Il 24 febbraio 1993 si disputò ad Oporto la partita Portogallo-Italia, match di qualificazione ai mondiali di Usa ‘94.
Gli azzurri venivano da tre prestazioni poco brillanti, in cui avevano ottenuto due pareggi contro Svizzera e Scozia, e una vittoria striminzita contro Malta. Un altro passo falso contro il Portogallo avrebbe voluto dire mettere in serio pericolo la qualificazione ai mondiali.
Sacchi era già stato messo in discussione dalla critica, le sue scelte non convincevano e la squadra sembrava ancora essere priva di un’identità ben precisa.
L’avversario era particolarmente ostico, parliamo di un Portogallo che poteva annoverare tra le sue fila elementi del calibro di Futre, Figo, Fernando Couto, Vitor Baia, Rui Barros e tanti altri calciatori di livello internazionale.
Sacchi per l’occasione sostituì l’indisponibile Baresi con una garanzia come Vierchowod, e affidò il reparto offensivo a Roberto Baggio, Signori (schierato a sinistra) e Casiraghi. Gli azzurri dovevano vincere, anche un pareggio avrebbe potuto compromettere il cammino verso il mondiale statunitense.
L’avvio della squadra azzurra fu esaltante: al secondo minuto un bel lancio di Maldini pescò in area R.Baggio, che con un stop incredibile fermò il pallone con il destro e con un preciso sinistro superò Vitor Baia. Un grandissimo gol!
Ma il grande avvio della nostra nazionale non si fermò al gol del “divin codino”, al 25’ un assist perfetto di Albertini trovò in profondità il taglio di Casiraghi, cha da bomber navigato anticipò la difesa lusitana e depositò in rete. Portogallo-Italia 0-2! Sicuramente la nazionale più bella della gestione Sacchi nel corso di quelle qualificazioni.
Purtroppo dopo pochi minuti dal suo gol, Casiraghi fu costretto a lasciare il campo. Al suo posto entrò il talentuoso Gigi Lentini, a quel punto Signori lasciò la fascia sinistra al milanista e tornò nel suo ruolo, facendo coppia in attacco con Baggio. Il primo tempo terminò con gli azzurri padroni del campo.
Il Portogallo iniziò la ripresa con un piglio diverso affacciandosi diverse volte dalle parti di Pagliuca. Al 57’ ecco il pareggio dei lusitani: Futre da calcio d’angolo innescò Fernando Couto, che con un colpo di testa superò Pagliuca. In realtà il gol era da annullare, vista la netta carica sul portiere azzurro, ma l’arbitro fu di un altro parere. A quel punto lo stadio di Oporto diventò un’autentica bolgia, e per Maldini e compagni la partita iniziò a complicarsi.
Ad ammutolire nuovamente il pubblico portoghese ci pensò Dino Baggio, che al 74’ con una delle sue bombe siglò il terzo gol per gli azzurri. Il giovane centrocampista con un tiro potentissimo diretto verso l’incrocio dei pali superò l’incolpevole Vitor Baia. Una partita praticamente chiusa.
L’Italia, dopo due pareggi e una brutta prova contro Malta, riuscì finalmente a convincere e a rilanciarsi in ottica qualificazione. Finalmente il 4-4-2 di Sacchi iniziava a dare i suoi frutti, anche se la strada che portava negli Stati Uniti era ancora lunga.

 

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Il Vicenza nella stagione 1994/95 fu allenato da mister Guidolin, e da quel momento per la compagine veneta iniziò un grande ciclo, ricco di vittorie e soddisfazioni.
Dopo aver vinto il campionato di B, i biancorossi affrontarono la serie A (stagione 1995/96) con l’obiettivo della salvezza, ma in realtà Otero e compagni chiusero con un sorprendente nono posto, esattamente a metà classifica. Un risultato impensabile alla vigilia del campionato.
Il Vicenza era una squadra giovane formata da calciatori quasi tutti esordienti in massima serie, ma che sin da subito dimostrò di potersi ritagliare uno spazio importante.
I biancorossi riuscirono ad ottenere la loro prima vittoria alla seconda giornata contro la Fiorentina con il risultato di 1-0. Ecco la formazione con cui gli uomini di Guidolin ebbero la meglio sulla compagine viola di Batistuta e Rui Costa:
Mondini, Sartor, Bjorklund, Lopez, Pistone, Rossi, Di Carlo, Maini, Lombardini, Otero, Murgita.
Questi nomi, fino a qualche tempo prima sconosciuti, iniziarono a rimanere scolpiti nella mente anche dei tifosi avversari e la squadra vicentina incominciò ad essere amata e apprezzata da tutti gli esteti del calcio.
Era diventato davvero un piacere vedere quegli undici calciatori in maglia biancorossa mettere in difficoltà squadroni costruiti a suon di miliardi.
Un altro ricordo indelebile di quel periodo erano le immagini filmate provenienti dallo stadio Romeo Menti di Vicenza con quel fastidiosissimo palo di sostegno della copertura della tribuna, che impediva una visione nitida della partita. Era davvero un’altra epoca…
Il Vicenza nella stagione 1996-97 cercò di rinforzare la squadra con gli innesti di elementi interessanti come l’esperto attaccante Cornacchini, il giovane talento laziale Iannuzzi, il difensore Beghetto ed il giovanissimo camerunese Wome. Il campionato dei vicentini fu subito molto positivo, e nel mese di novembre la compagine veneta era addirittura al primo posto.
Il segreto di quella squadra era rappresentato prima di tutto da un gruppo solido e molto unito. L’uomo fondamentale per quel Vicenza dei miracoli fu sicuramente Guidolin. Ancora oggi l’impressione è che questo allenatore abbia avuto una carriera inferiore rispetto alle sue grandissime qualità; infatti nonostante dopo l’esperienza vicentina sia riuscito a conseguire ottimi risultati, resta il dubbio di quello che avrebbe potuto fare alla guida di una grande squadra. Molto probabilmente anche il fatto di non essere un personaggio particolarmente mediatico, in un calcio che verso la metà degli anni novanta iniziava a trasformarsi, sicuramente non lo ha favorito.
Ecco il parere di Mondini, portiere di quel Vicenza, su Francesco Guidolin. Intervista raccolta nel mio libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (Ultra editrice): «Per la mia carriera mister Guidolin fu determinante. E’ stato lui a volermi a Vicenza e a farmi esordire in A. Mi ha dato degli spunti importanti e mi ha fatto diventare un portiere moderno. E’ un allenatore che adatta le sue idee alle caratteristiche dei calciatori che ha a disposizione. La sua abilità dal punto di vista tattico era quella di riuscire sempre a trovare i punti deboli delle squadra avversarie. Ogni domenica ci dava opzioni diverse per affrontare al meglio qualsiasi tipo di situazione durante la partita. Era proprio grazie alle sue magistrali letture tattiche se quel Vicenza riusciva a mettere alle corde anche squadre nettamente superiori tecnicamente».
La stagione 1996-97 per i vicentini si chiuse in maniera trionfale con la sorprendente vittoria della Coppa Italia battendo in finale il Napoli.
La finale prevedeva la doppia partita di andata e ritorno. Nel primo match giocato a Napoli l’8 maggio 1997, i partenopei la spuntarono con il risultato di 1-0 (rete di Pecchia). La partita di ritorno si disputò a Vicenza il 29 maggio 1997. Il Vicenza passò in vantaggio nel primo tempo con una rete di Maini. Nella ripresa il risultato non si sbloccò e furono necessari i tempi supplementari. A questo punto arrivò il capolavoro degli uomini di Guidolin, che con caparbietà e determinazione riuscirono prima a raddoppiare con Maurizio Rossi, entrato nel secondo tempo, e dopo a triplicare grazie alla rete del giovane talento Alessandro Iannuzzi. Il Vicenza con questa vittoria ottenne un risultato storico.
Nella stagione successiva la squadra veneta disputò una grandissima Coppa delle Coppe, e trascinata dai gol di Pasquale Luiso arrivò fino alle semifinali, dove la la squadra di Guidolin fu eliminata dal Chelsea allenato da Gianluca Vialli. Quella fu l’ultima stagione del tecnico veneto sulla panchina vicentina, una grande avventura durata quattro anni, che portò il Vicenza ad ottenere risultati incredibili.

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Faccio parte di quella generazione che ha vissuto da bambino il calcio degli anni ‘80 e da adolescente quello degli anni ‘90. Qual è il motivo che spinge i miei coetanei a rimpiangere il calcio di quegli anni? Credo di averlo spiegato, o almeno ci ho provato, nell’introduzione del mio primo libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (edizioni Ultra).
Il calcio negli ultimi vent’anni è cambiato tanto, a mio avviso in peggio, perdendo completamente il suo lato romantico e popolare. Oggi questo sport è legato quasi esclusivamente a dinamiche di mercato e a tutti quegli aspetti economici che sono in netta antitesi con i valori che uno sport come questo dovrebbe esprimere.
Cosa mi manca di quel calcio? Mi manca l’alto livello tecnico dei calciatori, gli stadi pieni, la schedina del Totocalcio, le partite tutte nella stessa giornata e alla stessa ora, ascoltare le radiocronache e guardare 90° minuto condotto da Paolo Valenti. Potrei continuare, ma mi fermo qui.
Ovviamente era anche un’altra Italia, regnava un’atmosfera completamente diversa. Finita l’epoca buia del terrorismo, una buona ripresa economica aprì le porte a un decennio di ottimismo e spensieratezza.
Questa atmosfera positiva si riversò anche nel calcio, e fu proprio in quegli anni che nella nostra serie A sbarcarono i più grandi fuoriclasse del mondo: Zico, Maradona, Rummenigge, Platini, Falcao, Socrates, Briegel, Boniek… la lista sarebbe lunghissima, ma credo che già bastino questi nomi per dare l’idea del livello stratosferico del campionato italiano di allora.
A noi bambini e adolescenti il calcio trasmetteva sensazioni oggi inimmaginabili, forse anche perché all’epoca c’era più semplicità. Parliamo di una generazione cresciuta senza telefonini, senza internet e senza le Pay Tv.
Noi le partite le ascoltavamo alla radio, nella mitica trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, affezionandoci alle voci di grandi giornalisti come Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Riccardo Cucchi, Livio Forma, Carlo Nesti: nomi che hanno accompagnato gli anni più belli della nostra vita.
Dopo aver ascoltato le radiocronache eravamo pronti a sintonizzarci su Rai Uno per vedere le immagini delle partite trasmesse da 90° minuto, condotto magistralmente da Paolo Valenti. Un vero e proprio rito che si ripeteva tutte le domeniche e che coinvolgeva la maggior parte delle famiglie italiane.
Anche molti dei nostri giochi erano legati al calcio: pensiamo a tutto quello che si creava intorno al mondo delle figurine, quando passavamo interi pomeriggi ad attaccare le immagini dei nostri idoli sugli album o quando sui banchi di scuola, durante la ricreazione, per arricchire la collezione giocavamo allo “schiaffetto”. E come dimenticare i tiratissimi tornei di Subbuteo a casa di amici e cugini?
Un doveroso ricordo va anche alla schedina del Totocalcio. Quanti episodi della nostra vita sono legati a quel semplice foglietto di carta? In un’epoca in cui nel nostro Paese le scommesse sportive non erano ancora legalizzate, realizzare un tredici era il sogno di ogni italiano.
Purtroppo tutto questo ci porta indietro a un mondo che non esiste più, spazzato via da un capitalismo sfrenato che ovviamente ha coinvolto anche il pianeta calcio a livello mondiale.
Per quanto mi riguarda la prima fase di decadenza del calcio cosiddetto romantico è rappresentata dai Mondiali di Italia ’90. Quando penso a quel torneo provo sensazioni contrastanti: da un lato ho ricordi bellissimi legati all’atmosfera carica di passione e ottimismo che si respirava nelle città italiane, dall’altro ancora oggi provo una tristezza infinita ripensando a quella maledetta semifinale Italia-Argentina, che ci vide uscire mestamente da una competizione in cui avevamo davvero tutto per vincere. Le mie prime e uniche lacrime versate per il calcio sono legate proprio a quella partita.
Non dimenticherò mai quel gol di Caniggia e l’ultimo rigore fallito da Serena, in una partita stregata in cui un’Italia fortissima, che fino a quel momento aveva sempre vinto senza subire gol, venne eliminata da un’Argentina che in realtà era lontana parente di quella che quattro anni prima aveva trionfato in Messico. Evidentemente doveva andare così, ma fu un epilogo amarissimo.
Italia ’90 rappresentò anche una grande occasione mancata per tutto il nostro movimento calcistico. In quel periodo era necessario ridare slancio al calcio del Bel Pese con strutture moderne che strizzassero l’occhio al futuro. Si era creata la ghiotta opportunità di costruire finalmente degli stadi moderni che potessero anche essere utilizzati per manifestazioni extra sportive, ma purtroppo vennero solo messe in piedi delle vere e proprie cattedrali nel deserto, strutture che di moderno non avevano praticamente nulla. Inoltre ci furono sprechi di denaro enormi, opere incompiute e ben 24 morti sul lavoro.
L’impressione era che già a partire dagli anni Novanta, soprattutto verso la metà del decennio, il calcio con cui eravamo cresciuti si stesse ormai avviando verso un percorso completamente diverso. Si cominciò a prendere una serie di decisioni che inflissero i primi colpi mortali a quella che era la nostra passione. Pensiamo all’avvento delle pay tv con i loro anticipi e posticipi, alla sentenza Bosman, al grande potere che iniziarono ad acquisire i procuratori e a uno sport che diventava col tempo sempre più schiavo del dio denaro.
Ritengo che la seconda e definitiva caduta del calcio italiano ci sia stata avuta verso la fine degli anni Novanta, quando ormai il livello tecnico delle squadre in tutte le categorie iniziava ad abbassarsi, gli investimenti nei vivai diminuivano e gli stadi incominciavano a svuotarsi.
Nonostante la vittoria degli azzurri nei mondiali del 2006 – un’altra occasione non sfruttata dalle nostre istituzioni calcistiche –, il campionato italiano era ormai avviato verso l’inesorabile declino che col tempo ci ha portato allo sfacelo che è sotto gli occhi di tutti e sul quale è ormai inutile soffermarsi più di tanto.

 

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Il neopromosso Verona si apprestava ad affrontare la Serie A con fiducia, ma allo stesso tempo consapevole che l’unico obiettivo al quale poteva aspirare era quello del raggiungimento della salvezza.
Gli anni del grande Verona di Bagnoli erano ormai lontani, e gli scaligeri dopo l’ottima stagione in B cercavano conferme in massima serie.
Sulla panchina gialloblu fu riconfermato Eugenio Fascetti, specialista nelle promozioni, che questa volta era chiamato a fare la differenza anche in A.
La campagna acquisti della società veronese ebbe come fiore all’occhiello l’acquisto di un grande talento come Dragan Stojkovic.
Stojkovic era un centrocampista offensivo dotato di grande tecnica, che dopo aver incantato con la Stella Rossa e ai mondiali di Italia ‘90, memorabile la sua doppietta contro la Spagna, si era trasferito in Francia al Marsiglia. Nel campionato francese il calciatore jugoslavo giocò pochissime partite a causa di un grave infortunio al ginocchio. Il Verona, nonostante alcuni dubbi legati alla sue condizioni fisiche, decise di acquistare Stojkovic sborsando circa 9 miliardi di lire.
Un altro rinforzo importante fu quello dell’attaccante rumeno Florin Raducioiu, calciatore dall’indubbio talento, ma che alla prima esperienza in Italia nelle file del Bari aveva dimostrato di essere forse ancora acerbo per il nostro campionato. Gli scaligeri puntarono anche sull’usato sicuro, assicurandosi gli ingaggi di calciatori esperti come Renica, Luca Pellegrini e Celeste Pin.
La squadra sembrava essere all’altezza della situazione, ma dopo le prime giornate emersero notevoli difficoltà. Il Verona perse le prime tre partite, ma riuscì a riscattarsi con due vittorie casalinghe consecutive contro Bari e Cremonese. Purtroppo i due calciatori che avrebbero dovuto fare la differenza, Stojkovic e Raduciou, delusero le aspettative. L’attaccante rumeno era molto bravo dal punto di vista tecnico, ma sbagliava gol clamorosi, e col passare delle giornate quegli errori iniziarono a pesare come macigni.
Stojkovic anche a Verona, come era già successo in Francia, era spesso infortunato e tra l’altro i continui impegni con la sua nazionale non permisero un tranquillo recupero. Forse la migliore partita di Dragan in Serie A fu quella giocata contro l’Inter il 9 febbraio 1992. In quella occasione il calciatore jugoslavo mise in mostra tutto il suo talento con giocate di altissimo livello, che permisero al Verona di ottenere un importantissimo successo per la lotta salvezza. Il campione della Stella Rossa e di Italia ‘90 sembrava essere tornato, ma purtroppo non fu così. Il centrocampista ex Marsiglia continuava ad avere problemi fisici e quando giocava faceva fatica ad incidere. Intanto la stagione per i veneti si complicò: la classifica iniziava a farsi sempre più complicata e Fascetti fu esonerato. Alla venticinquesima giornata al posto del tecnico viareggino arrivò la coppia Liedholm-Corso, una scelta forse sbagliata. Il cambio in panchina si rivelò inutile, e i gialloblu finirono mestamente in B chiudendo il campionato al terzultimo posto, precedendo Cremonese e Ascoli.
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I Giochi del Mediterraneo, soprattutto nel calcio, non hanno mai ottenuto grande considerazione da parte dei tifosi e degli addetti ai lavori, eppure anche in questo torneo la nostra nazionale ha ottenuto grandi risultati. Nella storia di questa competizione, gli azzurri detengono il record di vittorie (4 medaglie d’oro e tre d’argento).
Una delle migliori squadre italiane fu quella del 1997, anno a cui risale l’ultima vittoria dei Giochi del Mediterraneo da parte degli azzurri.
Quell’edizione fu organizzata in Italia, a Bari, e le partite si giocarono ad Andria, Bari, Barletta, Bisceglie, Brindisi, Foggia, Lecce e Taranto. In quel torneo parteciparono le squadre Under 23, come già accaduto quattro anni prima.
Gli azzurri allenati da Marcoli Tardelli si presentarono con una rosa importante e di qualità:
Portieri: Buffon, Gianello, Sereni
Difensori: Birindelli, Coco, Dal Canto, Grandoni, Innocenti, Pesaresi, Rustico, Zamboni
Centrocampisti: Baronio, Binotto, De Ascentis, Fiore, Giannichedda, Longo
Attaccanti: Campolonghi, Iannuzzi, Lucarelli, Totti, Ventola
Ai nastri di partenza le squadre favorite per la vittoria finale erano tre: Spagna, Italia e Francia. Il torneo era suddiviso in quattro gironi, e l’Italia faceva parte del Gruppo B con Albania e Jugoslavia.
Nella partita d’esordio contro l’Albania, gli uomini di Tardelli vinsero agevolmente con il risultato di 4-0, grazie alle reti di Ventola, Baronio, Iannuzzi e Fiore. La seconda gara contro la Jugoslavia fu più ostica, e terminò 0-0, con gli azzurri che riuscirono a qualificarsi alle semifinali grazie alla differenza reti. Ricordiamo che a passare il turno era solo la prima classificata.
Le due semifinali erano Italia-Spagna e Turchia-Grecia, quest’ultima aveva sconfitto a sorpresa la Francia con un sonoro 3-0.
Gli azzurri riuscirono a superare lo scoglio spagnolo con il risultato di 2-0, grazie alle reti dell’attaccante del Bari Nicola Ventola e del centrocampista del Napoli Raffaele Longo. Nell’altra partita la Turchia ebbe la meglio della Grecia ai tempi supplementari (1-0).
I greci conquistarono il bronzo battendo la Spagna nella finalina per il terzo posto grazie ad un gol di Liberopoulos.
La finalissima Italia-Turchia fu giocata a Bari il 25 giugno 1997.
Ecco la formazione degli azzurri:
Buffon, Birindelli, Grandoni, Innocenti, Dal Canto, Pesaresi, Giannichedda, Baronio, De Ascentis, Totti, Ventola
La Turchia passò in vantaggio con Cetin, la gara per gli uomini di Tardelli sembrò essere subito in salita ma Totti e Ventola in due minuti, con un gol a testa, portarono il risultato sul 2-1. A questo punto gli azzurri si scatenarono, e chiusero il primo tempo sul 3-1 grazie ad un altro gol di Totti, una doppietta per lui.
La seconda frazione di gioco per Baronio e compagni fu una formalità, e l’Italia con i gol di Ventola e Longo chiuse la pratica Turchia con un netto 5-1.
La formazione italiana vinse la medaglia d’oro dopo 30 anni. Ancora oggi quella del 1997, rimane l’ultima vittoria dell’Italia ai Giochi del Mediterraneo.
I mattatori di quell’edizione furono sicuramente Totti, che con le sue giocate e i suoi assist fece deliziò la platea, e Ventola che con quattro gol realizzati fu il capocannoniere della manifestazione.
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L’Ascoli nella stagione 1987/88 cercava la seconda salvezza consecutiva in Serie A, e aveva cercato di rinforzarsi soprattutto in attacco mettendo a segno un grande colpo come quello del nazionale brasiliano Walter Casagrande, proveniente dal Porto. Oltre al calciatore verdeoro, la società di Costantino Rozzi aveva ingaggiato Hugo Maradona, fratello del fuoriclasse del Napoli. In realtà Hugo arrivò in Italia troppo presto, aveva solo diciotto anni ed era ancora acerbo per un campionato così difficile come la serie A dell’epoca. Oltre ai due calciatori sudamericani, arrivarono i napoletani Carannante e Celestini, e i difensori Benetti, Rodia e Miceli.

A guidare l’Ascoli fu riconfermato Ilario Castagner, che nella stagione precedente aveva condotto la squadra marchigiana alla salvezza.

L’inizio del campionato per i bianconeri fu abbastanza positivo, la compagine del presidente Rozzi poteva contare su un’ottima coppia d’attacco composta da Casagrande e da Lorenzo Scarafoni, giovane talento dell’ Under 21. A fine stagione i due attaccanti realizzarono in tutto quindici reti.

L’Ascoli disputò anche un’ottima Coppa Italia, superando agli ottavi di finale il grande Milan di Sacchi. Nella gara d’andata i bianconeri vinsero a S.Siro con il risultato di 0-1 grazie ad un gol di Destro. Nella partita di ritorno il Milan riequilibrò il match grazie alla rete di Virdis. Furono i calci di rigore a decidere chi avrebbe passato il turno, e nei tiri dal dischetto i ragazzi di Castagner prevalsero grazie alla freddezza di Giovannelli, Greco, Benetti e Destro.

La corsa dei marchigiani in quel torneo terminò ai quarti di finale contro la Sampdoria, squadra che poi vinse la Coppa Italia.

L’Ascoli in campionato lottò per la salvezza fino alle ultimissime giornate, centrando l’obiettivo solo grazie ad un punto di vantaggio dall’Avellino, chiudendo a pari merito (24 punti), con Pisa e Pescara.

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Il Genoa nella stagione 1995/96 ripartì dalla serie B, dopo un’ amarissima retrocessione. I grifoni sembravano essere i favoriti per un immediato ritorno in A, visto che partivano già da un’ottima base e sul mercato erano stati piuttosto attivi ingaggiando calciatori del calibro di Nappi, Montella, Magoni ecc. Questi acquisti andavano ad integrare una rosa che poteva contare su giocatori che erano un vero lusso per la serie cadetta. Parliamo di Torrente, Ruotolo, Spagnulo, Bortolazzi, Van’t Schip, Galante e tanti altri elementi che in quella categoria facevano la differenza.

A guidare quel gruppo c’era l’esperto Gigi Radice, allenatore che aveva un grande passato, ma che allo stesso tempo proveniva da stagioni complicate.

L’inizio del campionato fu molto positivo, e la squadra sembrava confermare i pronostici della vigilia che vedevano i grifoni i principali favoriti per la promozione. A sorprendere fu soprattutto il giovane attaccante Vincenzo Montella, che segnava con una sorprendente facilità e con Nappi formava una coppia d’attacco da serie A.

Purtroppo dopo un avvio di campionato particolarmente brillante, nel girone di ritorno iniziarono le prime difficoltà e la squadra entrò in un tunnel senza uscita. Torrente e compagni non riuscivano più a vincere, e la zona promozione iniziava pericolosamente ad allontanarsi. A quel punto il presidente Spinelli decise di esonerare Radice sostituendolo con un altro tecnico esperto come Gaetano Salvemini. Purtroppo anche con il nuovo allenatore il definitivo cambio di marcia non arrivò mai, e la promozione diventò un traguardo irraggiungibile. Il Genoa chiuse il campionato al settimo posto con tanti rimpianti e con l’unica consolazione di Montella vice-capocannoniere dietro a Hubner.

A salvare parzialmente la stagione dei grifoni, ci fu la vittoria nel torneo anglo-italiano. Nella finale giocata a Wembley il 17 marzo 1996, il Genoa superò nettamente il Port Vale con il risultato di 5-2. Per gli uomini di Salvemini andarono a segno Ruotolo, una grande tripletta per lui, Galante ed il solito Montella.

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Tra la metà degli anni ottanta e la metà degli anni novanta, se una società di serie B puntava in maniera decisa alla conquista della massima serie, doveva rivolgersi ad un vero specialista delle promozioni come il viareggino Eugenio Fascetti.
Fascetti dal 1985 al 1996 conquistò ben cinque promozioni dalla B alla A, rispettivamente con Lecce, Lazio, Torino, Verona e Bari. Un vero e proprio record!
In realtà il record di numero di promozioni in serie A spetta a Luigi Simoni con sette, a quota cinque ci sono Sonetti, Mondonico e Fascetti. Ma il mister di Viareggio riuscì ad ottenerle in soli undici anni, praticamente una volta ogni due anni. Una media altissima considerando che Fascetti in quel decennio allenò per tre stagioni in Serie A (Lecce, Verona e Bari).
L’allenatore toscano sfiorò la sua prima promozione già nei primi anni ottanta con il Varese, squadra che proponeva davvero un bel gioco e con cui Fascetti conquistò prima la serie B, e nel 1981-82 arrivò ad un passo dalla massima serie raggiungendo il quarto posto a soli due punti dal terzo (all’epoca salivano le prime tre).
Nel 1983 passò al Lecce, dove il primo anno sfiorò ancora una volta la promozione giungendo al quarto posto. La promozione arrivò nella stagione successiva, un risultato storico per la compagine salentina che avrebbe giocato in A per la prima volta nella sua storia. Purtroppo il sogno durò un solo anno, perché il Lecce nonostante gli acquisti degli argentini Barbas e Pasculli, retrocesse in B chiudendo all’ultimo posto.
Fascetti nella stagione 1986/87 fu ingaggiato dalla Lazio, squadra che partiva da una penalizzazione di 9 punti in classifica a causa del coinvolgimento nella vicenda del Totonero-bis. Il mister toscano riuscì a conquistare la salvezza agli spareggi, una stagione molto sofferta con cui però furono messe le basi per il campionato successivo, dove la Lazio ritornò in Serie A. Purtroppo Fascetti non fu riconfermato e disputò una nuova stagione in B ad Avellino, subentrando a Ferrari a campionato in corso. Per il mitico Eugenio la grande occasione arrivò nel 1989 alla guida del Torino, quando con una e vera e proprio corazzata per la B conquistò agevolmente la sua terza promozione in quattro anni. Era il Torino di Lentini, Cravero, Muller, Policano e di tanti altri calciatori che erano un lusso per la serie cadetta. Anche questa volta, come già accaduto con la Lazio, Fascetti non fu confermato per la A. L’impressione era che ormai il mister venisse considerato esclusivamente come uno specialista della serie cadetta. Nel 1990 l’ennesima promozione, questa volta alla guida del Verona. Con gli scaligeri l’allenatore toscano giocò anche in massima serie, ma nonostante una buona squadra e l’acquisto di un talento come Dragan Stojković, la squadra finì mestamente in B, e Fascetti fu esonerato alla venticinquesima giornata.
Successivamente passò alla Lucchese dove allenò per due anni. Per il mister toscano sembrava essere ormai arrivato il declino, ma nel 1995 la carriera di Fascetti si rilanciò alla guida del Bari, dove probabilmente a livello di risultati visse i suoi anni migliori disputando quattro stagioni consecutive in Serie A e lanciando tanti giovani come ad esempio Zambrotta, Cassano e Ventola.
Alla guida dei biancorossi conquistò la promozione nella stagione 1996/97, chiusa al quarto posto, e da questo momento in poi con i galletti avviò un ciclo positivo sfiorando in una stagione (1998-99) la qualificazione in Uefa.
Eugenio Fascetti dopo aver smesso di allenare ha lavorato come opinionista alla trasmissione 90º minuto Serie B, ed è stato spesso ospite in diversi programmi sportivi.
L’unico rammarico della sua carriera resta quello di non aver mai avuto l’opportunità di allenare una grande squadra in serie A. Una panchina che avrebbe sicuramente meritato, ma indubbiamente anche il suo carattere non lo aiutò. Fascetti è sempre stata una persona schietta, che non si è mai piegata al politicamente corretto, e queste qualità in un mondo come quello del calcio non sono ben viste.
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Dopo il mondiale giocato in Messico nel 1986, Bearzot lasciò la panchina della nazionale ad Azeglio Vicini, che fino a quel momento era stato il ct dell’Under 21.
Alla guida degli azzurrini passò Cesare Maldini, che ebbe il non facile compito di rivoluzionale la squadra, visto che gli elementi di spicco del biennio precedente facevano ormai parte della nazionale maggiore.
L’Under 21 italiana poteva ripartite da calciatori di qualità come Maldini, Berti, Crippa, Notaristefano, Rizzitelli, Cucchi, e tanti altri giovani che già giocavano con continuità in Serie A.
Nel ruolo di portiere si alternarono i promettenti Gatta e Nista, anche se ovviamente sostituire un mostro sacro come Zenga non fu affatto semplice.
Nel biennio 1986-88 il cammino dei ragazzi di Cesare Maldini fu abbastanza positivo, ma l’avventura agli Europei si fermò contro la Francia ai quarti di finale in una gara rocambolesca.
La partita di ritorno venne disputata a San Benedetto del Tronto e la nostra Under era condannata a vincere, visto che la gara d’andata era terminata con il risultato di 2-1 a favore dei francesi.
Ecco la formazione con la quale i ragazzi allenati da Cesare Maldini cercarono di ribaltare il risultato:
Nista, Brambati, Zanoncelli (71′ Annoni), Benedetti, Lucci, Maldini, Berti, Crippa, Rizzitelli, Cucchi, Scarafoni (54′ Ciocci)
Verso la fine del primo tempo le cose per gli azzurri si misero bene: Rizzitelli inventò un bel pallonetto con il quale portò in vantaggio l’Italia. Nella ripresa Ciocci entrò in campo al posto di Scarafoni e fu proprio l’attaccante dell’Inter a raddoppiare grazie ad un assist proprio di Rizzitelli. La vittoria sembrò essere quasi in cassaforte, ma negli ultimi dieci minuti arrivò la beffa: i transalpini in cinque minuti prima accorciarono le distanze e poi pareggiarono con una doppietta di Paille. Risultato finale 2-2 e per la nostra Under 21 un’eliminazione cocente.
Nel biennio successivo (1988/1990), gli azzurrini forse avevano meno individualità di spicco rispetto alla precedente Under 21, ma era indubbiamente una squadra più compatta in cui emergevano i talentuosi di Lentini e Di Canio, anche se entrambi collezionarono poche presenze, e un’ottima coppia d’attacco formata da Marco Simone e Pierluigi Casiraghi, e un portiere di grande affidabilità come Angelo Peruzzi
La squadra allenata da Maldini questa volta arrivò sino alle semifinali del Campionato Europeo, eliminata da una fortissima Jugoslavia.
Il livello di quella squadra era davvero impressionante; infatti poteva annoverare tra le sue fila gente del calibro di Savicevic, Boban, Prosinečki, Jarni, Suker, Mihajlović, Boksic, Mijatović e tanti altri calciatori di altissimo livello tecnico. Nonostante il valore degli avversari, gli azzurrini riuscirono a pareggiare in Jugoslavia (0-0) e a fermare gli avversari sul 2-2 (per gli azzurri gol di Marco Simone e autogol di Dukic) nella gara di ritorno giocata in Italia. Purtroppo ciò non bastò a qualificarsi per la finale a causa dei due gol siglati in trasferta da Suker e Boban.
Ecco la formazione della compagine italiana nella partita di ritorno giocata a Parma il 9 maggio 1990:
Peruzzi, Costacurta, Garzya, Benedetti, Fuser, Carbone, Salvatori, Stroppa, Piacentini, Casiraghi, Simone
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La stagione 1991/92 per la Juve fu caratterizzata da diversi cambiamenti. I bianconeri venivano da un campionato disastroso, e la società cercò di dare una svolta definitiva.
Il calcio champagne di Maifredi fu accantonato, e al posto dell’ex allenatore del Bologna fu scelto Giovanni Trapattoni. Un ritorno per lui che aveva allenato la Juve per dieci anni, dal 1976 al 1986.
Con l’avvento del Trap si iniziò a pensare maggiormente alla fase difensiva, e così la società bianconera puntellò la difesa con gli acquisti di due difensori della nazionale tedesca: lo stopper Jürgen Kohler ed il terzino Stefan Reuter, provenienti entrambi dal Bayern Monaco. In difesa fu aggiunto anche un altro tassello importante come Massimo Carrera, difensore versatile che proveniva da ottime stagioni in Serie A con la maglia del Bari. Sempre dalla Puglia, sponda Lecce, arrivò Antonio Conte, centrocampista molto interessante e bravissimo negli inserimenti senza palla.
A Tacconi fu affiancato il giovane Angelo Peruzzi, che poi nella stagione successiva sarebbe diventato il titolare della porta bianconera.
Per quanto riguarda l’attacco, dal Pisa fu prelevato l’attaccante Lamberto Piovanelli. Purtroppo il bomber toscano fu molto sfortunato, e a causa del perdurare di un brutto infortunio non scese mai in campo e nel mercato invernale fu ceduto all’Atalanta. Nonostante questa defezione, la Juventus poteva contare su un reparto offensivo di altissimo livello tecnico, con calciatori del calibro di Roberto Baggio, Schillaci, Di Canio e Casiraghi.
Il nuovo corso di Trapattoni fu abbastanza positivo; infatti in quella stagione i bianconeri giunsero secondi in campionato e conquistarono la finale in Coppa Italia, dove persero contro il sorprendente Parma allenato da Nevio Scala.
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