6214218377186418

Per le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90 abbiamo incontrato Settimio Lucci, ex difensore di Roma, Avellino, Empoli, Udinese, Piacenza e Verona.

Nel 1983, a soli 18 anni, passò in prestito dalla Roma all’Avellino squadra con cui riuscì ad esordire in Serie A. Quali sono i ricordi più belli legati al suo esordio in A e in generale all’esperienza in maglia biancoverde?

Ho avuto la fortuna di fare il mio esordio allo Stadio Olimpico contro la Lazio. Io ero cresciuto in quello stadio, visto che a quattordici anni facevo il raccattapalle all’Olimpico. Esordire in Serie A a Roma era davvero come toccare il cielo con un dito, un’emozione che porterò sempre nel cuore.

L’esperienza ad Avellino fu molto formativa, ebbi l’opportunità di giocare con calciatori del calibro di Diaz, Barbadillo, Colomba, Di Somma, Vullo ecc.

Imparai tanto da loro e accumulai esperienza in un ambiente sano e positivo.

La stagione successiva tornò a Roma dove giocò due campionati prima di lasciare definitivamente la capitale e passare all’ Empoli. Fu difficile lasciare la Roma? Si aspettava di poter giocare con maggiore continuità e avere qualche opportunità in più?

In realtà avevo la possibilità di rimanere ad Avellino per un altro anno, ma avevo voglia di tornare a giocare nella Roma e probabilmente commisi un errore. In Irpinia mi trovavo bene e avevo la possibilità di giocare un buon numero di partite. All’epoca incontrai il Presidente Dino Viola, che mi chiese se volevo tornare in maglia giallorossa oppure restare in Campania. Avevo solamente diciannove anni, e per me era un onore poter giocare in una squadra che lottava per vincere lo scudetto.

Purtroppo a Roma ero chiuso da gente più esperta di me, inoltre in quel periodo come allenatore c’era Eriksson che cambiò completamente il nostro stile di gioco. Ebbi qualche opportunità di scendere in campo, ma avevo bisogno di giocare con maggiore continuità e così decisi di andare a Empoli dove potevo restare in serie A e allo stesso tempo giocare come titolare. In Toscana restai due anni: nella prima stagione ottenemmo un’importante salvezza, nella seconda finimmo in B, ma solo per colpa di una penalizzazione (-5), risalente ad una sentenza di qualche anno prima. Senza quell’handicap la squadra raggiunse i punti necessari per salvarsi.

In quegli anni diventò un elemento importante dell’Under 21. Che ricordi ha di quell’esperienza e soprattutto della beffa nella partita dei quarti di finale contro la Francia all’europeo del 1988?

Facevo parte dell’Under 21 già nel biennio precedente. Nel 1988 diventai titolare e mi tolsi diverse soddisfazioni. Quella contro la Francia fu un’autentica beffa, in quanto dominammo la partita di ritorno ma purtroppo i transalpini negli ultimissimi minuti realizzarono due gol che causarono la nostra eliminazione.

Ho avuto la fortuna di fare tutta la trafila nelle nazionali giovanili, dai quattordici anni in poi. L’Under 21 per un giovane era davvero il massimo. La squadra era composta da calciatori che militavano quasi esclusivamente in Serie A. A quei tempi anche per essere convocato in Under 21 dovevi essere davvero bravo.

Nel 1991 passò al Piacenza, la squadra con cui militò più a lungo nella sua carriera. Ci può dire quali furono i segreti di quel Piacenza “tutto italiano” che giocò stabilmente in Serie A?

Gli anni di Piacenza sono stati irripetibili sia per noi calciatori, ma anche per la tifoseria piacentina. Era una squadra indimenticabile. Il segreto di quel Piacenza risiedeva nella serietà di quella società. Il Presidente Garilli delegava al direttore sportivo e all’allenatore, non c’erano altre persone che prendevano decisioni. Le gestione tecnica era di esclusiva competenza di Marchetti e Cagni, che insieme lavoravano benissimo. La scelta di acquistare soltanto calciatori italiani derivava dal fatto di non avere la possibilità economica di ingaggiare osservatori all’estero. Inoltre non si voleva affidare tale compito ai procuratori, che spesso portavano in Italia calciatori che non erano assolutamente all’altezza della Serie A.

Eravamo un grande gruppo con valori tecnici importanti. Ad esempio avevo compagni di squadra come Piovani, Turrini, Moretti e De Vitis, che dal punto di vista tecnico avrebbero potuto giocare tranquillamente anche in squadre di alta classifica.

Quali sono stati gli allenatori ai quali è maggiormente legato e che sono stati determinanti per la sua carriera?

Nella mia carriera ho avuto tanti allenatori importanti, e da ognuno ho appreso qualcosa sia a livello tecnico che a livello umano. Penso a Liedholm, Eriksson, Bianchi, Prandelli, Cagni e Salvemini.

Bisogna sempre imparare da tutti, a mio avviso si impara anche da chi ti dice una cosa sbagliata, poi sta a noi avere la capacità di seguire le cose positive che ci hanno insegnato e accantonare quelle negative.

Di cosa si occupa in questo momento?

Attualmente sono il direttore tecnico del Fiorenzuola e mi occupo della gestione tecnica di tutto il settore giovanile, praticamente alleno gli allenatori. Una figura a mio avviso determinante nel calcio di oggi. Cerco di aiutare e consigliare i giovani tecnici, attingendo a quella che è stata la mia esperienza sia da calciatore che da allenatore.

Punto soprattutto a far crescere i ragazzi dal punto di vista umano cercando di svincolarli dalla ricerca ossessiva del risultato. Purtroppo in Italia questo è un concetto ancora difficile da far capire, da noi anche nei settori giovanili siamo esclusivamente legati al risultato e questo non fa crescere. I ragazzi vanno prima di tutto formati, bisogna farli crescere dal punto di vista caratteriale e delle conoscenze, altrimenti rimarremo sempre indietro rispetto agli altri paesi.

Posted in Senza categoria


Rispondi