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Gli azzurri di Azeglio Vicini, dopo la traumatica eliminazione a Italia ‘90, ripresero il loro cammino cercando di mettersi alle spalle quella grande delusione.

L’Italia il 17 ottobre 1990, giocò a Budapest la prima partita del girone di qualificazione agli europei del 1992. Purtroppo il match contro l’Ungheria, avversario non irresistibile, terminò con uno scialbo 1-1, un inizio poco incoraggiante.

Nella seconda gara del girone, giocata a Roma, gli azzurri ospitarono la temibilissima Unione Sovietica. Anche in quella occasione Baresi e compagni giocarono una gara sottotono, facendo grande fatica a rendersi pericolosi. Il match terminò con un noioso e soporifero 0-0.

Dopo due pareggi consecutivi, il cammino dell’Italia in vista della qualificazione appariva già essere in salita. Bisogna considerare che all’epoca si qualificava agli Europei solo ed esclusivamente la prima classificata di ogni girone. Gli azzurri a quel punto non potevano più sbagliare. L’impressione era che la grande amarezza di Italia ‘90 avesse lasciato strascichi su un gruppo che praticamente era rimasto lo stesso del mondiale.

I ragazzi di Vicini tornarono alla vittoria nelle gare contro Cipro e Ungheria grazie a due prestazioni convincenti in cui gli azzurri siglarono in tutto sette reti. Il mister nell’undici titolare aveva introdotto alcune novità, soprattutto a centrocampo, con gli innesti di Crippa, Eranio e Lombardo, che diedero maggiore vivacità alla manovra.

Purtroppo il 5 giugno 1991 nella delicata partita giocata ad Oslo contro la Norvegia, la squadra italiana ripiombò all’improvviso nella mediocrità.

La Norvegia negli anni novanta era una buona squadra, decisamente superiore rispetto a quella di oggi, e non sarebbe stato facile per gli azzurri riuscire a vincere quel match.

Vicini per quella partita doveva fare i conti con diverse assenze, così in attacco ripropose la coppia della Sampdoria Vialli-Mancini, e a centrocampo confermò Lombardo, Crippa ed Eranio coadiuvati dall’inossidabile Nando De Napoli. In difesa Ciro Ferrara, completò lo storico pacchetto arretrato azzurro insieme a Baresi, Ferri, Maldini e Zenga.

Il primo tempo per la compagine italiana fu un incubo: i norvegesi passarono in vantaggio dopo soli cinque minuti grazie a Tore André Dahlum. I nordici al 25’ raddoppiarono grazie ad una splendida azione di Bohinen, che dopo aver dribblato due avversari azzurri depositò in rete alle spalle di Zenga. L’Italia dopo venticinque minuti era già sotto di due gol, un risultato clamoroso che metteva a serio rischio la qualificazione ad Euro ‘92. Per il movimento calcistico italiano si profilava una giornata nera; infatti quello stesso pomeriggio la nostra under 21 era stata spazzata via dai coetanei norvegesi con un sonoro 6-0!

Gli azzurri cercarono una reazione, ma il primo tempo si chiuse con il vantaggio di 2-0 in favore della compagine norvegese.

Nella ripresa Vicini rischiò il tutto per tutto mandando in campo Schillaci, che insieme a Vialli e Mancini avrebbe composto il tridente azzurro.

L’Italia sembrò essersi ripresa dal pessimo avvio di partita, ma il gol arrivò soltanto al 78’ grazie a un colpo di testa di Totò Schillaci. Lombardo effettuò una delle sue tipiche sgroppate sulla destra, servendo un pallone precisissimo sulla testa del bomber siciliano che accorciò le distanze. Per Schillaci quello fu il suo primo gol dopo Italia ’90 e l’ultimo della sua carriera in nazionale.

Vialli e compagni cercarono almeno il gol del pareggio, ma la Norvegia si difendeva benissimo. Al 90’ un altro episodio che completò la giornata da incubo: un nervosissimo Bergomi a soli venti secondi dal suo ingresso in campo si fece espellere. Gli azzurri ormai avevano perso la testa, il match si concluse con la vittoria a sorpresa dei norvegesi.

Per gli azzurri quella fu una sconfitta pesantissima in chiave qualificazione, visto che un mese dopo l’Unione Sovietica vinse in Norvegia con il risultato di 0-1 grazie ad un gol di Mostovoy. I ragazzi di Vicini per qualificarsi a Euro ‘92 erano condannati a vincere contro l’Unione Sovietica a Mosca, un’impresa complicatissima.

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