Nella serie A della stagione 1988/89 ci furono due novità importanti: il numero delle squadre partecipanti passò da 16 a 18, e si potè tesserare un terzo calciatore straniero, fino ad allora il tetto massimo era di due.

Partiamo in ordine alfabetico dall’Ascoli, che in quel campionato schierava il confermatissimo attaccante brasiliano Casagrande e due calciatori nel giro della nazionale jugoslava come Arslanović e Cvetković.

L’Atalanta poteva contare su tre giocatori di livello internazionale come gli svedesi Stromberg, un’istituzione ormai a Bergamo, e Robert Prytz. In quella stagione arrivò anche il bomber brasiliano Evair, che si dimostrò subito all’altezza della situazione siglando dieci gol nel suo primo anno in Italia.

Il Bologna allenato da Gigi Maifredi si affidò a Stéphane Demol, colonna della nazionale belga, al finlandese Mika Aaltonen e al cileno Hugo Rubio. In realtà questo tris d’acquisti si rivelò fallimentare e completamente al di sotto delle aspettative, la loro avventura in Emilia durò soltanto una stagione.

Il Cesena confermò Davor Jozic e puntò sullo svedese Holmqvist, che però non convinse.

Il Como acquistò il centrocampista brasiliano Milton, che si affiancò a Dan Corneliusson. Tutto ciò però non bastò per salvare i lariani da un’amara retrocessione.

La Fiorentina puntò nuovamente sullo svedese Hysen e acquistò dal Pisa Carlos Dunga, calciatore che era già nel giro della nazionale brasiliana, di cui diventò in breve tempo una colonna.

L’Inter cambiò completamente strategia e acquistò i due fortissimi tedeschi Lothar Matthäus e Andreas Brehme. Il terzo straniero sarebbe dovuto essere l’algerino Rabah Madjer, ma un infortunio pregresso fece sospendere il suo ingaggio. A quel punto la società nerazzurra virò sull’argentino della Fiorentina Ramón Díaz. Furono davvero tre innesti fondamentali per la vittoria dello scudetto.

La Juventus, oltre al confermatissimo Laudrup, acquistò il portoghese “tascabile” Rui Barros, calciatore che risultò prezioso per la squadra bianconera, realizzando 12 reti nella sua prima stagione in Serie A.

La Lazio, ritornata in A, puntò sugli uruguaiani Gutierrez e Ruben Sosa, un grande acquisto, e sull’argentino Gustavo Dezotti.

Il Lecce di Carletto Mazzone riconfermò gli argentini Barbas e Pasculli, ormai due bandiere della squadra salentina, che indossavano la maglia giallorossa dal 1985.

Il Milan completò il mosaico olandese aggiungendo Frank Rijkaard, che insieme a Gullit e Van Basten formava un terzetto di altissimo livello, che si rivelò fondamentale per la conquista della Coppa dei Campioni.

Il Napoli ripartì da Maradona e Careca, coppia incredibile, al quale aggiunse il nazionale brasiliano Alemao, elemento utilissimo per il centrocampo dei partenopei.

Il Pescara allenato da Galeone fece affidamento su un tris di brasiliani: il fortissimo e inossidabile Junior, Edmar e Tita.

Il Pisa del presidentissimo Romeo Anconetani, oltre all’inglese Paul Elliot già presente in rosa l’anno precedente, acquistò l’olandese Mario Been e l’attaccante belga Francis Severeyns, quest’ultimo fece bene in Coppa Italia ma in campionato rimase a secco.

La Roma confermò il grande Rudi Völler, e acquistò i brasiliani Andrade e Renato. I due sudamericani si rivelarono completamente inadatti al campionato italiano. Andrade per la sua lentezza fu soprannominato “er moviola” mentre Renato diventò famoso soprattutto per quello che faceva fuori dal rettangolo di gioco.

La Sampdoria, che aveva già in rosa Cerezo, acquistò dal Barcellona Víctor Muñoz che con la sua esperienza diede un buon contributo alla causa blucerchiata.

Il Torino puntò sui brasiliani Edu e Müller, quest’ultimo capocannoniere della squadra con 11 reti, e sullo jugoslavo Škoro. Una stagione davvero negativa per i granata, che retrocessero clamorosamente in B.

Il Verona allenato da Osvaldo Bagnoli acquistò la coppia argentina Troglio e Caniggia, provenienti entrambi dal River Plate, e confermò il difensore tedesco Thomas Berthold

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Andrea Tentoni era il classico centravanti di peso, molto forte fisicamente e abilissimo nel gioco aereo. Una delle sue caratteristiche principali era quella di avere una grande progressione palla al piede, qualità che lo rendeva micidiale in contropiede.

Tentoni, proveniente dalla Vis Persaro, fu acquistato dalla Cremonese nella stagione 1992/93 e da quel momento per lui iniziò una favola, forse breve, ma comunque ricca di soddisfazioni.

Andrea nel suo primo campionato in maglia grigiorossa mise a segno 16 gol (senza rigori) in Serie B, chiudendo al terzo posto nella classifica marcatori. Meglio di lui fecero soltanto Oliver Bierhoff con 20 reti e Totò De Vitis con 19. Ma non finisce qui, in quella stagione la Cremonese allenata da Gigi Simoni fu promossa in Serie A, e per chiudere in bellezza conquistò anche la Coppa Anglo-Italiana battendo il Derby County nella finale giocata a Wembley, vero tempio del calcio mondiale. Tra i marcatori di quella partita, terminata 3-1 in favore dei lombardi, c’era ovviamente anche Tentoni che così concluse una stagione praticamente perfetta sia per lui che per la Cremonese.

Nell’annata successiva la Cremonese giocò in Serie A, ma Tentoni non risentì affatto del salto di categoria e continuò a segnare come aveva sempre fatto, dimostrando di essere un attaccante determinante anche nel campionato più difficile del mondo.

Mister Gigi Simoni, parlando del suo pupillo, dichiarò: “Tentoni è il più forte centravanti d’ Italia se si gioca in contropiede, bravissimo comunque in campo e fuori. Non è poco“. Anche grazie ai suo gol, la Cremonese fu protagonista di un ottimo campionato, che si concluse con un bel 10° posto.

Le grandi prestazioni di Tentoni non passarono inosservate, e si iniziò a parlare anche di una sua possibile convocazione in nazionale. Quello era l’anno del mondiale di Usa’94, e Sacchi cercava un altro centravanti di peso, visto che l’unico che aveva in nazionale era Gigi Casiraghi.

Il mister di Fusignano iniziò a seguire il centravanti riminese, che per il posto al mondiale sembrava essere in ballottaggio con Andrea Silenzi, calciatore con caratteristiche abbastanza simili a quelle di Tentoni,

Alla fine Sacchi rinunciò all’idea del secondo ariete e convocò Daniele Massaro.

La stagione di Tentoni si concluse con 11 reti in campionato, bottino che sarebbe potuto essere ancora più cospicuo se il bomber non si fosse fermato per qualche settimana a causa della varicella.

A quel punto la carriera di Andrea, che aveva appena 25 anni, sembrava essere in grande ascesa, ma purtroppo non fu così. Dal 1994 in poi Tentoni non riuscì più a giocare ad alti livelli. Dopo la retrocessione della Cremonese andò al Piacenza (stagione 1996/97), ma in Emilia l’ex attaccante grigiorosso sembrava essere la brutta copia di quello ammirato a Cremona, chiudendo la stagione con un solo gol all’attivo.

Da quel momento iniziò la sua parabola discendente, giocò nel Chievo, nel Pescara, e a Rimini, sua città natale, dove chiuse la sua carriera a soli 31 anni.

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La Lega nazionale Professionisti nel 1986 organizzò un torneo estivo a cui presero parte dodici squadre di serie A. Le quattro compagini escluse erano le semifinaliste in Coppa Italia ( Fiorentina, Roma, Como e Sampdoria).

Il torneo fu giocato dal 4 maggio al 19 giugno, e ovviamente non parteciparono gli azzurri convocati da Bearzot al mondiale di Mexico ‘86.

Le squadre furono suddivise in tre gironi da quattro. Passavano il turno le prime due classificate, che poi sarebbero state suddivise in altri due gironi da tre squadre.

Ecco la suddivisione: nel girone 1 erano presenti Juventus, Verona, Pisa e Atalanta. Passarono il turno Pisa e Juventus, con i toscani che chiusero a reti inviolate.

Il girone 2 era composto da Inter, Bari, Avellino e Napoli. Un po’ a sorpresa le due compagini qualificate furono Avellino e Bari. Molto deludente il Napoli, che subì quattro reti dai biancorossi e cinque dagli iripini.

Nel girone 3 erano presenti Milan, Torino, Udinese e Lecce. Passarono alla fase successiva Torino e Udinese con i granata davvero scatenati, visto che in tre partite realizzarono ben undici reti.

Ecco la suddivisione dei gironi nella seconda fase:

Girone 1: Torino, Bari e Pisa

Girone 2: Juventus, Avellino e Udinese

I due gironi furono vinti a sorpresa da Bari e Avellino. Da segnalare le ottime prestazioni degli inglesi Cowans e Rideout per i pugliesi, e di Bertoni e Alessio per la squadra irpina.

La finale Avellino-Bari fu giocata a Benevento il 19 giugno 1986.

Ecco le formazioni:

Avellino: Di Leo, Garuti, Ferroni, Murelli, Amodio, Zandonà, Agostinelli, Pecoraro (88 Grasso), Di Lascio (75 Romano), Benedetti, Alessio (85 Greco) All. Robotti

Bari: Imparato, Cavasin, Cuccovillo, Sclosa, Loseto, Sola, Cupini, Giusto (56 Bergossi), Roselli, Cowans, Rideout All.Bolchi

L’Avellino vinse la finale con il risultato di 3-2 grazie alle reti Alessio, doppietta per lui, e di Benedetti. Per i biancorossi andarono a segno Rideout e Sclosa.

Il capocannoniere della manifestazione fu Alessandro Bertoni con 7 reti, dietro di lui Alessio, Mariani e Rideout con 6 gol a testa

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Gli azzurrini nel 1990 stavano disputando un ottimo campionato europeo Under 21. Ai quarti di finale erano riusciti a superare la fortissima Spagna: nella gara d’andata, giocata ad Ancona, i ragazzi di Cesare Maldini vinsero con il risultato di 3-1, grazie alla doppietta di Stroppa e ad un gol di Casiraghi. Per gli iberici il gol della bandiera fu siglato da Hierro. Nella partita di ritorno la Spagna vinse 1-0, punteggio che permise a Marco Simone e compagni di  qualificarsi per il turno successivo.

Purtroppo il sogno degli azzurrini si interruppe in semifinale, quando furono eliminati da una fortissima Jugoslavia. Il livello di quella squadra era davvero impressionante: tra le sue fila c’era gente del calibro di Savicevic, Boban, Prosinečki, Jarni, Suker, Mihajlović, Boksic, Mijatović e tanti altri calciatori di altissimo livello tecnico. Nonostante il valore degli avversari, gli azzurrini riuscirono a pareggiare in Jugoslavia (0-0) e a fermare gli avversari sul 2-2 (per gli azzurri gol di Marco Simone e autogol di Dukic) nella gara di ritorno giocata in Italia. Purtroppo ciò non bastò a qualificarsi per la finale, a causa dei due gol siglati in trasferta da Suker e Boban.

Ecco le formazioni della partita di ritorno Italia-Jugoslavia giocata a Parma il 9 maggio 1990:

Italia: Peruzzi, Costacurta, Garzya, Benedetti, Fuser, Carbone, Salvatori, Stroppa, Piacentini, Casiraghi, Simone

Jugoslavia: Leković, Mihajlović, Panadić, Đukić, Brnović, Jarni, Boban, Savicevic, Novak, Prosinečki, Suker

Quell’europeo fu vinto dall’Unione Sovietica, un’altra squadra davvero di altissimo livello che aveva in rosa alcuni calciatori che in futuro avrebbero giocato nella nostra Serie A: Shalimov, Dobrovolski, Kanchelskis e Kolyvanov.

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Il Piacenza dal 1995 al 2000 disputò ben cinque stagioni consecutive in Serie A.

Dopa la retrocessione in B, la compagine emiliana stravinse il campionato cadetto 1994/95 con cinque giornate d’anticipo.

Quel Piacenza si avvaleva di un tridente offensivo di altissimo livello composto da Totò De Vitis, Filippo Inzaghi e Gianpiero Piovani, che realizzarono in tutto 42 reti, numeri da capogiro per l’epoca.

La squadra allenata da Gigi Cagni era di nuovo in A, e da quel momento iniziò la favola della società biancorossa, che restò nella massima serie per cinque stagioni consecutive diventando un modello da imitare.

In quegli anni il Piacenza diventò molto popolare, anche perché in Serie A era l’unica squadra ad avere una rosa composta esclusivamente da calciatori di nazionalità italiana. Una politica societaria che durò per diverse stagioni, fino al 2001-02, e che portò i suoi frutti.

Uno dei protagonisti di quel Piacenza era Gianpiero Piovani, che nel nostro libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare la scelta di avvalersi solo di giocatori italiani:

«Ho giocato nel Piacenza per undici anni e non ho mai avuto un compagno di squadra straniero. La società aveva una filosofia ben precisa e preferì puntare sulla crescita del settore giovanile, dal quale in quegli anni vennero fuori giocatori importanti, che furono poi determinanti in prima squadra. Una linea che noi calciatori sposammo in pieno. Anche per gli allenatori era più comodo avere in squadra giocatori della stessa nazionalità, in quanto alcuni concetti tattici erano difficili da spiegare ad un ragazzo che parlava un’altra lingua e che aveva anche dal punto di vista calcistico una cultura diversa dalla nostra. Posso dire a distanza di tanti anni che anche questo fu uno dei segreti di quel Piacenza».

L’epoca targata Gigi Cagni terminò nel 1996. Successivamente, la società emiliana cambiò quattro allenatori in altrettante stagioni (Mutti, Guerini, Materazzi, Simoni).

Il Piacenza retrocesse in B nel 2000, ma ritornò in massima serie dopo soltanto un anno di purgatorio con Walter Novellino in panchina.

1996–97 Piacenza Football Club
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Il Cesena nella stagione 1987/88, era una squadra neopromossa in Serie A allenata dal giovane Alberto Bigon, che aveva preso il posto dell’esperto Bruno Bolchi.

La società romagnola puntava alla salvezza, e aveva effettuato diversi acquisti. Arrivarono due calciatori esperti come il mitico Agostino Di Bartolomei e Davor Jozic, all’epoca già titolare nella nazionale della Jugoslavia. Furono acquistati anche calciatori interessanti come l’attaccante Giuseppe Lorenzo, il terzino Armenise ed il giovane Alessandro Bianchi, un ritorno per lui.

Dopo un avvio di campionato particolarmente stentato, la compagine allenata da Bigon riuscì a trovare la propria identità, e dall’ottava all’undicesima giornata ottenne ben quattro vittorie consecutive, che diedero la svolta alla stagione dei romagnoli.

Tra i punti di forza di quella squadra c’erano bomber Rizzitelli (autore di 9 reti), che nel febbraio 1988 conquistò addirittura la sua prima convocazione in nazionale, il portiere Sebastiano Rossi, l’esterno di centrocampo Alessandro Bianchi, e gli esperti Cavasin, Cuttone, Di Bartolomei e Jozic.

Una rosa costruita con intelligenza, in cui si creò il giusto mix tra giovani di qualità in rampa di lancio e calciatori d’esperienza.

Nel girone di ritorno vi fu un leggero calo di rendimento, ma la squadra del presidente Lugaresi non fu mai coinvolta seriamente nella lotta per non retrocedere.

Alla fine del campionato Sebastiano Rossi e compagni chiusero al nono posto in classifica, un grande risultato per una provinciale neopromossa in Serie A.

Dopo quell’ottima stagione, le due giovani stelle Ruggiero Rizzitelli e Alessandro Bianchi furono ceduti rispettivamente alla Roma e all’Inter.

Per Rizzitelli arrivò anche la convocazione agli europei del 1988, dove però mister Azeglio Vicini non lo fece mai scendere in campo.

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Mychajlyčenko arrivò alla Sampdoria nella stagione 1990-91 con un curriculum importante. Il centrocampista sovietico, con la Dinamo Kiev, vinse tre campionati e diverse coppe nazionali. Anche con la propria nazionale riuscì a ritagliarsi grandi soddisfazioni, riuscendo a vincere le Olimpiadi di Seul nel 1988 e raggiungendo il secondo posto ad Euro’88, competizione nella quale la compagine di Lobanovski aveva sorpreso tutti con un gioco moderno e spumeggiante.

In realtà nonostante le buone qualità tecniche e fisiche, Mychajlyčenko non riuscì mai ad adattarsi al nostro campionato. Un destino comune alla maggior parte dei suoi connazionali, che in quel periodo approdarono in Europa. Troppo diverso lo stile di vita tra l’occidente e l’Unione Sovietica, dove il calcio veniva ancora vissuto come uno sport, lontano anni luce dal mondo patinato della Serie A e degli altri grandi campionati europei.

Boskov dopo qualche mese relegò Mychajlyčenko in panchina, facendogli disputare in tutto 20 partite. Un vero peccato, se pensiamo che quella, tra l’altro, fu una grande stagione per la Sampdoria, che riuscì a conquistare il suo primo e unico scudetto. Il pupillo di Lobanovski nella stagione successiva fu ceduto agli scozzesi dei Glasgow Rangers, squadra in cui terminerà la sua carriera nel 1996.

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La Fiorentina nella stagione 1991/92 aveva costruito, almeno sulla carta, una rosa con cui avrebbe potuto raggiungere la qualificazione in Coppa Uefa.

Il presidente Cecchi Gori effettuò investimenti importanti soprattutto per rinforzare il reparto avanzato. Furono acquistati due attaccanti come Marco Branca e l’argentino Gabriel Batistuta provenienti rispettivamente dalla Sampdoria e dal Boca Juniors, inoltre arrivò il talentuoso fantasista Pietro Maiellaro reduce da grandi stagioni disputate nel Bari. A completare un’ottima campagna acquisti, ci furono gli ingaggi del centrocampista brasiliano Mazinho, proveniente dal Lecce, del portiere Alessandro Mannini, e il ritorno alla base di Stefano Carobbi dopo la sua breve esperienza al Milan.

In panchina fu riconfermato il tecnico brasiliano Lazaroni, che in realtà nella stagione precedente non aveva pienamente convinto.

Nonostante le buone premesse iniziali, le prime sei giornate furono un mezzo disastro: la Fiorentina vinse una sola partita e subì ben tre sconfitte, tra l’altro due in casa. A questo punto la società viola decise di esonerare Lazaroni e chiamare al suo posto l’esperto Gigi Radice.

Con l’avvento del nuovo tecnico le cose iniziarono ad andare meglio, la squadra riuscì ad avere un buon rendimento, e Batistuta cominciò a segnare con una certa regolarità, dimostrando tutte quelle qualità che soprattutto in futuro gli avrebbero permesso di diventare uno dei bomber più prolifici a livello mondiale.

I primi segnali di risveglio però durarono poche giornate; infatti anche con Radice un vero e proprio cambio di marcia non arrivò mai. I gigliati furono eliminati dalla Coppa Italia e iniziò ad emergere il dualismo Orlando-Maiellaro, che penalizzò entrambi. Radice non faceva mai giocare insieme i due fantasisti, che ovviamente si sentivano sempre in discussione.

La Fiorentina nel girone di ritorno fu protagonista di un campionato abbastanza anonimo, fatto di alti e bassi, e chiuse con un deludente dodicesimo posto in classifica e con tanti rimpianti.

L’unica consolazione furono i tredici gol di Gabriel Batistuta, che si rivelò un acquisto azzeccato diventando sin da subito uno degli idoli della tifoseria viola.

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Il Bologna nella stagione 1990/91 partecipò alla Coppa Uefa. Nel campionato precedente la squadra allenata da Gigi Maifredi fu protagonista di una grande stagione sia dal punto di vista dei risultati che sotto il profilo del gioco. Purtroppo per gli emiliani il campionato 1990/91 fu davvero sfortunato, caratterizzato da un rapido cambio in panchina (esonero di Scoglio sostituito da Radice) e poi da una serie di infortuni che falcidiarono la compagine rossoblù. In breve tempo si infortunarono calciatori come Waas, Poli, Cabrini, Tricella, Bonini, Detari ed il portiere Cusin, elementi fondamentali per la compagine emiliana. Il Bologna tra lo stupore generale retrocesse in B con non pochi rimpianti.

Ad un campionato molto deludente fece da contraltare un cammino in Coppa Uefa veramente esaltante, che portò gli uomini di Radice fino ai quarti di finale, in cui furono eliminati dallo Sporting Lisbona.

Uno dei protagonisti di quel Bologna era Pietro Mariani, che nel nostro libro “Storie di un altro Calcio” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare quella indimenticabile avventura:

«Il nostro percorso in Uefa fu incredibile: nelle prime partite d’andata, giocate in trasferta, andavamo sotto di due o tre gol, e poi recuperavamo sempre nel ritorno in casa. Questo avvenne sia nella partita giocata in Scozia contro l’ Heart of Midlothian dove perdemmo 3-1, sia negli ottavi di finale contro l’ Admira Wacker. In Austria subimmo una batosta (3-0), ma poi a Bologna riuscimmo anche noi a siglare tre gol e passammo il turno grazie ai calci di rigore.

Per quanto riguarda la partita contro lo Sporting Lisbona nei quarti di finale, devo dire che fummo ancora una volta molto sfortunati. All’epoca il manto erboso del Dall’Ara era uno dei migliori in Italia, era praticamente un tavolo da biliardo. Negli ultimi secondi della partita contro i portoghesi il nostro attaccante Türkyılmaz, dopo un’ottima azione, era praticamente da solo davanti alla porta e doveva solo appoggiare la palla in rete, purtroppo la sfera colpì l’unica zolla di quel terreno, probabilmente alzata dopo uno scontro di gioco, e finì altissima. Una vera disdetta! Per una zolla perdemmo la semifinale, che per noi sarebbe stata il raggiungimento di un traguardo incredibile, ottenuto con una squadra ridotta all’osso»

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Il Bari nella stagione 1993/94 proveniva da due stagioni molto deludenti, che avevano visto i biancorossi prima retrocedere in B, e poi disputare un campionato anonimo in serie cadetta. La delusione era tanta anche perché quelle squadre avevano in rosa nomi altisonanti, parliamo di gente come Platt, Jarni, Boban, Cucchi, Joao Paulo, Tovalieri, Protti, Progna, Loseto ecc.

Nel campionato 1992/93 i biancorossi erano stati guidati dal tecnico brasiliano Lazaroni, che soltanto due anni prima era l’allenatore della nazionale brasiliana. Purtroppo la stagione si mise male sin da subito, e alla 19a giornata il mister sudamericano fu esonerato e al suo posto arrivò Beppe Materazzi.

Il tecnico sardo cercò di rilanciare i galletti in zona promozione, ma non ci riuscì. La squadra chiuse la stagione al decimo posto.

Per il campionato successivo Matarrese e Regalia attuarono una mezza rivoluzione tecnica. Materazzi rimase al suo posto, ci furono cessioni eccellenti, ma allo stesso tempo arrivarono diversi giovani dalle serie inferiori, e vi fu il ritorno alla base di calciatori del settore giovanile biancorosso come Amoruso, Bigica e Tangorra, che nel frattempo avevano fatto un po’ di gavetta in serie C.

Lorenzo Amoruso diventò sin da subito uno dei punti di forza di quel Bari, e nel nostro libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare quella indimenticabile stagione:

«Ritornai a Bari un po’ nell’anonimato in quanto i biancorossi venivano da un campionato molto deludente in Serie B e in città tra i tifosi serpeggiava grande malcontento. La società voleva rivoluzionare la rosa puntando su giovani di proprietà che erano cresciuti nel settore giovanile biancorosso come Bigica, Tangorra ed il sottoscritto e su giovani che provenivano dalle serie inferiori come ad esempio Ricci, Mangone, Pedone ecc. Della vecchia guardia rimasero in pochi, ma erano tutti elementi di assoluta qualità. Parlo di calciatori come Angelo Alessio, Sandro Tovalieri, Igor Protti, Joao Paulo e Onofrio Barone, tutta gente che in quella categoria faceva la differenza».

Per il ritorno a Bari di Amoruso fu fondamentale la figura di Beppe Materazzi, che convinse il giovane calciatore biancorosso a non partire e a giocarsi le sue carte in un campionato importante come quello della Serie B nella squadra della sua città.

«Quando tornai a Bari, dopo l’esperienza a Pesaro, ero convinto di andar via in quanto ero in pessimi rapporti con alcuni dirigenti della compagine pugliese, con cui in passato avevo avuto un acceso diverbio. A questo punto subentrò Materazzi, che mi volle subito conoscere e mi convinse ad allenarmi con lui ed il suo staff per circa una settimana. Quel breve test ebbe successo ed il mister mi prese da parte dicendomi che aveva saputo dei miei problemi con la società, ma che a lui il passato non interessava e che se mi fossi allenato sempre con impegno e determinazione sarei stato un elemento fondamentale per quella squadra. Devo dire che il mister fu di parola».

Ai nastri di partenza della serie B 1993-94 c’era la favoritissima Fiorentina, che obiettivamente aveva una squadra con cui avrebbe potuto giocare un buon campionato anche in Serie A. Ma in realtà a parte i toscani, quello più che un campionato cadetto sembrava essere una vera e propria serie A. Basterebbe dare un’occhiata alla classifica dei marcatori di quella stagione per capire il livello tecnico di quel torneo. Ecco i nomi degli attaccanti più prolifici del campionato cadetto 1993-94: Agostini, Bierhoff, Batistuta, Galderisi, Scarafoni, Carnevale, Tovalieri, Chiesa, Inzaghi. Senza dimenticare giocatori di livello internazionale come Hagi ed Effenberg. E’ chiaro che qualsiasi paragone con la serie B attuale sarebbe impietoso.

Come da pronostico i viola vinsero quel campionato, ma a soli cinque punti di distacco, un po’ a sorpresa, si piazzò il Bari che dopo due anni di purgatorio ritornò nella massima serie.

Materazzi fu abilissimo a creare il giusto mix tra giovani e calciatori d’esperienza. La squadra in difesa poteva contare su un ottimo portiere come Alberto Fontana e su due centrali affidabili come Ricci e Amoruso. A centrocampo c’era un motorino inesauribile come Emiliano Bigica, capitano a soli 20 anni, e calciatori di qualità come Barone e Alessio coadiuvati da Gautieri a Pedone. In attacco i galletti avevano pedine come Tovalieri, Protti e Joao Paulo che per la serie B erano un autentico lusso.

Il Bari nella stagione 1994/95 optò per pochissimi movimenti di mercato. Gli unici due acquisti degni di nota furono quelli dell’attaccante colombiano Guerrero ed il ritorno del centrocampista brasiliano Gerson. In molti alla vigilia di quel campionato, davano i biancorossi già spacciati e invece la compagine di Materazzi sorprese tutti.

I biancorossi disputarono una grande annata, e soprattutto nel girone d’andata riuscirono ad inanellare una serie di vittorie consecutive che portarono Amoruso e compagni ai vertici della classifica. Nel mese di dicembre, dopo la vittoria del derby contro il Foggia, il Bari era addirittura al quarto posto.

I biancorossi nel girone di ritorno ebbero un notevole calo di rendimento e dovettero dire addio al sogno Uefa, ma la salvezza non fu mai in discussione. Tra i calciatori che si misero maggiormente in luce ci furono il “cobra” Sandro Tovalieri che realizzò 17 gol e i baresi Bigica, nel frattempo diventato capitano dell’Under 21, e Amoruso. A fine stagione furono entrambi ceduti alla Fiorentina allenata da Claudio Ranieri.

Ecco il ricordo di Amoruso a proposito di quella grande annata:

«In quel campionato riuscimmo a mettere in difficoltà chiunque. Il Bari ottenne vittorie storiche a Milano e a Roma esprimendo un calcio brillante. Per me fu una grande soddisfazione da barese, e quindi da profeta in patria, dare il mio contributo per quella stagione ricca di vittorie».

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