Il 9 febbraio 1989, allo stadio Brianteo di Monza, si disputò la partita amichevole Inter-Unione Sovietica.

In quegli anni la federazione sovietica organizzò più di una volta amichevoli con squadre di club italiane, ma questo match rivestiva un’importanza particolare perché fu l’ultima gara di Karl-Heinz Rummenigge con la maglia nerazzurra.

In realtà il calciatore tedesco aveva già lasciato l’Inter nel 1987, trasferendosi al Servette in Svizzera, ma per l’occasione giocò nuovamente con la squadra di Trapattoni unendosi ai suoi connazionali Lothar Matthaus e Andreas Brehme.

Ancora oggi la foto che ritrae i tre tedeschi posare insieme con la maglia dell’Inter, viene considerata un autentico cimelio dai collezionisti.

Il match Inter-Urss fu giocato davanti a 10.000 spettatori, che riuscirono a gustarsi anche una bella partita. Ricordiamo che quella era l’Unione Sovietica che qualche mese prima aveva raggiunto la finale degli europei, sconfitta in finale dall’Olanda di Gullit e Van Basten, e che poteva annoverare tra le proprie fila calciatori come Mikhajlichenko, Protasov, Alejnikov, Kuznetzov, Belanov ecc. L’allenatore era il mitico colonnello Valerij Lobanovs’kyj, che proprio a Euro ‘88 aveva incantato tutti con la sua tattica all’avanguardia.

La partita, per la cronaca, terminò con il risultato di 2-2. Per l’Inter andarono a segno Matthaus e Rummenigge, che così coronò il suo ritorno in Italia con un gol. Per la compagine sovietica le reti furono siglate da Belanov, pallone d’oro 1986, e dal centrocampista Borodiuk.

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Il 14 novembre 1987 si disputò la partita Italia-Svezia, gara valevole per la qualificazione ai campionati europei del 1988. Una gara fondamentale per il cammino degli azzurri, che erano costretti a vincere visto che qualche mese prima avevano perso in Svezia con il risultato di 1-0.

Il match si giocava a Napoli, ore 14.30, e per i tifosi partenopei ci fu una piacevole sorpresa; infatti mister Azeglio Vicini convocò ben cinque calciatori del Napoli: Ferrara, Bagni, Romano, Francini e De Napoli. Il giusto premio per una squadra che dopo aver vinto il campionato nell’annata precedente, si stava confermando anche nella stagione 1987/88.

La Svezia era una compagine tosta, che poteva contare su diversi calciatori che giocavano o avrebbero militato nella nostra Serie A. Pensiamo a Stromberg, Thern, Limpar, Corneliusson, Hysen, Ekstrom e Prytz.

Vicini per questo match decisivo schierò la seguente formazione:

Zenga, Bergomi, Francini, Baresi, Ferrara, Bagni, Donadoni, De Napoli, Altobelli, Giannini, Vialli.

Come si può notare, il mister azzurro schierò quattro calciatori del Napoli. Una decisione che naturalmente fece salire ancor di più l’entusiasmo degli oltre sessantamila spettatori partenopei che gremivano lo stadio San Paolo.

Il match si decise nel primo tempo grazie ad uno scatenato Gianluca Vialli. L’attaccante blucerchiato giocò probabilmente una delle sue migliori partite con la maglia della nazionale siglando una doppietta. Al 27’ il bomber della Sampdoria dopo uno scambio con con De Agostini, entrato al posto dell’infortunato Francini, da posizione decentrata fece partire un tiro potentissimo che superò Ravelli, un grandissimo gol da vedere e rivedere.

Gli svedesi reagirono immediatamente e, dopo dieci minuti dallo svantaggio, agguantarono il pareggio grazie ad una precisa conclusione di Larsson.

Il primo tempo volgeva al termine e il risultato di 1-1 appariva ormai scontato, ma al 47’ ecco un’altra perla di Gianluca Vialli: dalla sinistra De Agostini calciò una precisa punizione cercando Altobelli, che con la sua solita furbizia, inventò un bellissimo velo ingannando i difensori scandinavi, la sfera andò verso Vialli che colpì al volo in maniera perfetta superando ancora una volta il portiere avversario. Nella ripresa il risultato non cambierà più e i ragazzi di Vicini conquisteranno una vittoria determinante per la qualificazione ad Euro ‘88.

Vialli fu sicuramente il migliore in campo, ma molto buona fu anche la prestazione dei tre calciatori del Napoli: Ferrara, Bagni e De Napoli. Francini fu particolarmente sfortunato perché dopo soli venti minuti un infortunio lo costrinse a lasciare il terreno di gioco. Francesco Romano non ebbe l’opportunità di scendere in campo, ma Vicini in quel periodo lo considerava un’alternativa importante per il centrocampo della nazionale.

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Nella stagione 1986/87 l’Avellino fu la vera sorpresa della Serie A. La compagine irpina allenata da Luís Vinício disputò un grande campionato chiuso dalla parte sinistra della classifica e a pochi punti da una clamorosa qualificazione in Uefa.

Quella squadra era stata costruita in maniera magistrale. Soprattutto l’arrivo del brasiliano Dirceu permise ai biancoverdi di fare il definitivo salto di qualità. Di quella rosa ricordiamo i giovani Angelo Alessio e Sandro Tovalieri, due certezze come Walter Schachner e Alessandro Bertoni e due elementi di grande carisma come Stefano Colantuono e Franco Colomba.

Nella stagione successiva i biancoverdi volevano confermare gli importanti risultati ottenuti nella stagione precedente, ma purtroppo le cose andarono molto diversamente.

L’Avellino nel frattempo aveva perso due pedine fondamentali come Dirceu e Alessio. La società aveva cercato di rinforzare il reparto offensivo con l’acquisto dell’attaccante greco Nikos Anastopoulos proveniente dall’Olympiakos con cui aveva segnato caterve di gol. Il problema era che in quegli anni il divario tra il campionato greco e quello italiano era abissale, e così che quello che inizialmente sembrava essere un potenziale colpo di mercato si rivelò ben presto un flop.

L’acquisto di Anastopoulos fu un errore che costrinse gli irpini a disputare buona parte del campionato con una punta che purtroppo non riusciva a far gol. I tifosi avellinesi aspettarono che prima o poi il bomber della nazionale greca riuscisse a sbloccarsi, ma fu un’attesa vana.

Nel girone di ritorno, con l’esonero di Vinicio e l’arrivo di Bersellini, la squadra migliorò il proprio rendimento, Anastopoulos fu accantonato e il mister iniziò a puntare sugli altri attaccanti presenti in rosa. La compagine biancoverde disputò un grande girone di ritorno, che praticamente a livello di punti fu sulla falsariga del campionato precedente, quello in cui sfiorarono la qualificazione in Uefa.

Purtroppo la speranza di salvarsi dallo spettro della serie cadetta svanì nella gara giocata a Como e terminata con il risultato di 1-1. In quel match gli irpini, a pochi minuti dalla fine, siglarono un gol regolarissimo, che fu inspiegabilmente annullato dall’arbitro. E’ chiaro che quella mancata vittoria, tra l’altro contro una diretta concorrente per non retrocedere, fu determinante per la retrocessione in B.

Così, dopo dieci anni di permanenza in massima serie, si concluse la grande avventura dell’Avellino in Serie A.

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Il rapporto di Roberto Baggio con la nazionale è sempre stato travagliato, non sempre il campione di Caldogno ha avuto la considerazione che meritava in azzurro.

Il divin codino con la maglia della nazionale ha collezionato 56 presenze, un numero importante, ma forse troppo poche per uno con il suo talento. Ancor di più se consideriamo che Baggio in maglia azzurra ha siglato 27 reti, una media gol pazzesca (quasi una rete ogni due partite). Ancora oggi l’ex numero dieci della Fiorentina è il quarto marcatore di sempre nella storia della nazionale, meglio di lui hanno fatto soltanto Riva, Meazza e Piola.

Dopo il mondiale di Usa ‘94 le apparizioni di Baggio in nazionale furono soltanto due. Una risalente al match Italia-Croazia, valevole per le qualificazioni a Euro ‘96, e l’ultima nella partita Italia-Slovenia. Era il 6 settembre 1995, da quel momento in poi il rapporto di Roberto con la maglia azzurra si interruppe bruscamente.

Baggio nella stagione 1995/96 passò al Milan dove, nonostante la vittoria dello scudetto, non riuscì ad esprimersi ad altissimi livelli. Capello lo sostituiva in quasi tutte le partite e forse il dualismo tra Roberto e Savicevic, calciatore con caratteristiche abbastanza simili a quelle del fuoriclasse di Caldogno, non fu gestito nel migliore dei modi.

Nel frattempo Sacchi in nazionale accantonò completamente il calciatore del Milan, che ormai non veniva nemmeno convocato. Una situazione difficile da sopportare per uno come lui e soprattutto per un giocatore che grazie ai suoi gol aveva portato l’Italia a disputare la finale del mondiale americano. Purtroppo a causa delle decisioni del tecnico di Fusignano, il divin codino non partecipò agli Europei del 1996 giocati in Inghilterra.

Nella stagione successiva sulla panchina del Milan arrivò Tabarez ma le cose non migliorarono. Il tecnico uruguaiano, anche a causa della grave crisi di risultati, non considerò più Roberto come titolare, preferendogli Marco Simone. Tabarez, in grande difficoltà, nel dicembre 1996 decise di dimettersi. Al suo posto arrivò Arrigo Sacchi, che non riuscì a dare una svolta alla stagione rossonera. Tra Baggio e Sacchi c’erano diverse ruggini risalenti al passato e il talento veneto iniziò ad essere sempre più accantonato e relegato in panchina.

In nazionale il sostituto di Sacchi fu Cesare Maldini, ex allenatore dell’Under 21. Il mitico Cesarone, alla ricerca di un calciatore che potesse dare qualità ed esperienza alla squadra, convocò inaspettatamente Roberto Baggio, che non indossava la maglia azzurra da quasi due anni.

Maldini non si fece condizionare dal fatto che ormai Roberto non giocasse più come titolare nella sua squadra di club, e lo convocò per la partita contro la Polonia che si giocò a Napoli il 30 aprile 1997. Match valevole per la qualificazione al mondiale di Francia ‘98.

Baggio partì dalla panchina ed entrò in campo al posto di Zola al 51’ con gli azzurri già in vantaggio di due gol. Come nelle favole il numero dieci azzurro dopo dieci minuti dal suo ingresso riuscì a segnare con un’azione delle sue, dimostrando ancora una volta tutto il suo infinito talento e facendo capire che chi l’aveva tenuto fuori dalla nazionale per quasi due anni non aveva capito nulla.

L’ultima rete di Roberto in nazionale risaliva alla semifinale di Usa ‘94 Italia-Bulgaria, gara in cui l’ex calciatore viola siglò una doppietta. Così grazie alla convocazione di Cesare Maldini, Baggio tornò a far centro con gli azzurri dopo quasi tre anni. Troppo tempo per uno come lui.

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Il Genoa nella stagione 1990/91 ripartì con diverse novità. Franco Scoglio lasciò i grifoni dopo due annate esaltanti, in cui aveva prima riportato la squadra in serie A e dopo l’aveva condotta ad una tranquilla salvezza. A prendere il posto del professore di Lipari sarebbe stato Osvaldo Bagnoli, che dopo ben nove stagioni lasciò la guida del Verona, squadra con cui nel 1985 conquistò un incredibile scudetto.

Il Genoa del presidente Spinelli aveva progetti ambiziosi, che si intuirono sin da subito grazie ad una campagna acquisti di grande livello.

I rossoblù erano riusciti ad acquistare due calciatori stranieri di altissimo profilo come il cecoslovacco Tomáš Skuhravý e il brasiliano Branco, giocatori che avevano disputato un ottimo mondiale (Italia ‘90) e che si rivelarono sin da subito fondamentali per il destino dei grifoni. Completarono il calciomercato rossoblù due centrocampisti importanti come Onorati e Bortolazzi, che avevano alle spalle già diversi campionati in A, e l’esperto attaccante Pacione.

Il Genoa, rispetto all’annata precedente, appariva nettamente rinforzato. Soprattutto la coppia d’attacco composta da Aguilera e Skuhravý prometteva faville, i due si integravano benissimo e potevano essere l’arma in più della compagine allenata da Bagnoli.

Le prime giornate di campionato per Signorini e compagni furono un po’ al di sotto delle aspettative, la squadra faceva fatica a vincere e a sviluppare un gioco all’altezza della situazione. La svolta avvenne il 25 novembre 1990 grazie alla vittoria nel derby della lanterna. Una partita che i rossoblù vinsero con il risultato di 1-2, grazie alle reti di Eranio e Branco, per i blucerchiati andò a segno Vialli. Da quel momento i ragazzi di Bagnoli cambiarono decisamente marcia e iniziarono a segnare con grande regolarità grazie alla coppia Aguilera- Skuhravý e grazie a Branco, che sui calci piazzati era un cecchino quasi infallibile. Il girone d’andata si chiuse in bellezza con la vittoria in trasferta a Torino contro la Juventus.

Il Genoa nella seconda parte del campionato era diventata una vera e propria macchina da gol, ormai i calciatori avevano assimilato al meglio i dettami tattici di mister Bagnoli e la conquista di un posto in Europa appariva essere un obiettivo ormai alla portata della società di Spinelli.

I grifoni nelle ultime sei partite conquistarono nove punti restando imbattuti e chiudendo il campionato al quarto posto, un grandissimo risultato.

Aguilera e Skuhravý disputarono una stagione di altissimo livello, entrambi siglarono 15 reti. In quel campionato fecero meglio di loro soltanto Matthaus con 16 reti, e Vialli con 19.

Per il Genoa arrivò finalmente, dopo anni difficili, la qualificazione in Coppa Uefa grazie a quel quarto posto che ancora oggi per i grifoni è il miglior piazzamento di sempre dal secondo dopoguerra.

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Gli azzurri di Azeglio Vicini, dopo la traumatica eliminazione a Italia ‘90, ripresero il loro cammino cercando di mettersi alle spalle quella grande delusione.

L’Italia il 17 ottobre 1990, giocò a Budapest la prima partita del girone di qualificazione agli europei del 1992. Purtroppo il match contro l’Ungheria, avversario non irresistibile, terminò con uno scialbo 1-1, un inizio poco incoraggiante.

Nella seconda gara del girone, gli azzurri ospitarono la temibilissima Unione Sovietica. Una sfida che per l’Italia, dopo il mezzo passo falso di Budapest, diventava già fondamentale per la qualificazione, visto che i sovietici erano i nostri maggiori rivali per la vittoria finale del girone. Bisogna considerare che all’epoca si qualificava agli Europei solo ed esclusivamente la prima classificata di ogni gruppo, per cui ogni partita andava affrontata con il coltello tra i denti.

Vicini era intenzionato a schierare una formazione offensiva per cercare di scardinare l’ordinata difesa dell’Unione Sovietica. Era un match da vincere a tutti i costi, e così mister Azeglio decise di schierare sin da subito un tridente offensivo composto da Baggio, Mancini e Schillaci.

Dall’altra parte l’Urss poteva contare su calciatori importanti e di talento come Kanchelskis, Shalimov, Mikhaijlichenko, Dobrovolskij ecc.

La partita Italia-Urss si giocò allo stadio Olimpico di Roma il 3 novembre 1990 alle ore 14,30.

Ecco le formazioni iniziali:

ITALIA: Zenga, Ferrara, Maldini, Baresi, Ferri, De Agostini, Crippa, De Napoli, Schillaci, Mancini, Baggio

All: Vicini

U.R.S.S.: Uvarov, Chernishov, Kulkov, Zvejba, Alejnikov, Shalimov, Mikhaijlichenko, Kanchelskis, Ghezko, Mostovoj, Dobrovolskij

All: Bishovets

Purtroppo le cose non andarono come ci si aspettava; infatti gli azzurri, nonostante lo schieramento offensivo, fecero fatica a rendersi pericolosi. Le uniche occasioni importanti per sbloccare la partita le ebbero Schillaci, dopo una bella combinazione con Baggio e Mancini, e Ferrara dopo un bellissimo scambio ancora con Roberto Mancini.

L’Unione Sovietica si dimostrò ancora una volta una squadra tostissima da superare, e più di una volta andò vicina al gol del vantaggio.

Come già avvenuto contro l’Ungheria, Baresi e compagni giocarono una gara sottotono. Il match terminò con un noioso e soporifero 0-0.

Gli azzurri a fine partita uscirono tra i fischi dei tifosi dello Stadio Olimpico. Le notti magiche ormai apparivano come un lontano ricordo. L’impressione era che proprio la grande amarezza di Italia ‘90 avesse lasciato strascichi su un gruppo che praticamente era rimasto lo stesso del mondiale.

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Arrigo Sacchi è conosciuto soprattutto per le sue esperienze alla guida del Milan e della nazionale. In realtà il mister di Fusignano, anche se per breve tempo, allenò in quasi tutte le categorie.

Il suo trampolino di lancio per il grande calcio fu sicuramente l’esperienza vissuta a Parma.

Sacchi, dopo l’ottima stagione in C1 con il Rimini, arrivò a Parma nell’estate del 1985 per confermare quello che di buono aveva fatto in precedenza. La società emiliana fu abile a creare una squadra composta da tanti giovani di qualità come i portieri Landucci e Bucci, Mussi, Walter Bianchi, Signorini, Bordin, Fiorin e gli attaccanti Melli, Paci e Marco Rossi, bomber della squadra. Quasi tutti questi calciatori in seguito avrebbero avuto una carriera di ottimo spessore. Qualche anno più tardi Bucci e Mussi avrebbero addirittura fatto parte della spedizione azzurra ai mondiali di Usa ‘94, convocati proprio dal loro mentore Arrigo Sacchi.

La stagione del Parma fu al di sopra di ogni più rosea aspettativa, Signorini e compagni riuscirono a vincere il campionato a pari punti con il Modena. Un trionfo per le squadre emiliane, considerando anche il terzo e quarto posto di Piacenza e Reggiana.

Nella stagione successiva il Parma ritornò in Serie B, l’intelaiatura della squadra era rimasta simile a quella del campionato precedente, ma c’erano stati degli innesti di qualità come quelli di Mario Bortolazzi, Gianpietro Piovani, Davide “Fontolino” Fontolan e Aladino Valoti.

Il giovane Parma disputò un grande campionato sciorinando un calcio offensivo e tatticamente all’avanguardia. Quel modo di giocare ammaliò il presidente del Milan Silvio Berlusconi, che dopo aver visto i suoi rossoneri in Coppa Italia subire una sconfitta e una lezione di calcio da parte del Parma decise di ingaggiare Sacchi per la stagione successiva. Una scelta azzeccata, che in brevissimo tempo portò il Milan sul tetto del mondo. Ma questa è un’altra storia…

Melli e compagni chiusero il campionato di B 1986/87 al settimo posto, a soli tre punti dalla promozione nella massima serie. Un grandissimo risultato e un trampolino di lancio fondamentale per la carriera di quei giovani.

In realtà ci fu anche un pizzico di rammarico, perché al Parma mancò davvero poco per raggiungere la clamorosa promozione in A. La compagine di Sacchi ebbe un calo di rendimento proprio nelle ultime giornate di campionato, perdendo definitivamente il treno della serie A.

Le tre promosse furono il sorprendente Pescara di Galeone, il Pisa e il Cesena, quest’ultima dopo aver vinto gli spareggi promozione contro Lecce e Cremonese.

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Gli azzurri di Azeglio Vicini, dopo la traumatica eliminazione a Italia ‘90, ripresero il loro cammino cercando di mettersi alle spalle quella grande delusione.

L’Italia il 17 ottobre 1990, giocò a Budapest la prima partita del girone di qualificazione agli europei del 1992. Purtroppo il match contro l’Ungheria, avversario non irresistibile, terminò con uno scialbo 1-1, un inizio poco incoraggiante.

Nella seconda gara del girone, giocata a Roma, gli azzurri ospitarono la temibilissima Unione Sovietica. Anche in quella occasione Baresi e compagni giocarono una gara sottotono, facendo grande fatica a rendersi pericolosi. Il match terminò con un noioso e soporifero 0-0.

Dopo due pareggi consecutivi, il cammino dell’Italia in vista della qualificazione appariva già essere in salita. Bisogna considerare che all’epoca si qualificava agli Europei solo ed esclusivamente la prima classificata di ogni girone. Gli azzurri a quel punto non potevano più sbagliare. L’impressione era che la grande amarezza di Italia ‘90 avesse lasciato strascichi su un gruppo che praticamente era rimasto lo stesso del mondiale.

I ragazzi di Vicini tornarono alla vittoria nelle gare contro Cipro e Ungheria grazie a due prestazioni convincenti in cui gli azzurri siglarono in tutto sette reti. Il mister nell’undici titolare aveva introdotto alcune novità, soprattutto a centrocampo, con gli innesti di Crippa, Eranio e Lombardo, che diedero maggiore vivacità alla manovra.

Purtroppo il 5 giugno 1991 nella delicata partita giocata ad Oslo contro la Norvegia, la squadra italiana ripiombò all’improvviso nella mediocrità.

La Norvegia negli anni novanta era una buona squadra, decisamente superiore rispetto a quella di oggi, e non sarebbe stato facile per gli azzurri riuscire a vincere quel match.

Vicini per quella partita doveva fare i conti con diverse assenze, così in attacco ripropose la coppia della Sampdoria Vialli-Mancini, e a centrocampo confermò Lombardo, Crippa ed Eranio coadiuvati dall’inossidabile Nando De Napoli. In difesa Ciro Ferrara, completò lo storico pacchetto arretrato azzurro insieme a Baresi, Ferri, Maldini e Zenga.

Il primo tempo per la compagine italiana fu un incubo: i norvegesi passarono in vantaggio dopo soli cinque minuti grazie a Tore André Dahlum. I nordici al 25’ raddoppiarono grazie ad una splendida azione di Bohinen, che dopo aver dribblato due avversari azzurri depositò in rete alle spalle di Zenga. L’Italia dopo venticinque minuti era già sotto di due gol, un risultato clamoroso che metteva a serio rischio la qualificazione ad Euro ‘92. Per il movimento calcistico italiano si profilava una giornata nera; infatti quello stesso pomeriggio la nostra under 21 era stata spazzata via dai coetanei norvegesi con un sonoro 6-0!

Gli azzurri cercarono una reazione, ma il primo tempo si chiuse con il vantaggio di 2-0 in favore della compagine norvegese.

Nella ripresa Vicini rischiò il tutto per tutto mandando in campo Schillaci, che insieme a Vialli e Mancini avrebbe composto il tridente azzurro.

L’Italia sembrò essersi ripresa dal pessimo avvio di partita, ma il gol arrivò soltanto al 78’ grazie a un colpo di testa di Totò Schillaci. Lombardo effettuò una delle sue tipiche sgroppate sulla destra, servendo un pallone precisissimo sulla testa del bomber siciliano che accorciò le distanze. Per Schillaci quello fu il suo primo gol dopo Italia ’90 e l’ultimo della sua carriera in nazionale.

Vialli e compagni cercarono almeno il gol del pareggio, ma la Norvegia si difendeva benissimo. Al 90’ un altro episodio che completò la giornata da incubo: un nervosissimo Bergomi a soli venti secondi dal suo ingresso in campo si fece espellere. Gli azzurri ormai avevano perso la testa, il match si concluse con la vittoria a sorpresa dei norvegesi.

Per gli azzurri quella fu una sconfitta pesantissima in chiave qualificazione, visto che un mese dopo l’Unione Sovietica vinse in Norvegia con il risultato di 0-1 grazie ad un gol di Mostovoy. I ragazzi di Vicini per qualificarsi a Euro ‘92 erano condannati a vincere contro l’Unione Sovietica a Mosca, un’impresa complicatissima.

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La Svezia si presentava a Italia ‘90 con un’ottima squadra e con aspettative importanti. Gli scandinavi, allenati da Olle Nordin, erano riusciti a qualificarsi brillantemente al mondiale vincendo il proprio girone di qualificazione. Un’impresa importante se consideriamo che gli svedesi lasciarono il secondo posto alla fortissima Inghilterra di Lineker e Gascoigne.

La Svezia al mondiale faceva parte di un girone che non sembrava essere impossibile da superare; infatti, a parte il Brasile, c’erano Scozia e Costa Rica che erano squadre ampiamente alla portata di Stromberg e compagni.

Nella compagine scandinava c’erano diversi calciatori che militavano in Serie A, e altri che ne avrebbero fatto parte in seguito. Pensiamo all’atalantino Stromberg, a Limpar della Cremonese oppure a Hysen ed Ekstrom che avevano giocato in Italia nelle stagioni precedenti.

Successivamente avrebbero militato in Italia calciatori importanti come Brolin, Ingesson, Thern e Schwarz.

Oltre a questi elementi, la squadra svedese poteva contare su giocatori di ottimo livello come l’esperto portiere Ravelli, l’attaccante dell’Ajax Stefan Pettersson e l’attaccante del Benfica Mats Magnusson.

Nella partita d’esordio gli svedesi affrontarono il Brasile, una partita dove venne fuori in maniera prepotente tutto il talento di Careca, che fu il mattatore del match con una doppietta. Per la Svezia il gol della bandiera fu siglato da Brolin.

In realtà quella contro il Brasile, per gli uomini di Nordin, fu una sconfitta preventivata. Il mondiale per gli scandinavi sarebbe iniziato dalla partita contro la Scozia. La Svezia era favorita, ma tra la sorpresa generale gli scozzesi vinsero con il risultato di 2-1. Dopo il doppio vantaggio scozzese, gli svedesi trovarono un gol a cinque minuti dalla fine grazie a Stromberg. Una sconfitta pesantissima, che riduceva al lumicino le possibilità di qualificazione agli ottavi di finale. La speranza era quella di battere la Costa Rica siglando almeno due gol senza subirne, e poi sperare di rientrare nel ripescaggio delle migliori terze.

In realtà anche quella partita per gli svedesi fu una mezza delusione. Thern e compagni erano partiti bene passando in vantaggio al 32’ con una rete siglata da Ekstrom, ex attaccante dell’Empoli. Ma nel secondo tempo il Costa Rica ribaltò il risultato, pareggiando prima con Flores e poi passando in vantaggio a due minuti dalla fine con una bella azione in velocità di Medford, calciatore che qualche anno dopo avrebbe giocato nel Foggia di Zeman.

La Svezia uscì da quel mondiale con le ossa rotte, tre sconfitte in altrettante partite. Un bilancio molto deludente, visto che le aspettative alla vigilia di Italia ‘90 erano ben altre. In seguito la compagine scandinava riuscì a riscattare quella batosta, raggiungendo le semifinali sia a Euro ‘92 che al mondiale di Usa’94, dove chiuse al terzo posto dietro Brasile e Italia.

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Nei campionati del mondo di Mexico ‘86 c’è una novità: la partecipazione del Canada.

I canadesi, allenati dall’inglese Tony Waiters, partecipavano per la prima volta alla fase finale di un mondiale. Un grandissimo risultato se consideriamo che in Canada in quel momento non esisteva un vero e proprio campionato di calcio. La maggior di questi calciatori giocava negli Stati Uniti, ma nel 1984 anche il campionato americano chiuse i battenti, e così molti canadesi militarono nella Major Indoor Soccer League, un torneo indoor dove le squadre erano composte da sei giocatori, e la partita si divideva in quattro tempi da quindici minuti ciascuno. Ovviamente il campo era rigorosamente sintetico.

Il Canada nel gruppo di qualificazione riservato alle nazioni del Centro e Nord America, vinse a sorpresa il girone che comprendeva anche Costa Rica e Honduras, squadre con una tradizione calcistica superiore.

Nella rosa di Mexico ‘86 c’erano anche diversi italo canadesi come il capitano Bob Lenarduzzi, il centrocampista Pasquale De Luca e il portiere Tino Lettieri nato in provincia di Bari.

I calciatori più rappresentativi erano il bomber Igor Vrablic, di origini cecoslovacche, che giocava in Belgio, l’attaccante Carl Valentine, che giocava in Inghilterra, il difensore Bruce Wilson e il già menzionato Lettieri, che però in quel mondiale giocò solo la seconda e terza partita.

Il Canada era capitato in un girone di ferro con Francia, Unione Sovietica e Ungheria. La speranza di fare punti era praticamente ridotta al lumicino, ma in realtà i ragazzi di Waiters disputarono un discreto mondiale,

Nel primo match contro la Francia, Platini e compagni dovettero sudare le proverbiali sette camicie prima di avere la meglio dei canadesi. I transalpini riuscirono a vincere la partita solo grazie ad un gol di Papin a dieci minuti dalla fine.

Nelle altre due gare, giocate rispettivamente contro Ungheria e Unione Sovietica, il Canada giocò due buone partite ma alla lunga venne fuori la maggiore qualità delle due compagini dell’Est che vinsero entrambe con il risultato di 2-0.

La partecipazione ai mondiali del 1986 resta, ancora oggi, il miglior risultato della storia del calcio canadese. L’ultimo risultato degno di nota fu la vittoria della Gold Cup e la partecipazione alla Confederations Cup del 2001, dove i canadesi si tolsero lo sfizio di pareggiare con il Brasile

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