomercato invernale. Così si ricompose la coppia che aveva giocato insieme per l’ultima volta nella stagione 1992/93 nel Malines, gloriosa squadra belga.

Purtroppo per i biancorossi, nonostante l’apporto dei due svedesi e la grande stagione di Igor Protti, arrivò la retrocessione in serie B. A quel punto c’era da capire se Klas e Kennet avrebbero accettato ugualmente di scendere di categoria, oppure sarebbero andati in cerca di un campionato più prestigioso. Per la società pugliese trattenere Andersson si rivelò impossibile, in quanto l’attaccante aveva siglato 12 reti e per lui iniziarono a fioccare le proposte. Così, dopo un solo campionato disputato con i galletti, Kennet passò al Bologna rimanendo in Serie A.

Ingesson decise di disputare la B con il Bari, diventando in breve tempo il leader della squadra. Mister Fascetti gli affidò la fascia di capitano, e il Bari, dopo un solo anno di purgatorio, grazie al carisma di Ingesson e ai gol di Ventola e Guerrero ritornò in massima serie.

L’avventura del centrocampista svedese nel Bari durò fino al 1998, quando in scadenza di contratto, decise di accettare l’offerta del Bologna, squadra in cui ritrovò, ancora una volta, il suo amico Kennet Andersson.

In seguito entrambi diventarono due idoli dei tifosi felsinei, in stagioni in cui il Bologna riuscì ad ottenere grandi risultati sia in Italia che a livello internazionale.

Andersson e Ingesson giocarono a Bologna fino alla stagione 1999/2000, anche se nel frattempo Kennet aveva avuto una breve parentesi nella Lazio. Da quel momento in poi le strade dei due amici svedesi si separarono definitivamente, Andersson andò in Turchia, nel Fenerbahçe, mentre Ingesson passò all’ Olympique Marsiglia.

Kennet Andersson ha ricordato più volte il suo grande amico Klas, scomparso prematuramente nel 2014 a soli 46 anni. Ecco le parole con cui l’attaccante svedese, in una delle sue interviste, ha ricordato Ingesson: “Abbiamo giocato assieme a Bologna, a Bari, ma anche a Goteborg, al Mechelen e poi con la Nazionale svedese, per me è come aver perso un fratello, un pezzo di me. Era come lo si vedeva in campo, aveva una voglia incredibile, era forte fisicamente ma anche mentalmente”.

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