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Per le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90 abbiamo incontrato Stefano Maccoppi, che ci ha svelato i segreti ed i punti di forza di quel Como che negli anni ottanta fu una presenza fissa in Serie A. Maccoppi fu proprio uno dei protagonisti di quella squadra.

Lei è cresciuto calcisticamente nel Como, squadra con cui ha militato in serie A dal 1985 al 1990. Quale fu il segreto di quel Como che per diverse stagioni giocò ad alti livelli?

Il segreto del Como di quegli anni era sicuramente il settore giovanile. Insieme al Torino eravamo la squadra che lanciava in Serie A il maggior numero di giovani talenti. Al Torino c’era Sergio Vatta, al Como il mitico Mino Favini.

Di Favini si parla soprattutto per il suo operato all’Atalanta, ma in realtà prima che a Bergamo fece grandi cose in riva al lago.

Da quel settore giovanile sono venuti fuori giocatori del calibro di Fusi, Invernizzi, Borgonovo, Notaristefano, Annoni, e ovviamente il sottoscritto. Potrei fare tanti altri nomi, ma la lista sarebbe veramente lunghissima. Avevamo degli istruttori di alto livello. Ad esempio il mio allenatore in Primavera è stato Narciso Pezzotti, secondo di Boskov alla Sampdoria e secondo di Lippi ai mondiali in Germania nel 2006.

Nella stagione 1985/86 il Como sfiorò la finale di Coppa Italia, persa a tavolino per un accendino lanciato dagli spalti nella gara contro la Sampdoria. Lei disputò entrambe le partite, segnando anche il gol del pareggio all’andata. Che ricordi ha di quel match?

Quella stagione fu particolare, con Claguna in panchina, ottimo allenatore, partimmo male ed il mister fu esonerato. Al suo posto arrivò l’esperto Rino Marchesi. Il nuovo mister ci diede grande tranquillità, riuscimmo a salvarci e a chiudere il campionato a metà classifica. Per la semifinale in Coppa Italia contro la Samp, provo ancora grande rammarico. A Genova pareggiammo 1-1, il gol del pareggio fu siglato proprio da me. Nella gara di ritorno a pochi minuti dal termine passammo in vantaggio con un gol di Albiero, la finale sembrava essere ormai ad un passo ma all’ultimo secondo un tiro deviato si infilò all’incrocio dei pali, e così andammo ai supplementari.

Ai tempi supplementari continuammo a dominare la partita, e andammo nuovamente in vantaggio. A quel punto, a pochi minuti dalla fine, l’arbitro assegnò un rigore dubbio alla Sampdoria e dagli spalti fu lanciato un accendino che colpì in pieno il direttore di gara. La partita fu sospesa, ed il Como perse la gara a tavolino. Ancora oggi prova grande amarezza nel ripensare a quel match, perché avevamo davvero la possibilità di andare in finale e vincere la Coppa Italia. Una vittoria che sarebbe stata storica per la città di Como.

Quali sono i ricordi più belli legati all’esperienza con il Como?

I ricordi più belli sono legati al settore giovanile, dove sono diventato un calciatore pronto per giocare ad alti livelli. Devo tutto agli allenatori delle giovanili, grazie ai loro insegnamenti ho avuto l’onore di giocare per oltre dieci anni in Serie A con le maglie di Como, Bari e Piacenza.

Tra l’altro quello era un gruppo davvero molto unito, era uno spogliatoio allegro dove eravamo tutti amici. Non vedevo l’ora di andare ad allenarmi proprio per ridere e scherzare con i miei compagni. La grande soddisfazione fu quella di giocare in prima squadra con la maggior parte dei ragazzi con cui avevo svolto tutta la trafila del settore giovanile. Questo naturalmente favoriva la coesione del gruppo, visto che ci conoscevamo già tutti alla perfezione.

Negli anni trascorsi con la compagine lariana ha avuto modo di lavorare con diversi allenatori. A quale di questi è maggiormente legato?

Ho lavorato con tanti bravi allenatori. Il mio primo mister è stato Tarcisio Burgnich, che per me che ero cresciuto con il calcio degli anni settanta era una vera icona. Ricordo ancora quando chiedevamo a Burgnich di raccontarci qualche aneddoto su Pelè, calciatore che aveva affrontato nella finale di Mexico ‘70.

Successivamente arrivò Ottavio Bianchi, vero sergente di ferro e grande conoscitore di calcio. Ricordo con grande piacere anche Rino Marchesi, un vero signore, parlava poco ma esprimeva sempre concetti molto interessanti. Dopo fu la volta di un giovane Mondonico, e a quel punto capii cosa volesse dire avere talento anche come allenatore. Emiliano sapeva vincere le partite dalla panchina attraverso cambi e strategie che raramente ho visto in altri tecnici. Successivamente fu ingaggiato Agroppi, grande personaggio, ma con il Como non ebbe grande fortuna. In serie B fui allenato da Galeone, tecnico avanti anni luce in quel periodo. Conosceva il calcio come pochi ed era un piacere parlare con lui . Quindi tutti questi allenatori mi hanno lasciato qualcosa, ma Mondonico e Galeone sono quelli che dal punto di vista tattico sono stati fondamentali per la mia formazione.

Ci fa i nomi dei tre compagni di squadra più forti con i quali ha giocato a Como?

Per i primi due nomi non ho dubbi: Stefano Borgonovo e Gianfranco Matteoli.

Borgonovo era mia compagno di stanza, siamo cresciuti insieme e lo porterò sempre nel cuore. Era un grande attaccante, ma d’altra parte la carriera che ha fatto parla per lui.

Matteoli era un centrocampista di qualità, bravissimo tecnicamente. Tra l’altro oltre all’aspetto calcistico, devo dire che era un ragazzo squisito con elevate qualità morali.

Per il terzo nome c’è l’imbarazzo della scelta ed è davvero difficile sceglierne uno. Faccio i nomi di Luca Fusi, Invernizzi, Notaristefano e Didonè, talento straordinario ma che purtroppo non ha avuto la carriera che avrebbe meritato. Poi vorrei fare anche il nome di un mio compagno della Primavera: Gianni Ungaro. Aveva una grandissima tecnica con caratteristiche molto simili a quelle di Pirlo. Anche lui, così come miei tanti ex compagni, non riuscì a sfondare nel calcio che contava. Il problema era che all’epoca il livello del calcio italiano era altissimo, e quindi tanti talenti non riuscirono a fare il salto di qualità perché la concorrenza era davvero agguerrita.

Da qualche anno allena in Svizzera. Qual è il livello attuale del calcio elvetico? Le piacerebbe tornare ad allenare in Italia?

In Italia ho allenato nelle giovanili della Sampdoria e il Palazzolo in serie C. Successivamente la società del Bellinzona, squadra della B elvetica, mi ingaggiò come allenatore, e da quel momento iniziò il mio periodo lavorativo in Svizzera. Il livello del calcio svizzero negli ultimi vent’anni è cresciuto tantissimo. Ho conosciuto a fondo il loro sistema, perché sono stato anche direttore tecnico del Neuchatel Xamax e del Servette.

La federazione negli anni ha sviluppato un progetto dove ci sono precise metodologie di lavoro per tutte le categorie. I tecnici federali seguono personalmente questo progetto cercando di migliorare le qualità tecnico-tattiche di ogni singolo calciatore. La Federazione investe cifre importanti, e ingaggia allenatori esperti. In questo modo negli ultimi anni il calcio svizzero è cresciuto in maniera esponenziale, e di questo naturalmente ne ha giovato anche la nazionale.

Sicuramente mi piacerebbe tornare ad allenare in Italia, soprattutto nelle squadre in cui ho giocato. Purtroppo lavoro da troppo tempo in Svizzera, e quindi credo che ormai il mercato italiano per me sia un po’ chiuso. Ovviamente in questi anni ho accumulato tanta esperienza, che sicuramente potrei utilizzare anche in Italia.

 

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