Per le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90 abbiamo incontrato Stefano Maccoppi, che ci ha svelato i segreti ed i punti di forza di quel Como che negli anni ottanta fu una presenza fissa in Serie A. Maccoppi fu proprio uno dei protagonisti di quella squadra.

Lei è cresciuto calcisticamente nel Como, squadra con cui ha militato in serie A dal 1985 al 1990. Quale fu il segreto di quel Como che per diverse stagioni giocò ad alti livelli?

Il segreto del Como di quegli anni era sicuramente il settore giovanile. Insieme al Torino eravamo la squadra che lanciava in Serie A il maggior numero di giovani talenti. Al Torino c’era Sergio Vatta, al Como il mitico Mino Favini.

Di Favini si parla soprattutto per il suo operato all’Atalanta, ma in realtà prima che a Bergamo fece grandi cose in riva al lago.

Da quel settore giovanile sono venuti fuori giocatori del calibro di Fusi, Invernizzi, Borgonovo, Notaristefano, Annoni, e ovviamente il sottoscritto. Potrei fare tanti altri nomi, ma la lista sarebbe veramente lunghissima. Avevamo degli istruttori di alto livello. Ad esempio il mio allenatore in Primavera è stato Narciso Pezzotti, secondo di Boskov alla Sampdoria e secondo di Lippi ai mondiali in Germania nel 2006.

Nella stagione 1985/86 il Como sfiorò la finale di Coppa Italia, persa a tavolino per un accendino lanciato dagli spalti nella gara contro la Sampdoria. Lei disputò entrambe le partite, segnando anche il gol del pareggio all’andata. Che ricordi ha di quel match?

Quella stagione fu particolare, con Claguna in panchina, ottimo allenatore, partimmo male ed il mister fu esonerato. Al suo posto arrivò l’esperto Rino Marchesi. Il nuovo mister ci diede grande tranquillità, riuscimmo a salvarci e a chiudere il campionato a metà classifica. Per la semifinale in Coppa Italia contro la Samp, provo ancora grande rammarico. A Genova pareggiammo 1-1, il gol del pareggio fu siglato proprio da me. Nella gara di ritorno a pochi minuti dal termine passammo in vantaggio con un gol di Albiero, la finale sembrava essere ormai ad un passo ma all’ultimo secondo un tiro deviato si infilò all’incrocio dei pali, e così andammo ai supplementari.

Ai tempi supplementari continuammo a dominare la partita, e andammo nuovamente in vantaggio. A quel punto, a pochi minuti dalla fine, l’arbitro assegnò un rigore dubbio alla Sampdoria e dagli spalti fu lanciato un accendino che colpì in pieno il direttore di gara. La partita fu sospesa, ed il Como perse la gara a tavolino. Ancora oggi prova grande amarezza nel ripensare a quel match, perché avevamo davvero la possibilità di andare in finale e vincere la Coppa Italia. Una vittoria che sarebbe stata storica per la città di Como.

Quali sono i ricordi più belli legati all’esperienza con il Como?

I ricordi più belli sono legati al settore giovanile, dove sono diventato un calciatore pronto per giocare ad alti livelli. Devo tutto agli allenatori delle giovanili, grazie ai loro insegnamenti ho avuto l’onore di giocare per oltre dieci anni in Serie A con le maglie di Como, Bari e Piacenza.

Tra l’altro quello era un gruppo davvero molto unito, era uno spogliatoio allegro dove eravamo tutti amici. Non vedevo l’ora di andare ad allenarmi proprio per ridere e scherzare con i miei compagni. La grande soddisfazione fu quella di giocare in prima squadra con la maggior parte dei ragazzi con cui avevo svolto tutta la trafila del settore giovanile. Questo naturalmente favoriva la coesione del gruppo, visto che ci conoscevamo già tutti alla perfezione.

Negli anni trascorsi con la compagine lariana ha avuto modo di lavorare con diversi allenatori. A quale di questi è maggiormente legato?

Ho lavorato con tanti bravi allenatori. Il mio primo mister è stato Tarcisio Burgnich, che per me che ero cresciuto con il calcio degli anni settanta era una vera icona. Ricordo ancora quando chiedevamo a Burgnich di raccontarci qualche aneddoto su Pelè, calciatore che aveva affrontato nella finale di Mexico ‘70.

Successivamente arrivò Ottavio Bianchi, vero sergente di ferro e grande conoscitore di calcio. Ricordo con grande piacere anche Rino Marchesi, un vero signore, parlava poco ma esprimeva sempre concetti molto interessanti. Dopo fu la volta di un giovane Mondonico, e a quel punto capii cosa volesse dire avere talento anche come allenatore. Emiliano sapeva vincere le partite dalla panchina attraverso cambi e strategie che raramente ho visto in altri tecnici. Successivamente fu ingaggiato Agroppi, grande personaggio, ma con il Como non ebbe grande fortuna. In serie B fui allenato da Galeone, tecnico avanti anni luce in quel periodo. Conosceva il calcio come pochi ed era un piacere parlare con lui . Quindi tutti questi allenatori mi hanno lasciato qualcosa, ma Mondonico e Galeone sono quelli che dal punto di vista tattico sono stati fondamentali per la mia formazione.

Ci fa i nomi dei tre compagni di squadra più forti con i quali ha giocato a Como?

Per i primi due nomi non ho dubbi: Stefano Borgonovo e Gianfranco Matteoli.

Borgonovo era mia compagno di stanza, siamo cresciuti insieme e lo porterò sempre nel cuore. Era un grande attaccante, ma d’altra parte la carriera che ha fatto parla per lui.

Matteoli era un centrocampista di qualità, bravissimo tecnicamente. Tra l’altro oltre all’aspetto calcistico, devo dire che era un ragazzo squisito con elevate qualità morali.

Per il terzo nome c’è l’imbarazzo della scelta ed è davvero difficile sceglierne uno. Faccio i nomi di Luca Fusi, Invernizzi, Notaristefano e Didonè, talento straordinario ma che purtroppo non ha avuto la carriera che avrebbe meritato. Poi vorrei fare anche il nome di un mio compagno della Primavera: Gianni Ungaro. Aveva una grandissima tecnica con caratteristiche molto simili a quelle di Pirlo. Anche lui, così come miei tanti ex compagni, non riuscì a sfondare nel calcio che contava. Il problema era che all’epoca il livello del calcio italiano era altissimo, e quindi tanti talenti non riuscirono a fare il salto di qualità perché la concorrenza era davvero agguerrita.

Da qualche anno allena in Svizzera. Qual è il livello attuale del calcio elvetico? Le piacerebbe tornare ad allenare in Italia?

In Italia ho allenato nelle giovanili della Sampdoria e il Palazzolo in serie C. Successivamente la società del Bellinzona, squadra della B elvetica, mi ingaggiò come allenatore, e da quel momento iniziò il mio periodo lavorativo in Svizzera. Il livello del calcio svizzero negli ultimi vent’anni è cresciuto tantissimo. Ho conosciuto a fondo il loro sistema, perché sono stato anche direttore tecnico del Neuchatel Xamax e del Servette.

La federazione negli anni ha sviluppato un progetto dove ci sono precise metodologie di lavoro per tutte le categorie. I tecnici federali seguono personalmente questo progetto cercando di migliorare le qualità tecnico-tattiche di ogni singolo calciatore. La Federazione investe cifre importanti, e ingaggia allenatori esperti. In questo modo negli ultimi anni il calcio svizzero è cresciuto in maniera esponenziale, e di questo naturalmente ne ha giovato anche la nazionale.

Sicuramente mi piacerebbe tornare ad allenare in Italia, soprattutto nelle squadre in cui ho giocato. Purtroppo lavoro da troppo tempo in Svizzera, e quindi credo che ormai il mercato italiano per me sia un po’ chiuso. Ovviamente in questi anni ho accumulato tanta esperienza, che sicuramente potrei utilizzare anche in Italia.

 

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La stagione 1986/87 per l’Avellino fu straordinaria. La compagine irpina, allenata da Luís Vinício, e ormai presenza fissa in serie A, disputò un grande campionato chiuso dalla parte sinistra della classifica e a pochi punti da una clamorosa qualificazione in Uefa.

Quella squadra era stata costruita in maniera magistrale. Soprattutto l’arrivo del brasiliano Dirceu permise ai biancoverdi di fare il definitivo salto di qualità. Di quella rosa ricordiamo i giovani Angelo Alessio e Sandro Tovalieri, due certezze come Walter Schachner e Alessandro Bertoni e due elementi di grande carisma come Stefano Colantuono e Franco Colomba.

Il portiere di quella squadra era Nicola Di Leo che nel nostro libro “Storie di un altro Calcio” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare quella splendida stagione: “Quel campionato fu incredibile. Ottenemmo ben quattro vittorie in trasferta il che in quegli anni per una squadra provinciale come la nostra rappresentava davvero un’impresa. L’ottavo posto fu il miglior piazzamento di sempre dell’Avellino in A. Sfiorammo la qualificazione in Uefa, che con un pizzico di fortuna in più sarebbe potuta arrivare, e a quel punto sarebbe stata l’apoteosi”.

Per gli irpini fu fondamentale l’arrivo del centrocampista brasiliano Dirceu. Il fuoriclasse carioca con la propria nazionale aveva partecipato a ben tre mondiali ed era famoso in tutto il mondo per la sua abilità sui calci piazzati. Ancora oggi è un piacere rivedere le immagini delle sue bordate, con quelle traiettorie velenose che facevano impazzire i portieri avversari. Purtroppo Dirceu morì a soli 43 anni per colpa di un incidente stradale nel 1995. Ancora oggi l’asso sudamericano viene ricordato con grande affetto dai tifosi avellinesi anche per la sua disponibilità ed umiltà fuori dal campo.

Gli irpini, come detto in precedenza, chiusero il campionato all’ottavo posto a cinque punti dalla qualificazione in Europa. I migliori marcatori della squadra furono Angelo Alessio e Dirceu, con sei reti a testa.

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Purtroppo nel calcio, come nella vita, non tutte le favole hanno un lieto fine. La favola di Giuseppe Campione si concluse tragicamente il 14 settembre 1994, a soli 21 anni.
Campione era nato a Bari, e nel 1988 si trasferì giovanissimo a Bologna insieme ai suoi concittadini e coetanei Martino Traversa e Giuseppe Anaclerio. La società rossoblù puntò in maniera decisa sul talentuoso attaccante pugliese, che esordì in serie A a soli 15 anni e 10 mesi. Ancora oggi Campione è tra i primi cinque calciatori più giovani ad aver esordito in massima serie, lo precedono soltanto Amadei, Pellegri, Rivera e A.Rossi.
L’esordio in A avvenne nella partita Bologna-Milan della stagione 1988/89. Campione giocò in Emilia fino al 1992, collezionando tre presenze in Coppa Uefa e conquistando la convocazione con la nazionale Under 18 con cui siglò due reti.
Nella stagione 1992/93 fu trasferito in prestito alla Lodigiani, squadra che militava in C1 gir. B. Giuseppe giocò finalmente con continuità dimostrando ancora una volta tutto il suo talento; infatti il Bologna, nel frattempo retrocesso in C1, lo richiamò alla base con l’idea di affidargli un posto da titolare.
Giuseppe in quella stagione strinse una forte amicizia con l’attaccante Marco Negri, che nel nostro libro “Storie di un altro Calcio” (Edizioni Ultra sport) ha speso bellissime parole sul suo ex compagno di squadra. “Giuseppe Campione era un talento incredibile, sono convinto che avrebbe avuto una carriera di grande livello. Stiamo parlando di un calciatore completo: veloce, rapido, tecnico, cattivo, con la capacità di segnare in tutti i modi. Lo ricordo con grande affetto perché era un ragazzo simpaticissimo e molto particolare”.
Campione in quel campionato collezionò 18 presenze siglando 3 gol. Purtroppo il Bologna fallì la promozione in B dopo la sconfitta nei play-off nel derby contro la Spal, squadra dove il talento pugliese fu ceduto nella stagione successiva.
Quella che sembrava essere una carriera in ascesa si interruppe bruscamente. Era la notte del 14 settembre 1994 quando Giuseppe viaggiava in auto con il suo compagno di squadra Antonio Soda, che era alla guida. A causa dell’asfalto viscido la macchina sbandò, andandosi a schiantare contro un albero nei pressi di Cona, frazione di Ferrara. Campione morì sul colpo, Soda riuscì a salvarsi anche se restò ricoverato per diversi mesi. A bordo dell’auto c’era anche suo fratello Gianluca, che rimase miracolosamente illeso. Così, a soli 21 anni, un tragico destino aveva portato via Giuseppe dall’affetto dei suoi cari e dei suoi tanti amici. Successivamente i tifosi della Spal decisero di intitolargli una curva dello stadio Paolo Mazza, e per diverso tempo fu disputato un memorial in suo onore a cui partecipavano Bologna, Spal e Lodigiani, le sue ex squadre.
Ecco il commosso ricordo di Marco Negri, che non hai mai dimenticato il suo vecchio amico, nel libro “Storie di un altro Calcio” di Giovanni Fusco (Edizioni Ultra sport): “Dopo la sua morte iniziai ad indossare un polsino bianco fatto di cerotti. Con questo gesto volevo ricordarlo, facendolo scendere in campo sempre con me. Ho continuato ad indossare quel polsino per tutta la mia carriera. Non riuscivo a sopportare che un ragazzo così gioioso e innamoratissimo del calcio non potesse più scendere in campo così come facevo io».
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Faccio parte di quella generazione che ha vissuto da bambino il calcio degli anni ‘80 e da adolescente quello degli anni ‘90. Qual è il motivo che spinge i miei coetanei a rimpiangere il calcio di quegli anni? Credo di averlo spiegato, o almeno ci ho provato, nell’introduzione del mio primo libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (edizioni Ultra).

Il calcio negli ultimi vent’anni è cambiato tanto, a mio avviso in peggio, perdendo completamente il suo lato romantico e popolare. Oggi questo sport è legato quasi esclusivamente a dinamiche di mercato e a tutti quegli aspetti economici che sono in netta antitesi con i valori che uno sport come questo dovrebbe esprimere.

Cosa mi manca di quel calcio? Mi manca l’alto livello tecnico dei calciatori, gli stadi pieni, la schedina del Totocalcio, le partite tutte nella stessa giornata e alla stessa ora, ascoltare le radiocronache e guardare 90° minuto condotto da Paolo Valenti. Potrei continuare, ma mi fermo qui.

Ovviamente era anche un’altra Italia, regnava un’atmosfera completamente diversa. Finita l’epoca buia del terrorismo, una buona ripresa economica aprì le porte a un decennio di ottimismo e spensieratezza.

Questa atmosfera positiva si riversò anche nel calcio, e fu proprio in quegli anni che nella nostra serie A sbarcarono i più grandi fuoriclasse del mondo: Zico, Maradona, Rummenigge, Platini, Falcao, Socrates, Briegel, Boniek… la lista sarebbe lunghissima, ma credo che già bastino questi nomi per dare l’idea del livello stratosferico del campionato italiano di allora.

A noi bambini e adolescenti il calcio trasmetteva sensazioni oggi inimmaginabili, forse anche perché all’epoca c’era più semplicità. Parliamo di una generazione cresciuta senza telefonini, senza internet e senza le Pay Tv.

Noi le partite le ascoltavamo alla radio, nella mitica trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, affezionandoci alle voci di grandi giornalisti come Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Riccardo Cucchi, Livio Forma, Carlo Nesti: nomi che hanno accompagnato gli anni più belli della nostra vita.

Dopo aver ascoltato le radiocronache eravamo pronti a sintonizzarci su Rai Uno per vedere le immagini delle partite trasmesse da 90° minuto, condotto magistralmente da Paolo Valenti. Un vero e proprio rito che si ripeteva tutte le domeniche e che coinvolgeva la maggior parte delle famiglie italiane.

Anche molti dei nostri giochi erano legati al calcio: pensiamo a tutto quello che si creava intorno al mondo delle figurine, quando passavamo interi pomeriggi ad attaccare le immagini dei nostri idoli sugli album o quando sui banchi di scuola, durante la ricreazione, per arricchire la collezione giocavamo allo “schiaffetto”. E come dimenticare i tiratissimi tornei di Subbuteo a casa di amici e cugini?

Un doveroso ricordo va anche alla schedina del Totocalcio. Quanti episodi della nostra vita sono legati a quel semplice foglietto di carta? In un’epoca in cui nel nostro Paese le scommesse sportive non erano ancora legalizzate, realizzare un tredici era il sogno di ogni italiano.

Purtroppo tutto questo ci porta indietro a un mondo che non esiste più, spazzato via da un capitalismo sfrenato che ovviamente ha coinvolto anche il pianeta calcio a livello mondiale.

Per quanto mi riguarda la prima fase di decadenza del calcio cosiddetto romantico è rappresentata dai Mondiali di Italia ’90. Quando penso a quel torneo provo sensazioni contrastanti: da un lato ho ricordi bellissimi legati all’atmosfera carica di passione e ottimismo che si respirava nelle città italiane, dall’altro ancora oggi provo una tristezza infinita ripensando a quella maledetta semifinale Italia-Argentina, che ci vide uscire mestamente da una competizione in cui avevamo davvero tutto per vincere. Le mie prime e uniche lacrime versate per il calcio sono legate proprio a quella partita.

Non dimenticherò mai quel gol di Caniggia e l’ultimo rigore fallito da Serena, in una partita stregata in cui un’Italia fortissima, che fino a quel momento aveva sempre vinto senza subire gol, venne eliminata da un’Argentina che in realtà era lontana parente di quella che quattro anni prima aveva trionfato in Messico. Evidentemente doveva andare così, ma fu un epilogo amarissimo.

Italia ’90 rappresentò anche una grande occasione mancata per tutto il nostro movimento calcistico. In quel periodo era necessario ridare slancio al calcio del Bel Pese con strutture moderne che strizzassero l’occhio al futuro. Si era creata la ghiotta opportunità di costruire finalmente degli stadi moderni che potessero anche essere utilizzati per manifestazioni extra sportive, ma purtroppo vennero solo messe in piedi delle vere e proprie cattedrali nel deserto, strutture che di moderno non avevano praticamente nulla. Inoltre ci furono sprechi di denaro enormi, opere incompiute e ben 24 morti sul lavoro.

L’impressione era che già a partire dagli anni Novanta, soprattutto verso la metà del decennio, il calcio con cui eravamo cresciuti si stesse ormai avviando verso un percorso completamente diverso. Si cominciò a prendere una serie di decisioni che inflissero i primi colpi mortali a quella che era la nostra passione. Pensiamo all’avvento delle pay tv con i loro anticipi e posticipi, alla sentenza Bosman, al grande potere che iniziarono ad acquisire i procuratori e a uno sport che diventava col tempo sempre più schiavo del dio denaro.

Ritengo che la seconda e definitiva caduta del calcio italiano ci sia stata avuta verso la fine degli anni Novanta, quando ormai il livello tecnico delle squadre in tutte le categorie iniziava ad abbassarsi, gli investimenti nei vivai diminuivano e gli stadi incominciavano a svuotarsi.

Nonostante la vittoria degli azzurri nei mondiali del 2006 – un’altra occasione non sfruttata dalle nostre istituzioni calcistiche –, il campionato italiano era ormai avviato verso l’inesorabile declino che col tempo ci ha portato allo sfacelo che è sotto gli occhi di tutti e sul quale è ormai inutile soffermarsi più di tanto.

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Era l’11 febbraio 1990 e a Milano si disputò la partita Milan-Napoli, match fondamentale per il primato in classifica. I partenopei avevano due punti di vantaggio sui rossoneri, e un’eventuale vittoria avrebbe voluto dire dare una svolta importante al campionato.
Per la squadra di Sacchi c’era la ghiotta opportunità di rilanciarsi in chiave scudetto, e in caso di vittoria, appaiare il Napoli in classifica.
La compagine allenata da Alberto Bigon doveva rinunciare agli acciaccati Careca e De Napoli, entrambi in panchina, invece nel Milan Colombo era stato preferito ad Evani nel ruolo di esterno.
Nel primo tempo Baresi e compagni ebbero un netto predominio dal punto di vista del possesso palla, ma l’unica occasione davvero importante capitò sui piedi di Massaro che però, a botta sicura, si fece respingere il pallone sulla linea da Baroni. La prima frazione di gioco terminò 0-0. Da segnalare al 35’ l’ingresso in campo di Evani, che sostituì l’infortunato Donadoni.
Nel secondo tempo il Milan passò subito in vantaggio: bella azione sulla sinistra di Evani che effettuò un bellissimo cross per Massaro, il quale con un preciso colpo di testa portò in vantaggio i rossoneri.
Nel Napoli entrarono in campo Careca e Zola per dare maggior peso alla fase offensiva, ma il Milan trovò subito il raddoppio grazie a Maldini. Il secondo gol aveva tagliato le gambe ai partenopei, e così la squadra di Sacchi era padrona del campo e a pochi minuti dal termine triplicò grazie a Van Basten, che con un bel colpo di testa superò l’incolpevole Giuliani.
Una vittoria fondamentale per i rossoneri, che grazie a questo risultato si portarono a pari punti (36 per la precisione) con il Napoli. La lotta per lo scudetto era completamente riaperta.
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Nella stagione 1992-93 il Cagliari allenato da Carlo Mazzone fu protagonista di una grande stagione, che si concluse con un fantastico sesto posto permettendo così una storica e meritatissima qualificazione in Coppa Uefa.

Il Cagliari nella stagione successiva si rinforzò per cercare di far bene sia in Italia che in Europa. L’acquisto più importante fu quello dell’attaccante panamense Dely Valdes che, arrivato tra lo scetticismo generale, si rivelò un giocatore fondamentale. Partito Mazzone, passato alla Roma, il presidente Cellino si affidò all’esperienza di Gigi Radice.

In realtà il rapporto tra il presidente sardo ed il nuovo allenatore fu subito complicato; infatti già alla prima giornata di campionato, dopo una brutta sconfitta subita contro l’Atalanta, Radice fu esonerato e al suo posto arrivò Bruno Giorgi.

Il nuovo allenatore fece subito i conti con un fitto calendario che comprendeva ovviamente anche la Coppa Uefa. Nel primo turno i sardi affrontarono la Dinamo Bucarest: nella partita d’andata i rumeni si imposero con il risultato di 3-2, ma nella gara di ritorno, giocata il 29 settembre 1993, i rossoblù riuscirono a ribaltare il risultato grazie ai gol di Matteoli e Oliveira.

Nel secondo turno la squadra di Bruno Giorgi affrontò il Trabzonspor, una trasferta ostica contro una compagine di buon livello. La partita fu complicata, ed i turchi passarono in vantaggio nel primo tempo. Nella ripresa il match non fu particolarmente entusiasmante, e quando tutto lasciava presagire la vittoria di misura del Trabzonspor, Dely Valdes con una zampata delle sue riuscì a pareggiare. Un risultato importantissimo per il Cagliari, che nella gara di ritorno riuscì tra mille difficoltà a non subire gol. La sfida terminò 0-0, e così Oliveira e compagni riuscirono ad ottenere la qualificazione agli ottavi di finale dove ad attenderli c’era la squadra belga del Malines.

Il Malines dopo i fasti degli anni’80, era una squadra che col tempo si era molto ridimensionata. I rossoblù ebbero vita facile sia nella gara giocata in Belgio, dove i sardi si imposero per 3-1, sia nella partita disputata a Cagliari dove grazie alle reti di Firicano e Allegri la squadra del presidente Cellino riuscì a passare il turno.

Nei quarti di finale ci fu lo scontro, tutto made in Italy, Cagliari-Juventus. Ovviamente la squadra di Trapattoni era la super favorita, ma questa volta i sardi riuscirono a giocare due grandi partite. Nella gara d’andata giocata a Cagliari il primo marzo 1994, gli uomini di Giorgi si portarono in vantaggio al 60’ grazie al gol del solito Dely Valdes e nonostante il forcing finale della Juventus il risultato non cambiò. Nella partita di ritorno la Juventus iniziò subito con ritmi elevati e al 22’ passò in vantaggio grazie al gol di Dino Baggio. Ma dopo soli dieci minuti ecco il pareggio del Cagliari: calcio di punizione di Matteoli e Firicano con un colpo di testa superò Peruzzi. Nella ripresa la Juve cercò in tutti i modi di riportarsi in vantaggio, ed ebbe la grande opportunità grazie ad un calcio di rigore che però Roberto Baggio fallì. A quel punto i rossoblù ebbero tanto spazio a disposizione e grazie ad un’azione di contropiede, Oliveira riuscì a portare la sua squadra sul 2-1: ormai la semifinale era realtà!

Il Cagliari era davvero ad un passo dalla finale di Coppa Uefa, ma sulla sua strada c’era un altro ostacolo italiano: l’Inter. I nerazzuri stavano disputando un campionato disastroso, ma in coppa si trasformavano.

La partita d’andata fu entusiasmante e spettacolare: l’Inter passò in vantaggio grazie ad un colpo di testa di Fontolan, ma il Cagliari pareggiò dopo soli quattro minuti con bomber Oliveira. Nel secondo tempo l’Inter si riportò in vantaggio con Ruben Sosa, ma un indomito Cagliari riuscì incredibilmente a ribaltare il risultato con i gol dei nuovi entrati Criniti e Pancaro.

A San Siro il Cagliari andò a giocarsi la possibilità di una storica finale in Coppa Uefa. Ma la squadra di Bruno Giorgi apparve sin da subito contratta e stranamente arrendevole. Così l’Inter ebbe vita facile e riuscì a vincere con il risultato di 3-0 grazie ai gol di Berti e degli olandesi Bergkamp e Jonk.

Il sogno dei sardi terminò ad un passo dalla finale. Comunque i rossoblù realizzarono un’impresa straordinaria e forse irripetibile. Quella stagione per Oliveira e compagni si concluderà con un dodicesimo posto in campionato con un punto rispetto all’Inter.

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Il Campobasso nella stagione 1984-85 disputò un ottimo campionato di B soprattutto dopo l’arrivo in panchina di Bruno Mazzia, piazzandosi al nono posto. Ma la vera impresa fu compiuta in Coppa Italia dove i molisani, dopo aver superato il girone, si qualificarono agli ottavi di finale, dove affrontarono la grande Juventus allenata da Trapattoni.
La partita d’andata si giocò il 13 febbraio 1985, proprio nel giorno dell’inaugurazione del nuovo e gremitissimo stadio. Il Campobasso disputò un grande match e riuscì ad avere la meglio sulla Juventus con il punteggio di 1-0 (autorete di Pioli). Un risultato storico per la compagine del presidente Molinari, che mandò in visibilio i quarantamila tifosi rossoblù presenti sugli spalti. Una giornata memorabile per la città di Campobasso.
Ecco le formazioni di quella partita:
Campobasso: Ciappi, Anzivino, Trevisan, Maestripiani, Progna, Della Pietra (Donatelli 75′), Perrone, Pivotto, Rebonato (Tacchi 46′), Goretti, Ugolotti (Lupo 65′) All. Mazzia
Juventus: Bodini, Favero, Caricola, Bonini (Koetting 53′), Pioli, Scirea, Briaschi, Tardelli, Vignola, Platini (Limido 46′), Boniek (P. Rossi 46′). All. Trapattoni
Purtroppo quel sogno per i campobassani durò solamente due settimane. Nella gara di ritorno la Juve si impose infatti per 4-1. Nonostante il risultato, neanche quella partita per gli uomini di Trapattoni fu semplice: il Campobasso passò in vantaggio con Perrone al 15’, calciatore che poi avrebbe giocato tanti anni in serie A con Bari e Atalanta. Dopo il gol subìto Platini e compagni si svegliarono, e grazie alle reti del fuoriclasse francese, di Brio, di Briaschi e di Vignola chiusero la pratica.

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La nuova Juventus di Trapattoni nella stagione 1991/92 cercò di completare la rosa con due nuovi stranieri. Nel campionato precedente i bianconeri avevano in squadra solamente due calciatori provenienti dall’estero: Julio Cesar e Hassler. Dopo la cessione del centrocampista tedesco, la Juve aveva la possibilità di tesserare due elementi che potessero dare alla squadra maggiore esperienza internazionale e solidità difensiva.
La società torinese optò per due campioni del mondo come i tedeschi Jurgen Kohler e Stefan Reuter, provenienti entrambi dal Bayern Monaco.
Kohler in quel momento era uno dei migliori difensori in circolazione, nel gioco aereo era insuperabile, e si era sempre contraddistinto per la sua grande continuità. Reuter era il classico terzino fluidificante, molto abile soprattutto in fase offensiva grazie ad un’ottima corsa in progressione.
A completare il terzetto di calciatori stranieri c’era l’esperto difensore brasiliano Julio Cesar, che fu acquistato dai bianconeri nella stagione precedente con Maifredi in panchina.
Il rendimento di Kohler e Reuter fu molto diverso; Jurgen dimostrò sin da subito tutte le sue qualità e si adottò facilmente al nostro campionato, tra l’altro era perfetto per il gioco del Trap.
Per Reuter le cose non andarono come ci si aspettava, ed il suo acquisto si rivelò sbagliato. In realtà il calciatore tedesco fu condizionato sia da un serio problema al menisco, che lo costrinse ad un’operazione, sia dalle scelte tattiche di Trapattoni, che praticamente lo impiegò quasi sempre fuori ruolo. Reuter era un terzino, e invece nella Juve fu impiegato come mediano, ruolo che Stefan non riuscì mai a far suo avendo caratteristiche diverse. Così dopo 28 presenze, Reuter lasciò la maglia bianconera dopo una sola stagione approdando al Borussia Dortmund, squadra con la quale vincerà la Champions League nel 1997 superando in finale proprio la Juventus.
Kohler diventerà uno dei pilastri della Juve, giocando a Torino quattro stagioni e ritornando in patria nel 1995, anche lui al Borussia Dortmund. In maglia bianconera vinse una coppa Uefa, una coppa Italia e uno scudetto.
Per quanto riguarda Julio Cesar, militò nella Juve con alterne fortune fino al 1994. Come Reuter e Kohler fu ceduto al Borussia Dortmund, squadra in cui giocò per ben cinque stagioni.

 

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Il Lecce nella stagione 1989/90 poteva contare su una coppia d’attacco molto esperta composta da Pietro Paolo Virdis, fresco campione d’Europa con il Milan, e dall’argentino Pedro Pasculli, che ormai era alla sua quinta stagione in maglia giallorossa. I due, oltre all’indiscutibile valore tecnico, erano calciatori che potevano vantare anche una notevole esperienza a livello internazionale. L’attaccante sardo durante la sua lunga carriera aveva accumulato molte presenze nelle coppe europee, ed era stato il bomber della nazionale olimpica a Seul ‘88. L’argentino era campione del mondo avendo partecipato al mondiale di Mexico ‘86, competizione nella quale riuscì anche a siglare una rete decisiva agli ottavi di finale contro l’Uruguay.
Mister Carletto Mazzone poteva così allenare due calciatori che avrebbero potuto dare un contributo determinante per il raggiungimento della salvezza. E’ chiaro che Virdis era a fine carriera, e quindi andava gestito nella maniera giusta.
La prima stagione della coppia Pasculli-Virdis fu molto positiva, l’argentino fece qualcosa in più a livello realizzativo siglando in tutto 11 reti, 9 in campionato e 2 in Coppa Italia. L’ex Milan si fermò a 4 gol in campionato, ma furono quasi tutte reti “pesanti” come quella nel derby contro il Bari ed il gol nella vittoria contro la Fiorentina. In quel campionato i giallorossi raggiunsero l’obiettivo salvezza, che permise alla compagine salentina di disputare il terzo campionato consecutivo in Serie A.
Nella stagione successiva Mazzone lasciò la panchina del Lecce ed al suo posto arrivò il giovane Zibì Boniek. Per i giallorossi la prima parte di campionato fu positiva, e alla fine del girone d’andata erano praticamente a metà classifica. Purtroppo nel girone di ritorno le cose cambiarono radicalmente. La squadra iniziò ad avere un vistoso calo di rendimento e ci furono una serie di infortuni molto lunghi come quelli di Garzya, Marino e Benedetti, pedine fondamentali nello scacchiere del tecnico polacco.
Virdis e Pasculli fecero il loro dovere con prestazioni di alto livello, insieme misero a segno undici reti, ma la rosa di quel Lecce era numericamente piuttosto striminzita e così non aveva sostituti all’altezza dei titolari infortunati. La squadra nel giro di pochissimi mesi precipitò in zona retrocessione.
Nelle ultime dieci giornate Pasculli e compagni crollarono ed i giallorossi retrocessero mestamente in B chiudendo la stagione al quart’ultimo posto. Molto probabilmente anche il fatto di avere un tecnico giovane ed inesperto come Boniek, pesò notevolmente nei momenti decisivi del campionato.
Dopo quella stagione Virdis diede l’addio al calcio giocato, invece Pasculli giocò un altro campionato nel Lecce in serie B.
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La nazionale di Arrigo Sacchi dal 30 maggio al 6 giugno del 1992 partecipò alla U.S. Cup, prima edizione di un torneo internazionale organizzato dalla Federazione calcistica statunitense in vista dei mondiali del 1994.
A questa manifestazione presero parte quattro nazionali: Usa, Italia, Portogallo e Irlanda.
Sacchi approfittò dell’occasione per far debuttare diversi calciatori, per una nazionale che era ancora in una fase sperimentale.
Ecco i convocati italiani per la U.S. Cup: R. Baggio, Baresi, Bianchi, Carboni, Casiraghi, Costacurta, Di Chiara, Donadoni, Eranio, Ferri, Fusi, Galia, Lombardo, Maldini, Mancini, Mannini, Marchegiani, Signori, Venturin, Vialli, Zenga.
Nella prima partita, giocata a New Haven, gli azzurri affrontarono il temibile Portogallo, squadra che poteva annoverare calciatori del calibro di Figo, Fernando Couto, Vitor Baia, Joao Pinto, Cadete ecc.
L’Italia schierava in campo calciatori che con Vicini avevano trovato poco spazio: Mannini, Bianchi, Di Chiara, Fusi, Costacurta, e nella ripresa entrarono due novità assolute per la nazionale come Galia e l’attaccante del Foggia Beppe Signori.
Il match si giocò a ritmi piuttosto blandi, d’altra parte i calciatori erano ormai a fine stagione, e quindi non ci si poteva certo aspettare un grande spettacolo. La partita terminò con il risultato di 0-0.
Nella gara d’apertura gli Stati Uniti avevano destato una grande impressione superando l’Irlanda con un netto 3-1.
Gli azzurri nel match successivo affrontarono l’Irlanda con una squadra rinnovata. Sacchi schierò nel ruolo di terzino Carboni, a centrocampo fu inserito Galia, sulla sinistra Signori, e la coppia d’attacco fu formata da Casiraghi e Mancini. La compagine azzurra vinse con il risultato di 2-0 grazie alle reti di Signori, nel primo tempo, e di Costacurta su rigore nella ripresa. Da segnalare nel secondo tempo l’esordio in nazionale di Giorgio Venturin. Una buona Italia, contro una squadra che poi avrebbe affrontato nuovamente a Usa ‘94.
Gli Stati Uniti nel frattempo continuavano la loro marcia trionfale battendo 1-0 il Portogallo.
Nell’ultima gara gli azzurri dovevano far fronte agli Usa, squadra che era sembrata essere la più in forma del torneo. L’unico cambiamento degno di nota nella formazione iniziale fu l’avvicendamento in porta tra Zenga e Marchegiani, con il numero uno del Torino che fece il suo esordio in nazionale. Gli azzurri passarono in vantaggio al secondo minuto grazie ad un bel gol di Roberto Baggio, che riuscì a sfruttare al meglio un assist di Casiraghi. La compagine statunitense trovò il pareggio al 23’ grazie alla rete di Harkes. La gara nella ripresa non ebbe grandi sussulti, ed il risultato non si schiodò dall’1-1. Il pareggio andava benissimo alla nazionale allenata da Milutinovic, che vinse il torneo con 7 punti. Gli azzurri chiusero al secondo posto con 5 punti, frutto di una vittoria e due pareggi.
La U.S. Cup fu un torneo che durò fino al 2000, anno in cui anche questa manifestazione fu definitivamente cancellata.

 

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