Italia ’90, le notti magiche vissute da un bambino degli anni ottanta (Italia-Austria)

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Eccoci finalmente arrivati al 9 giugno, gli azzurri affrontavano l’Austria nella prima partita del mondiale. Partire con una vittoria sarebbe stato fondamentale in ottica qualificazione e soprattutto avrebbe caricato a mille i tifosi italiani, che sarebbero potuti essere l’arma in più per i ragazzi di Vicini.

C’era molto ottimismo ma anche un pizzico di preoccupazione, in quanto gli azzurri non giocavano una partita “vera” da due anni, visto che erano stati qualificati d’ufficio a quel mondiale rappresentando il paese organizzatore della manifestazione. Fino a quel momento Baresi e compagni avevano disputato soltanto gare amichevoli. Certo, Vicini aveva avuto tutto il tempo per fare esperimenti senza l’ansia del risultato, e questo rappresentava indubbiamente un vantaggio, ma allo stesso tempo non c’era stato un banco di prova importante per capire il reale valore della squadra.

La rosa sembrava essere di altissimo livello, l’unica pecca era la mancanza di una prima punta che potesse fare la differenza anche in un mondiale. Vicini dal 1988 convocò in quel ruolo diversi calciatori e alla fine, anche un po’ a sorpresa, portò a Italia ‘90 Totò Schillaci. Il bomber siciliano era reduce da una grande stagione con la Juventus, ma con la nazionale aveva collezionato una sola presenza e fino ad un anno prima giocava in B.

A Italia ‘90 c’erano ventidue potenziali titolari, e per Vicini c’era davvero l’imbarazzo della scelta. Il fatto che uno come Roberto Mancini non sia mai riuscito a scendere in campo, rende perfettamente l’idea di quanto fosse forte quella nazionale.

Per la gara contro l’Austria ero ottimista visto che gli unici due calciatori che potevano incutere un po’ di timore erano gli attaccanti Polster, vecchia conoscenza del nostro calcio, e Herzog, giovane talento austriaco che in seguito fu protagonista di un’ottima carriera giocando in squadre prestigiose come Bayern Monaco e Werder Brema.

Gli azzurri in quella partita scesero in campo con la seguente formazione:

Zenga, Bergomi, Baresi, Ferri, Maldini, Ancelotti, Donadoni, De Napoli, Vialli, Giannini, Carnevale.

Non c’erano state grosse novità rispetto a quello che era l’undici titolare che si immaginava alla vigilia, anche se sinceramente l’attacco composto da Vialli e Carnevale non mi convinceva. Lasciare in panchina due numeri dieci come Baggio e Mancini mi appariva uno spreco.

Lo stadio Olimpico di Roma era gremito e c’era un boato assordante. Le notti magiche erano iniziate!

Nel primo tempo gli azzurri dimostrarono subito di essere nettamente superiori agli austriaci, costruendo un notevolissimo numero di azioni da gol. Purtroppo Carnevale sbagliò almeno due occasioni clamorose per portare in vantaggio l’Italia. Giannini e Donadoni diedero grande qualità al nostro centrocampo, disputando una partita di altissimo livello.

Il primo tempo si concluse con il risultato di 0-0, ma c’era grandissimo rammarico. I ragazzi di Vicini avevano prodotto davvero tanto e potevano essere in vantaggio almeno di due gol.

Era emerso, così come si era già notato nelle amichevoli di preparazione al mondiale, il problema del gol. La squadra giocava bene e con qualità, ma concretizzava pochissimo.

 

Il secondo tempo iniziò sulla falsa riga del primo, Italia all’arrembaggio e l’Austria a difendersi, a volte ricorrendo anche alle maniere forti.

Dopo dieci minuti dall’inizio della ripresa ricordo che mio padre iniziò a gridare: “Vicini fai entrare Schillaci! Ma perché non lo fai entrare? E’ l’unico opportunista che può risolvere la partita”. Da premettere che con mio padre avevamo seguito insieme quasi tutte le partite di Coppa Uefa vinta dalla Juventus, ed eravamo diventati entrambi grandi estimatori del bomber siciliano.

A mezz’ora dalla fine, Vicini accontentò mio padre e fece entrare Schillaci al posto di Carnevale. Dopo soli tre minuti dall’ingresso in campo dell’ex calciatore del Messina, ecco l’apoteosi: bellissimo passaggio in verticale di Donadoni per Vialli, che dalla destra inventò un assist perfetto per Schillaci che con un bellissimo colpo di testa portò in vantaggio l’Italia. Finalmente! Mio padre, invece di essere contento, era ancora più incazzato con Vicini: “Ma che cacchio li hai portati a fare Schillaci, Baggio e Mancini! Quelli più forti li lasci in panchina!” Io ovviamente ero felicissimo, ero un bambino di dieci anni e non mi fregava nulla della tattica e di chi giocasse in quel momento. Anche se col tempo mi sono reso conto che probabilmente quella grande rosa non fu gestita nel modo giusto.

La partita era finita, l’Italia era partita col piede giusto. In strada si sentivano già suonare i primi clacson, e io andai a dormire con la convinzione che avevamo davvero tutto per vincere quel mondiale.

Ero fortunato a vivere quel momento in un’età giusta, quando siamo pronti per sognare e quando tutto ci sembra essere possibile.

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