La stagione 1991/92 per la Juve fu caratterizzata da diversi cambiamenti. I bianconeri venivano da un campionato disastroso, e la società cercò di dare una svolta definitiva.
Il calcio champagne di Maifredi fu accantonato, e al posto dell’ex allenatore del Bologna fu scelto Giovanni Trapattoni. Un ritorno per lui che aveva allenato la Juve per dieci anni, dal 1976 al 1986.
Con l’avvento del Trap si iniziò a pensare maggiormente alla fase difensiva, e così la società bianconera puntellò la difesa con gli acquisti di due difensori della nazionale tedesca: lo stopper Jürgen Kohler ed il terzino Stefan Reuter, provenienti entrambi dal Bayern Monaco. In difesa fu aggiunto anche un altro tassello importante come Massimo Carrera, difensore versatile che proveniva da ottime stagioni in Serie A con la maglia del Bari. Sempre dalla Puglia, sponda Lecce, arrivò Antonio Conte, centrocampista molto interessante e bravissimo negli inserimenti senza palla.
A Tacconi fu affiancato il giovane Angelo Peruzzi, che poi nella stagione successiva sarebbe diventato il titolare della porta bianconera.
Per quanto riguarda l’attacco, dal Pisa fu prelevato l’attaccante Lamberto Piovanelli. Purtroppo il bomber toscano fu molto sfortunato, e a causa del perdurare di un brutto infortunio non scese mai in campo e nel mercato invernale fu ceduto all’Atalanta. Nonostante questa defezione, la Juventus poteva contare su un reparto offensivo di altissimo livello tecnico, con calciatori del calibro di Roberto Baggio, Schillaci, Di Canio e Casiraghi.
Il nuovo corso di Trapattoni fu abbastanza positivo; infatti in quella stagione i bianconeri giunsero secondi in campionato e conquistarono la finale in Coppa Italia, dove persero contro il sorprendente Parma allenato da Nevio Scala.
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Il Parma, squadra neopromossa in serie A, nella stagione 1990/91 fu protagonista di una campagna acquisti molto intelligente. L’intelaiatura della compagine allenata da Nevio Scala rimase pressochè invariata, ma furono aggiunti tre innesti di qualità ed esperienza internazionale che furono fondamentali per far crescere una squadra composta prevalentemente da elementi giovani.
Stiamo parlando del portiere brasiliano Taffarel, del difensore belga Grun e del centrocampista-attaccante svedese Brolin.
Claudio Taffarel fu il primo portiere straniero a giocare nella nostra Serie A. Fu scelto da Scala soprattutto per la sua abilità con i piedi, che gli permetteva di essere importante anche per l’impostazione della manovra. Il numero uno brasiliano possedeva un curriculum di tutto rispetto, visto che già da due anni era titolare della nazionale verde-oro, e aveva partecipato da protagonista ai mondiali di Italia’90. Sicuramente un tassello importante per la compagine emiliana.
Georges Grün fu acquistato dall’Anderlecht ed era un difensore di grande esperienza. Aveva esordito sin da giovanissimo nella nazionale belga, e aveva partecipato ad un Europeo (Euro’84) e a due mondiali (Mexico’86 e Italia’90). Da ricordare soprattutto la grande avventura del Belgio ai campionati del mondo del 1986, dove Grun e compagni arrivarono sino alle semifinali, sconfitti dalle magie di uno straripante Maradona.
Tomas Brolin era un centrocampista offensivo che poteva giocare anche come punta, ruolo che svolse nel Parma. Nonostante la giovane età, arrivò in Italia a soli vent’anni, era già diventato un punto fermo della nazionale svedese con cui aveva partecipato ad Italia’90, segnando proprio nella partita d’esordio contro il Brasile di Taffarel.
L’impatto con il nostro campionato per i tre stranieri del Parma fu subito molto positivo, e fu anche grazie a loro che la squadra di Nevio Scala in quella stagione fu la rivelazione della Serie A, conquistando il quinto posto e la qualificazione in Uefa. Un risultato impensabile alla vigilia.
Tre acquisti davvero azzeccati, che furono protagonisti anche nelle stagioni successive con la conquista della Coppa Italia e della Coppa delle Coppe. Due vittorie eccezionali per una squadra di provincia.
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Per noi bambini e adolescenti degli anni ’80 e ‘90 la stagione estiva voleva dire vacanze, ma soprattutto calciomercato! Ricordate quando durante i mesi di giugno e luglio leggevamo tutti i giorni i quotidiani sportivi in attesa che la nostra squadra del cuore piazzasse il grande colpo? Ricordate le famose tabelle in cui erano inseriti i nomi degli acquisti, delle cessioni e delle trattative? Molte volte era proprio leggendo i nomi dei calciatori presenti nelle trattative che sognavamo ad occhi aperti, sogni che spesso svanivano dopo poche settimane, ma era bello anche così.
Per carità, il calciomercato esiste ancora oggi, ma ormai è un qualcosa di completamente diverso e non accende più la nostra fantasia così come faceva un tempo.
E’ chiaro che la crisi economica che attraversa il nostro paese ormai da anni, si sia fatta sentire anche nel calcio, e oggi assistiamo ad un mercato fatto di prestiti, scambi e pochissimi colpi ad effetto. A questo bisogna aggiungere che nel calcio moderno anche calciatori tecnicamente normalissimi hanno quotazioni ormai elevatissime, che sinceramente considero fuori dal mondo. Negli anni ottanta e novanta anche squadre di bassa classifica e addirittura di Serie B, potevano permettersi di acquistare dei nazionali. Oggi è sufficiente giocare un paio di partite in nazionale e sei già considerato un fenomeno, e ovviamente fuori dalla portata di società di seconda e terza fascia.
Per non parlare del fatto che spesso durante il calciomercato del mese di gennaio, le squadre vengano letteralmente rivoluzionate con un numero elevatissimo di movimenti, che si rivelano quasi sempre inutili.
Ai tempi del “nostro calcio” c’era il mercato di novembre, e le squadre in difficoltà cercavano di acquistare quei due o tre elementi per rinforzare la rosa nei settori con maggiori lacune sia tecniche che numeriche.
Potrei dilungarmi a lungo sulle altre differenze tra il calciomercato di oggi e quello di oltre vent’anni fa, ma credo che l’immagine della tabella con arrivi e partenze, allegata a questo articolo, valga più di mille parole.
Solo chi ha vissuto quel periodo da ragazzino può capire di quello che sto parlando. Era sicuramente un altro calcio, ma anche un’altra Italia. C’era maggior semplicità, maggior spensieratezza e ci bastava sfogliare un giornale sportivo con “acquisti”, “cessioni” e “trattative” per essere felici. Senza internet, senza telefonini e senza pay-tv.
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In quegli anni capitava spesso di assistere ad amichevoli tra squadre di club italiane e nazionali estere. Queste partite venivano giocate o durante la preparazione estiva oppure a stagione in corso, e a volte potevano avere anche finalità benefiche.
Il Milan, il 19 maggio 1992, organizzò un’amichevole di lusso per dare il giusto omaggio a Carlo Ancelotti, che dopo mille battaglie diceva addio al calcio giocato. Come avversario dei rossoneri fu scelto il grande Brasile, squadra che dopo il fallimento di Italia ‘90 ed il secondo posto in Coppa America, era in una fase di ricostruzione.
Ancelotti si ritirava a soli 33 anni dopo una carriera di altissimo livello, ma purtroppo caratterizzata anche da infortuni gravi che indubbiamente accorciarono la sua carriera.
L’amichevole Milan-Brasile fu seguitissima dal pubblico rossonero, allo stadio erano presenti circa sessantamila spettatori, e l’ex centrocampista della nazionale fu sommerso dal calore dei tifosi milanisti.
Le squadre si schieravano con le seguenti formazioni:
MILAN: Antonioli, Tassotti, Maldini, Ancelotti, Costacurta, Baresi, Fuser, Rijkaard, Van Basten , Gullit , Simone
BRASILE: Taffarel, Jorginho, Mozer, Aldair, Mauro Silva, Branco, Bebeto, Dunga, Careca, Luiz Henrique, Valdo
Il livello tecnico della sfida fu piuttosto alto, e la gara fu decisa nel secondo tempo dal gol di Careca, uno dei pochi calciatori di quel Brasile che due anni dopo non prese parte ai campionati del mondo giocati negli Stati Uniti.
A fine partita il pubblico di San Siro tributò la meritata standing ovation a Carlo Ancelotti, che qualche mese più tardi diventò uno dei collaboratori tecnici della nazionale italiana al fianco del suo maestro Arrigo Sacchi.
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L’Inter nella stagione 1988/89 fu protagonista di un calciomercato particolarmente oculato, con acquisti che si rivelarono fondamentali per la vittoria dello scudetto.
I nerazzurri avevano ceduto i due stranieri Passarella e Scifo, lasciando liberi due posti per i calciatori esteri. Tra l’altro, proprio a partire dal 1988, gli stranieri tesserabili non erano più due, ma tre. E fu proprio in questa scelta che la società nerazzurra riuscì a compiere un vero e proprio capolavoro.
L’Inter si rinforzò a centrocampo con il tedesco Lothar Matthaus, che all’epoca era una colonna della nazionale della Germania Ovest, e aveva già partecipato a due Mondiali (Spagna ‘82 e Mexico ‘86) e a tre Campionati Europei (1980, 1984 e 1988).
Ad arricchire la colonia di stranieri della compagine allenata da Giovanni Trapattoni ci furono anche Andreas Brehme e l’attaccante argentino Ramon Diaz.
Brehme era il terzino che mancava all’Inter da tanti anni, bravissimo sia in fase offensiva che difensiva, fu fondamentale dal punto di vista tattico per la squadra nerazzurra. Il calciatore tedesco dopo essersi messo in mostra nelle fila del Kaiserslautern, fece il definitivo salto di qualità con il passaggio al Bayern Monaco, squadra con cui giocò dal 1986 al 1988. Come Matthaus aveva già una lunga militanza nella nazionale tedesca, con la quale esordì nel 1984. Due calciatori davvero di altissimo livello.
L’ultima casella degli stranieri fu occupata dall’argentino Ramon Diaz. Un altro acquisto azzeccatissimo, visto che l’attaccante sudamericano per caratteristiche si integrava alla perfezione con Aldo Serena, con cui formò un tandem offensivo capace di siglare ben 34 gol (all’epoca un bottino davvero notevole).
Tra l’altro Diaz conosceva molto bene il nostro campionato, visto che aveva già giocato con le maglie di Napoli, Avellino e Fiorentina, squadra dalla quale fu prelevato in prestito dall’Inter.
Ancora oggi i loro nomi sono associati soprattutto all’Inter dei record, squadra che vinse lo scudetto con ben 58 punti, nessuna squadra sarebbe più riuscita a realizzare quei punti durante il periodo dei 2 punti a vittoria.
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Ludo Coeck era un centrocampista belga che sin da giovanissimo mostrò grandi qualità tecniche e caratteriali, che lo portarono ad essere in breve tempo un perno insostituibile prima dell’Anderlecht e poi della nazionale.

Giocò la sua prima partita con la maglia del Belgio a soli 19 anni e diventò ben presto titolare, disputando un ottimo europeo nel 1980 (i diavoli rossi si fermarono solo in finale) e un grande mondiale in Spagna nel 1982.

Coeck con l’Anderlecht vinse praticamente tutto: due Coppe delle Coppe, una Coppa Uefa, tre Scudetti, cinque Coppe del Belgio e una Supercoppa.

La grande occasione della sua carriera arrivò nell’estate del 1983, quando fu acquistato dall’Inter per una cifra superiore ai 2 miliardi di lire.

Purtroppo la stagione per Ludo fu subito in salita; infatti già nel precampionato a Livorno il calciatore belga si procurò uno stiramento muscolare. Nel prosieguo della stagione il nuovo acquisto nerazzurro dovette fare i conti con una serie infinita di infortuni: una distorsione della caviglia, una brutta botta al costato a Udine e un serio problema alla caviglia sinistra in una partita con la nazionale valevole per le qualificazioni agli europei del 1984.

Coeck alla fine della stagione giocò con l’Inter solamente nove partite. A questo punto i nerazzurri decisero di cederlo all’Ascoli, ma i medici della società marchigiana durante il ritiro precampionato si accorsero che il nazionale belga aveva una malformazione all’anca, e così fu rescisso il contratto prima dell’inizio della stagione.

Ludo a questo punto tornò in Belgio per operarsi, e l’anno successivo cercò di rigenerare la sua carriera andando a giocare nel Molenbeeck.

Ma ancora una volta la sfortuna, questa volta in modo irrimediabile, si accanì contro questo ragazzo. Il 7 ottobre 1985, dopo un’ospitata ad una trasmissione sportiva, rimase vittima di un gravissimo incidente automobilistico nei pressi di Rumst, tra Anversa e Bruxelles. Le condizioni sin da subito apparvero molto critiche, in quanto Coeck aveva subito numerose fratture ed un grave trauma cranico. Purtroppo l’ex centrocampista del Belgio morì due giorni dopo a soli 30 anni.

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Era il 5 luglio 1994, e gli azzurri negli ottavi di finale si apprestavano ad affrontare un match durissimo contro i campioni d’Africa della Nigeria.

L’Italia si era qualificata alla fase successiva per il rotto della cuffia, e fino a quel momento tutti gli incontri giocati dalla nazionale di Sacchi non avevano mai convinto. La Nigeria era una squadra fortissima, che oltre alla grande fisicità, poteva contare su calciatori particolarmente abili dal punto di vista tecnico come Okocha, Finidi, Oliseh, Amunike ecc.

Ricordo che in quel periodo aveva da poco sostenuto gli esami di terza media, e a quel punto ero totalmente concentrato sui campionati del mondo. A dir la verità non ero molto fiducioso, in quanto nelle partite precedenti gli azzurri avevano dimostrato troppe lacune e Sacchi non era riuscito a dare un’identità ben precisa alla squadra. Le sue scelte non mi convincevano e alcuni calciatori, Roberto Baggio su tutti, sembravano lontani parenti rispetto a quelli ammirati in campionato.

L’Italia si schierava in campo con la seguente formazione:

Marchegiani, Mussi, Benarrivo, Albertini, P. Maldini, Costacurta, Berti, Donadoni, Massaro, R. Baggio, Signori

Ancora una volta Sacchi impiegava Signori a sinistra e lasciava in panchina un talento come Zola. Nonostante i risultati negativi, il mister di Fusignano non rinunciava al suo credo tattico e andava dritto per la sua strada. Un atteggiamento sicuramente coerente, ma che poteva essere allo stesso tempo controproducente, visto che fino a quel momento la sua nazionale non aveva certo brillato.

L’avvio di partita degli azzurri fu incoraggiante con un palleggio che mise in difficoltà la compagine nigeriana. Ma proprio nel momento migliore, ecco la solita distrazione difensiva: un pallone carambolò su Maldini, la difesa restò immobile, e Amunike fu il più lesto di tutti a mettere in rete. Per la seconda volta in quel mondiale, l’Italia passava in svantaggio.

Naturalmente quel gol fu una vera mazzata per la compagine di Sacchi, che non riuscì più ad essere pericolosa. Il primo tempo si chiuse col vantaggio della Nigeria.

Nella ripresa Sacchi mandò in campo Dino Baggio al posto di uno spento Berti.

Gli azzurri riuscirono a rendersi pericolosi proprio con il nuovo entrato D. Baggio, che andò vicinissimo al gol colpendo un palo. L’Italia però non pungeva e finalmente mister Arrigo decise di fare entrare Zola. L’esordio nel mondiale per il talento sardo fu amarissimo: dopo pochi minuti dal suo ingresso fu inspiegabilmente espulso dall’arbitro messicano Brizio. Ancora oggi ci chiediamo il perché. Sotto di un gol e con uomo in meno, gli azzurri sembravano essere ormai destinati all’eliminazione.

Al 43’ ci fu quella che io definisco “la rinascita di Roberto Baggio”, che da quel momento non si fermò più. Il generosissimo Mussi scattò sulla destra servendo un invitante pallone verso il “divin codino”, che con un rasoterra millimetrico superò il portiere avversario. Un gol fondamentale in una situazione disperata. Gli italiani urlarono a squarciagola per quella rete che ci teneva ancora a galla.

Si andò ai supplementari con gli uomini di Sacchi ormai stremati, ma con un Roberto Baggio che finalmente sembra essere tornato quello del Pallone d’oro.

Fu proprio il calciatore della Juventus che nel primo tempo supplementare riuscì a procurarsi un rigore e a realizzarlo. L’Italia era in vantaggio! Non potevo crederci! Quella che sembrava essere la partita del flop azzurro, in pochi minuti si era trasformata la gara della nostra rinascita e soprattutto il risveglio del “divin codino”, dopo un torpore durato per tre lunghe partite.

La Nigeria ormai era stremata dal punto di vista fisico e psicologicamente il secondo gol di Baggio era stato il vero colpo di grazia.

Gli azzurri avevano compiuto un autentico miracolo, ribaltando in dieci uomini una partita ormai persa. Dopo quattro partite di sofferenza pura, Maldini e compagni si erano qualificati ai quarti di finale.

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La compagine azzurra, allenata da Francesco Rocca, si presentò a Seul con una squadra di ottimo livello dal punto di vista tecnico, in cui vi era il giusto mix tra giovani talenti e calciatori esperti.
Ecco la rosa completa dei convocati: Tacconi, Cravero, Carnevale, De Agostini, Ferrara, Tassotti, Colombo, Pellegrini, Brambati, Carobbi, Crippa, Giuliani, Virdis, Rizzitelli, Galia, Iachini, Desideri, Mauro, Evani, Pagliuca.
Nella fase a gironi l’Italia fu inserita nel girone B con Guatemala, Iraq e Zambia.
Nella gara contro il Guatemala gli azzurri vinsero con il risultato di 5-2 con reti di Carnevale, Evani, Virdis, Ferrara e Desideri. Nella seconda partita arrivarono le dolenti note: la squadra di Rocca fu surclassata dallo Zambia, che si impose per 4-0. Un risultato totalmente inaspettato e che suscitò enormi critiche in patria. Per fortuna nella partita decisiva per la fase successiva, gli azzurri riuscirono a vincere contro l’Iraq per 2-0 (reti di Rizzitelli e Mauro).
Ai quarti di finale per l’Italia c’era da superare l’ostacolo Svezia. Un match difficile contro una squadra che aveva vinto il proprio gruppo, battendo anche la temibilissima Germania Ovest. Gli azzurri dopo la scoppola presa contro lo Zambia, sembravano comunque essere in un momento positivo.
La nostra nazionale olimpica nella gara contro la Svezia, giocata a Daejeon il 25 settembre 1988, si schierava con questa formazione:
Tacconi, Tassotti, Ferrara, Brambati, De Agostini, Crippa, Iachini, Evani, Virdis, Mauro, Rizzitelli All. Rocca
Nei primi minuti gli azzurri furono molto intraprendenti, soprattutto grazie alle giocate di Massimo Mauro, che con la sua tecnica mise in grande apprensione la retroguardia scandinava. La Svezia riuscì a contenere e a ripartire in contropiede. La prima frazione di gioco si chiuse sullo 0-0.
Nella ripresa, dopo cinque minuti, arrivò il vantaggio azzurro: Evani partì sulla sinistra servendo un ottimo pallone per Virdis, che in dribbling superò due avversari e depositò in rete. Un gol bellissimo!
L’andamento del match sembrava essere favorevole alla squadra di Rocca, ma al 70’ l’arbitro fischiò un rigore molto dubbio in favore degli svedesi. Dal dischetto M. Andersson si fece ipnotizzare da Tacconi, spedendo il pallone al lato. Thern e compagni non mollarono, e all’ 84 raggiunsero il pareggio grazie ad una rete di Hellstrom. Entrarono in campo anche Colombo e Carnevale, rispettivamente al posto di Evani e Rizzitelli, ma furono i tempi supplementari a decidere le sorti di quell’incontro.
Al 98’ Crippa grazie ad un gol rocambolesco riportò in vantaggio gli azzurri. La Svezia cercò in tutti i modi di riequilibrare il match, ma gli uomini di Rocca riuscirono a resistere e a qualificarsi per le semifinali. Un risultato importante su cui, dopo la disfatta contro lo Zambia, in pochi avrebbero scommesso.

 

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Era il 17 ottobre 1987, e gli azzurri affrontavano a Berna la Svizzera in una partita valevole per le qualificazioni ad Euro ‘88 (gruppo 2).
La squadra di Vicini era reduce da una brutta sconfitta subita contro la Svezia nel mese di giugno, e per non correre rischi in vista della qualificazione avrebbe dovuto battere la Svizzera, che all’epoca non rappresentava un ostacolo insormontabile.
L’Italia si schierava con la seguente formazione:
Zenga, Ferrara, Ferri, F. Baresi, Cabrini, Bagni, De Napoli, Donadoni, Altobelli, Giannini, Vialli   All. Vicini
La partita si rivelò subito più complicata del previsto, la Svizzera dimostrò di essere sin da subito una compagine particolarmente ostica da affrontare e ben messa in campo. In avanti Vialli e Altobelli facevano fatica a trovare spazi e l’impressione era che la squadra di Vicini fosse in una fase di involuzione. Tra l’altro ricordiamo che in quegli anni per l’Europeo si qualificava solo ed esclusivamente la prima di ogni girone, a cui si andava ad aggiungere la nazionale del paese ospitante. Per cui perdere più di una partita, significava compromettere la qualificazione.
Il match si avviava stancamente verso la fine del primo tempo, quando lo svizzero Geiger colpì benissimo di testa una punizione proveniente dalla destra, la palla era indirizzata con forza verso l’incrocio dei pali, ma Zenga inventò una parata prodigiosa e con la mano destra riuscì a salvare un gol praticamente sicuro. Un vero miracolo quello compiuto dal portierone dell’Inter, che ancora oggi considera questa parata la più difficile della sua lunga carriera.
Nella ripresa gli azzurri andarono vicini al gol con Vialli, ma la supremazia degli uomini di Vicini fu abbastanza sterile e nonostante gli ingressi di Ancelotti e Mancini il risultato non cambiò. La partita terminò con il risultato di 0-0, un punteggio pericoloso che condannava gli azzurri a vincere contro Svezia e Portogallo, cosa che per fortuna avvenne nelle ultime due gare del girone.
Per fortuna l’eccezionale parata di Walter Zenga aveva permesso agli azzurri di non perdere la seconda partita consecutiva. Era chiaro che con un altro risultato negativo la qualificazione degli azzurri si sarebbe maledettamente complicata.
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La Roma nella stagione 1990/91 si affidò all’esperto Ottavio Bianchi, reduce dalla grande esperienza con il Napoli di Maradona, squadra con la quale vinse uno scudetto, una Coppa Italia ed una Coppa Uefa.
I giallorossi venivano da stagioni abbastanza anonime, anche se con Radice in panchina avevano almeno raggiunto la qualificazione in Coppa Uefa.
La società capitolina si era rinforzata con gli arrivi del forte difensore brasiliano Aldair, proveniente dal Benfica, con Amedeo Carboni e Fausto Salsano, prelevati entrambi dalla Sampdoria, con i portieri Zinetti e Peruzzi (per lui un ritorno dal prestito al Verona) e con l’attaccante della nazionale Andrea Carnevale che con Voller, Rizzitelli ed il giovane Muzzi, sarebbe andato a formare un reparto offensivo davvero di alto livello.
Purtroppo per la compagine di Ottavio Bianchi la stagione fu subito in salita: dopo tre giornate, Peruzzi e Carnevale furono trovati positivi alla fentermina, subendo una squalifica di dodici mesi. Due perdite importanti per i giallorossi che a quel punto dovevano fare a meno del loro portiere titolare e di un attaccante del calibro di Carnevale, fiore all’occhiello dell’ultima campagna acquisti.
Quella stagione per i giallorossi fu dai due volti: negativa in campionato, la Roma chiuderà al nono posto, ma molto positiva nelle Coppe.
Purtroppo nel gennaio del 1991, il presidente Dino Viola morì a causa di un tumore e questo indubbiamente contribuì a rendere la stagione ancora più difficile dopo lo scandalo doping.
Per fortuna la Roma si riscattò in Coppa Uefa, dove giunse in finale battendo nell’ordine squadre blasonate come Benfica, Valencia, Bordeaux, Anderlecht e Brondby. Nella finale tutta italiana, gli uomini di Bianchi si arresero all’Inter perdendo la gara d’andata con il risultato di 2-0.
Nella partita di ritorno, giocata a Roma, il gol di Rizzitelli non fu sufficiente a ribaltare il risultato.
Le cose andarono meglio in Coppa Italia, dove i giallorossi dopo aver eliminato Juventus e Milan, affrontarono in finale la Sampdoria.
Nella gara d’andata, giocata in casa, la Roma vinse 3-1 scendendo in campo con la seguente formazione:
Cervone, Pellegrini, Carboni, Berthold, Aldair, Nela, Desideri, Di Mauro, Voeller, Giannini (83′ Gerolin), Rizzitelli (76′ Muzzi).
Al ritorno la compagine di Ottavio Bianchi, pareggiò con il risultato di 1-1 riportando a Roma la Coppa Italia dopo un’astinenza durata cinque anni.
La stagione 1990/91 sarà anche ricordata per l’addio al calcio giocato di Bruno Conti, una vera bandiera per i giallorossi ed uno dei calciatori più forti ad aver mai indossato quella maglia.
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