Gianluca Pagliuca conta 39 presenze con la maglia della nazionale, ha preso parte a tre mondiali (Italia ‘90, Usa ‘94 e Francia ‘98) ed è stato convocato per due Olimpiadi (Seul ‘88 e Atlanta ‘96).

Ma quando iniziò la storia di Pagliuca con la nazionale azzurra? La prima convocazione dell’ex portierone della Sampdoria risale al 1989, quando Vicini per sostituire l’infortunato Tacconi lo convocò come vice Zenga nell’amichevole contro la Bulgaria

Il numero uno sampdoriano partecipò come terzo portiere a Italia 90. All’epoca Pagliuca aveva 24 anni e nonostante fosse già da tempo un elemento fondamentale della grande Sampdoria del presidente Mantovani, faceva fatica a trovare spazio in azzurro dove c’erano due mostri sacri come Zenga e Tacconi.

La prima occasione di giocare in nazionale ci fu nella Scania Cup. In questo mini torneo, giocato in Svezia nel giugno 1991, Pagliuca disputò il secondo tempo della partita contro l’Unione Sovietica, dove tra l’altro mise in luce la sua abilità da para rigori. Giocò anche il secondo match del torneo contro la Danimarca.

La svolta della carriera di Pagliuca in azzurro avvenne con l’arrivo in panchina di Arrigo Sacchi. Il mister di Fusignano nel giro di pochi mesi sovvertì le gerarchie, accantonando definitivamente Walter Zenga e creando una sorta di dualismo tra Pagliuca e Marchegiani.

Alla fine a spuntarla fu il portiere della Sampdoria, che a partire dal 18 novembre 1992 (Scozia-Italia) diventò il portiere titolare della compagine italiana. Un ruolo che avrebbe conservato fino al 1994.

In realtà Gianluca non convinse del tutto nel mondiale di Usa 94, dove le sue prestazioni non furono particolarmente convincenti. Pagliuca ebbe delle responsabilità nel gol subito contro l’Irlanda, e fu espulso nella gara contro la Norvegia. Anche nella finale ebbe un’indecisione con il pallone che, dopo un tiro centrale, gli sfuggì dalle mani e andò al colpire il palo. In quell’occasione diventò iconica l’immagine di Pagliuca che baciò il palo.

Sia per il mondiale poco brillante che per l’ascesa di Peruzzi, il ruolo di titolare di Gianluca, nel frattempo passato all’Inter, incominciò ad essere messo in discussione. Così a partire dal 1995, a difendere la porta italiana ci fu il portiere della Juventus Angelo Peruzzi. Sacchi iniziò a non convocare Pagliuca, una scelta che fece molto discutere. Il mister di Fusignano si difese affermando che un portiere del suo valore non poteva fare la riserva.

Il portierone dell’Inter ritrovò la maglia azzurra solamente due anni dopo con l’avvento in panchina di Cesare Maldini. Nelle gerarchie dell’ex tecnico della nazionale under 21, Pagliuca sarebbe stato il secondo portiere. Il titolare era Peruzzi, mentre il ruolo di terzo spettava al giovanissimo Buffon. Gerarchie che rimasero immutate anche per Francia ‘98. Proprio alla vigilia di quel mondiale Peruzzi si infortunò, e così Pagliuca giocò il suo secondo mondiale consecutivo da titolare.

Gianluca aveva quasi 32 anni e giocò un grande campionato del mondo, decisamente migliore rispetto a quello di quattro anni prima, dimostrando di essere ancora tra i migliori numeri uno al mondo.

La partita persa ai rigori contro la Francia, è stata l’ultima gara di Pagliuca in nazionale. Successivamente con l’arrivo in panchina di Zoff, il portiere nerazzurro fu immediatamente accantonato. Una scelta ancora difficile da comprendere, visto il valore del portiere e considerando che non aveva mai dato problemi anche quando aveva perso i galloni da titolare.

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Nel 1990 tra i giovani talenti del calcio italiano c’era anche il terzino Edoardo Bortolotti.

Bortolotti giocava nel Brescia in Serie B e nella stagione 1989/90, a soli 20 anni, era già diventato titolare della squadra allenata da Franco Varrella.

In quel Brescia giocavano anche due giovani promesse, e coetanei di Edoardo, come Eugenio Corini e Luca Luzardi, che poi diventarono suoi compagni di squadra anche nella nazionale under 21.

La carriera di Bortolotti sembrava essere in grande ascesa, ormai era un tassello insostituibile del Brescia e nell’ottobre 1990 giocò da titolare la sua prima partita ufficiale nell’under di Cesare Maldini. Tra l’altro su di lui sembrava aver messo gli occhi anche la Roma, che avrebbe voluto acquistare il giovane terzino nel campionato successivo.

Purtroppo ci fu un evento che cambiò completamente il destino di Edoardo: era il 13 gennaio 1991, si giocava il match Lucchese-Brescia. Bortolotti in uno scontro di gioco con l’attaccante Roberto Paci si fratturò il perone, e da quel momento iniziò un autentico calvario.

I tempi di recupero dall’infortunio furono più lunghi del previsto, e il terzino del Brescia ritornò ad essere convocato solo il 28 aprile 1991 nella gara contro il Modena. Bortolotti in quella partita rimase in panchina, ma fu sorteggiato per il controllo antidoping.

Edoardo fu trovato positivo e squalificato per 15 mesi, poi ridotti a 12. Una vera mazzata dalla quale il giovane calciatore non riuscì più a riprendersi.

Purtroppo durante il periodo dell’infortunio Edoardo iniziò a fare uso di cocaina. L’inattività forzata e la rottura con la sua fidanzata portarono Bortolotti a conoscere la depressione, che iniziò a condizionare pesantemente la sua vita. Il calciatore del Brescia non si sottrasse alle sue responsabilità, e con coraggio scrisse una lettera in cui spiegava di provare grande vergogna per quello che era accaduto. Parlò della depressione e dei problemi personali che lo avevano portato a rifugiarsi nella droga.

Purtroppo a causa di quella squalifica saltò anche il trasferimento alla Roma, una trattativa già ben avviata.

Nella stagione 1992/93 il Brescia era in Serie A, e l’allenatore rumeno Mircea Lucescu provò in tutti modi a rilanciare Bortolotti, che in quella stagione collezionò undici presenze. Ma il ragazzo ormai appariva essere distante dal mondo del calcio e soprattutto non aveva più le giuste motivazioni per continuare a giocare ad alti livelli.

Edoardo fu ceduto in prestito al Palazzolo, in serie C1, con la speranza che in una realtà più piccola e tranquilla il giovane terzino avrebbe recuperato la tranquillità di un tempo. Purtroppo anche questa esperienza si rivelò fallimentare, Bortolotti ormai non aveva più voglia di giocare, e così si ritirò dal mondo del calcio a soli 23 anni.

Da quel momento in poi l’ex calciatore dell’Under 21 tornò a vivere nel suo paese natale, Gavardo, insieme ai suoi genitori. Su Edoardo iniziarono a girare brutte voci, si diceva che in realtà non aveva mai superato i problemi con la droga e che aveva iniziato a frequentare persone poco raccomandabili. Nel frattempo il mondo del calcio sembrava essersi completamente dimenticato di lui fino a quando non si consumò la tragedia.

Era la mattina del 2 settembre 1995, Bortolotti era solo in casa quando dal balcone della sua camera da letto si lanciò nel vuoto. Una fine tragica per un ragazzo che purtroppo non era mai riuscito a superare i suoi problemi esistenziali e che pagò a caro prezzo un momento di grande fragilità. Una storia dimenticata troppo in fretta, e che sembra essere stata completamente rimossa. Uno dei pochi addetti ai lavori ad aver sempre ricordato Edoardo è stato Spillo Altobelli, che fu suo compagno di squadra nel Brescia.

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Il Torino si presentava ai nastri di partenza del campionato 1991/92 con una squadra ancor più competitiva rispetto alla stagione precedente.

La compagine allenata da Mondonico sarebbe stata impegnata su più fronti; infatti dopo quattro di assenza avrebbe partecipato nuovamente alla Coppa Uefa.

La rosa dei granata era già molto competitiva, ma aveva bisogno di maggiore qualità sia a centrocampo che in attacco. Ricordiamo che quel Torino poteva contare su calciatori del calibro di Lentini, Policano, Marchegiani, Fusi, Martín Vázquez, Cravero ecc.

Quello che mancava alla squadra era soprattutto un attaccante di livello internazionale, che potesse fare la differenza sia in campionato che in Europa. Nella stagione precedente c’era stato l’exploit di Giorgio Bresciani, ma non bastava per affrontare una stagione ricca di impegni.

La dirigenza granata acquistò per circa 5 miliardi di lire la punta brasiliana Walter Casagrande, che conosceva benissimo il nostro campionato per aver giocato quattro stagioni ad Ascoli. Un rinforzo importante, in quanto Casagrande, oltre ad aver già fatto benissimo in Serie A, era anche un attaccante di livello internazionale che contava già diverse presenze nella nazionale brasiliana con cui aveva anche partecipato ai mondiali di Mexico ‘86.

Per il centrocampo ci furono due innesti importanti: Giorgio Venturin, che rientrava dal prestito al Napoli, e soprattutto Vincenzo Scifo.

Scifo fu acquistato dall’Auxerre per una cifra importante (8,7 miliardi di lire) ed era considerato la stella della nazionale belga. In realtà quello di Scifo era un ritorno nel calcio italiano, l’ex centrocampista dell’Anderlecht aveva giocato con poca fortuna nell’Inter nella stagione 1987/88. Quella in maglia nerazzurra fu un’esperienza difficile, Scifo era ancora molto giovane e pagò il dualismo con Gianfranco Matteoli, che tatticamente aveva le caratteristiche molto simili alle sue.

Il Torino con questi innesti appariva sin dalla vigilia una squadra completa: una difesa tostissima, un centrocampo ricco di qualità e un attacco che con l’innesto di Casagrande aveva acquistato peso e centimetri.

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Siamo nel 1990 quando 90° minuto faceva ancora ascolti pazzeschi. Quasi 9 milioni di italiani sintonizzati alle ore 18.10. D’altra parte in quegli anni guardare la trasmissione condotta da Paolo Valenti era un vero e proprio rito che riguardava la maggior parte degli italiani.

Il 1990 fu proprio l’ultimo anno di conduzione del giornalista romano, che purtroppo morì proprio nel novembre di quell’anno.

Da segnalare anche i 6 milioni di ascoltatori di Domenica Sprint, trasmissione che in quel periodo era condotta da Gianfranco De Laurentiis con Giorgio Martino e Antonella Clerici.

Ottimi, come al solito, anche gli ascolti della Domenica Sportiva di Sandro Ciotti. D’altra parte anche in questo caso stiamo parlando di un vero fuoriclasse del giornalismo sportivo italiano.

Nella stagione 1990/91 su Italia 1 andò in onda per la prima volta “Pressing”. L’ideatore e conduttore della trasmissione era Marino Bartoletti affiancato da Teo Teocoli e dalla showgirl Kay Sandvick. Dall’anno successivo la conduzione passò nelle mani di Raimondo Vianello.

Il record di ascolti della Tv italiana appartiene proprio ad una partita di calcio: Italia-Argentina dei mondiali di Italia ‘90. Da quando esiste l’Auditel (dicembre 1986) è stata in assoluto la trasmissione più seguita di sempre della televisione italiana . La partita, giocata il 3 luglio del 1990, venne vista da 27 milioni 535 mila spettatori con l’87,23% di share. Un record che credo rimarrà imbattuto, visto che oggi con le pay-tv e internet arrivare a certi numeri è praticamente impossibile.

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Il 3 gennaio 1993 in Serie A si giocò allo stadio Del Conero la partita Ancona-Lazio. Un match che ancora oggi viene ricordato perché si disputò su un terreno di gioco completamente innevato. Proprio per questo fu utilizzato il mitico pallone di colore arancione, che a vederlo oggi mette tanta nostalgia.

Inizialmente la gara non si sarebbe dovuta disputare, ma dopo una serie di sopralluoghi da parte dell’arbitro si decise di provare a giocare. Nel calcio di oggi una partita del genere sarebbe stata sicuramente rinviata.

Le squadre scesero in campo con le seguenti formazioni:

Ancona: Micillo, Mazzarano, Lorenzini, Pecoraro, Glonek, Bruniera, Lupo, Ermini, Agostini, Detari, Sogliano 

All. Guerini

Lazio: Orsi, Corino, Favalli, Marcolin, Luzardi, Cravero, Fuser, Doll, Stroppa, Winter, Signori   All. Zoff

La Lazio passò in vantaggio nel primo tempo grazie ad un calcio di punizione calciato da Fuser, che beffò Micillo. In realtà il pallone, reso viscido dalla neve, sfuggì dalle mani del portiere marchigiano e scivolò in rete.

L’Ancona cercò di abbozzare una reazione, ma la difesa laziale con i giovani Luzardi e Favalli disputò una gara perfetta. Detari, l’uomo di maggior talento della compagine allenata da Guerini, era in difficoltà a causa del terreno pesante e non riuscì ad illuminare con le sue giocate i compagni di squadra.

Nella ripresa la gara fu condizionata soprattutto dal freddo, e fu decisa negli ultimi dieci minuti grazie ai gol di Signori su assist di Doll e dall’olandese Winter, che con un bel colpo di testa superò il portiere avversario. Per l’Ancona era notte fonda…

In realtà quella stagione per Detari e compagni fu condizionata dai guai giudiziari del patron Longarini, a causa dei quali all’Ancona fu bloccato il mercato invernale e fu costretta a vivere nell’incertezza per il futuro.

Per la Lazio quel campionato fu abbastanza positivo, gli uomini di Zoff chiusero al quinto posto guadagnando la qualificazione in Coppa Uefa. Beppe Signori vinse la classifica dei marcatori con ben 26 gol realizzati.

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La Serie B della stagione 1993/94 fu probabilmente uno dei campionati con il livello tecnico più alto nella storia della cadetteria. Una delle cause fu sicuramente la retrocessione in B della Fiorentina, che poteva contare su un’autentica corazzata con calciatori del calibro di Batistuta, Effenberg, Baiano, Pioli, Iachini e tanti altri elementi che avevano le qualità per poter giocare tranquillamente anche in serie A.

Ma a parte la compagine viola, c’erano club che vantavano un grande bacino d’utenza e una storia importante alle spalle. Parliamo di società come Verona, Bari, Palermo, Brescia, Pescara, Pisa, Padova, Ascoli ecc.

In realtà quello più che un campionato cadetto sembrava essere una vera e propria serie A. Basterebbe dare un’occhiata alla classifica dei marcatori per capire il livello tecnico di quel torneo. Ecco i nomi degli attaccanti più prolifici della serie B 1993-94: Agostini, Bierhoff, Batistuta, Galderisi, Scarafoni, Carnevale, Tovalieri, Chiesa, Inzaghi. Senza dimenticare giocatori di livello internazionale come Hagi e il già citato Effenberg. 

Il campionato fu vinto, come da pronostico, dalla Fiorentina. Anche se l’inizio della stagione per i viola non fu affatto semplice. Batistuta e compagni vennero fuori alla distanza mettendo in mostra la loro indiscutibile qualità ed esperienza, e due giovani molto interessanti come Robbiati e Banchelli, che si ritagliarono un ruolo importante nello scacchiere tattico di Claudio Ranieri.

Le altre tre squadre promosse furono Bari, Brescia e Padova.

I pugliesi potevano contare su un reparto offensivo di altissimo livello con gente come Tovalieri, Protti, Joao Paulo e il tornante Gautieri, calciatori che erano un autentico lusso per la cadetteria.

Il Brescia, allenato dal rumeno Lucescu, aveva in rosa il grande Gheorghe Hagi e giocatori importanti come Sabau, Neri, Schenardi e gli esperti Bonometti e Lerda.

A concludere il poker delle squadre promosse in A c’era il Padova, che vinse lo spareggio promozione contro il Cesena. I veneti, allenati da Sandreani, avevano in rosa calciatori di grande affidabilità come il portiere Bonaiuti, il centrocampista Longhi, il difensore Cuicchi, e in fase offensiva potevano contare su elementi come gli esperti Galderisi e Simonetta e il giovane Pippo Maniero.

Per quanto riguarda la zona retrocessione, finirono in C Monza, Modena, Ravenna e Pisa. La squadra toscana del presidentissimo Romeo Anconetani perse lo spareggio salvezza contro l’Acireale di mister Papadopulo e del bomber Orazio Sorbello.

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Ho creato le pagine social “Altro Calcio anni ’80-’90” proprio perché disgustato dal calcio moderno, e quelle poche volte che ho parlato del calcio di oggi l’ho sempre fatto in maniera negativa. Ora vedere tanta gente, calciatori e allenatori compresi, demonizzare la SuperLega fa davvero sorridere. Erano gli stessi che aggredivano i nostalgici affermando che lo sport si “evolve”, accusando gli amanti del calcio romantico di fare retorica e di guardare a qualcosa che ormai è superato e che non tornerà mai più.

Oggi tanti addetti ai lavori hanno improvvisamente cambiato opinione, e sfruttando l’indignazione dei tifosi si sono schierati a favore del calcio di una volta, quello in cui non contava soltanto il Dio denaro. Tutto questo non mi sorprende, perchè si sa che nel nostro paese si cambiano idee e valori in base al momento storico in cui viviamo.

La SuperLega è una porcheria, ma lo è anche il calcio di oggi. Ho letto post di calciatori e allenatori milionari che sono di un’ipocrisia unica. Volete essere davvero utili alla causa? Iniziate ad abbassarvi quegli stipendi fuori da ogni logica, e aiutate il calcio dilettantistico, altrimenti le vostre parole sono soltanto “fuffa”.

Non illudetevi, l’idea di questa Lega milionaria è stata momentaneamente accantonata ma vedrete che tornerà presto in auge, forse con un nome diverso ma che non cambierà la sostanza.

 

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Per le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90 abbiamo incontrato Andrea Icardi, ex centrocampista di Milan, Atalanta, Lazio e Verona.

Lei è cresciuto calcisticamente nel Milan, squadra con cui ha giocato fino al 1986. Quali sono i ricordi più belli legati all’avventura in maglia rossonera?

Il mio più grande sogno era sempre stato quello di giocare nel Milan, ero un tifoso milanista sin da bambino. Pensate che a soli due anni avevo già la maglia rossonera.

Tra i ricordi più belli c’è sicuramente il mio primo derby a San Siro, avevo diciotto anni e fu un’emozione incredibile giocare con ottantamila spettatori. Il mio esordio avvenne l’anno precedente nella partita contro l’Atalanta.

Un altro ricordo a cui sono legatissimo è il gol siglato contro l’Inter nella semifinale di Coppa Italia 1984/85. Realizzai la rete del 2-1 a cinque minuti dalla fine, fu un’esplosione di gioia. Ancora oggi ricordo il boato dei tifosi rossoneri.

Come nacque la trattativa che la portò a giocare nell’Atalanta? Fu difficile lasciare il Milan dopo aver giocato per tanti anni in rossonero?

Il Milan era interessato all’acquisto di Donadoni, un vero campione. L’Atalanta era disposta a cederlo ma, oltre al conguaglio economico, cercava anche alcuni calciatori rossoneri. Il Milan consegnò ai bergamaschi una lista di otto giocatori cedibili, tra cui c’era anche il mio nome. Mister Sonetti volle fortemente il sottoscritto e Incocciati.

Lasciare il Milan fu un colpo al cuore, inutile nasconderlo. Era la squadra che amavo. Ma la mia carriera andava avanti, e dovevo pensare a migliorare e mettere in mostra le mie qualità anche in altre piazze.

Con l’Atalanta ha vissuto una grande stagione in B con la promozione e l’incredibile semifinale in Coppa delle Coppe. Crede che con un pizzico di fortuna in più quella squadra avrebbe potuto vincere quella competizione?

Con Mondonico, un grande allenatore, giocammo una stagione strepitosa. La forza di quella squadra era soprattutto il gruppo, eravamo davvero tutti amici.

In Coppa delle Coppe fummo protagonisti di una fantastica cavalcata , facevamo prestazioni che andavano anche oltre le nostre reali potenzialità. In semifinale ricordo soprattutto la gara di ritorno giocata a Bergamo. C’era il pubblico delle grandi occasioni, e noi scendemmo in campo con grande concentrazione e determinazione, con la consapevolezza di poter raggiungere la finale. Fummo protagonisti di un primo tempo strepitoso, e passammo in vantaggio su calcio di rigore. Dopo la prima frazione di gioco eravamo qualificati. Nella ripresa i belgi aumentarono il ritmo e trovarono un grandissimo gol, pescarono il cosiddetto jolly. Noi continuammo ad attaccare, ma fummo sfortunati, e ci fu negato un rigore nettissimo. Negli ultimi minuti ebbi problemi ad un ginocchio e fui costretto ad uscire, giocavamo in dieci e il Malines siglò la rete del 1-2. Un vero peccato perché credevamo fortemente di poter raggiungere quella finale.

Ci fa i nomi dei tre compagni di squadra più forti con i quali lei abbia mai giocato? Quali sono stati gli allenatori a cui è maggiormente legato e che gli hanno trasmesso qualcosina in più durante la sua carriera?

Faccio sei nomi: tra italiani e tre stranieri. Tra gli italiani sicuramente Baresi, Virdis e Maldini.

Franco Baresi era davvero un fenomeno, un difensore eccezionale che dava alla squadra grande sicurezza.

Virdis era un attaccante dotato di un’intelligenza tattica incredibile, non era abile solo come bomber ma anche come uomo assist. Sceglieva sempre l’opzione migliore, in quegli anni per il Milan è stato determinante.

Quando ero in maglia rossonera Maldini era ancora giovanissimo, ma già si vedeva che aveva tutte le caratteristiche per diventare un fuoriclasse. Un talento incredibile.

Per quanto riguarda gli stranieri faccio i nomi di Wilkins, Stojkovic e Ruben Sosa.

Wilkins per me era un esempio, in campo aveva grande dinamismo e senso della posizione. Era un vero combattente che mi ha insegnato tanto. Tra noi c’era un bellissimo rapporto anche fuori dal rettangolo di gioco, cercai di aiutarlo ad ambientarsi perché in quegli anni per un inglese non era affatto facile giocare in una realtà come quella italiana.

A Verona ebbi l’onore di avere come compagno di squadra Dragan Stojkovic. Purtroppo arrivò in Italia troppo tardi e giocava praticamente con una sola gamba, perché l’altra era stata operata e non riuscì mai a recuperare la forma migliore. Ma quello che faceva, anche in quelle precarie condizioni fisiche, era qualcosa di incredibile. Sinceramente non avevo mai visto nessuno così forte tecnicamente, quando lo vedevo giocare mi impressionava.

Alla Lazio incontrai Ruben Sosa, attaccante basso di statura tutto sinistro con un tiro devastante e grande abilità nel dribbling.

Impossibile scegliere solo pochi allenatori, tutti quelli che ho avuto hanno contribuito alla mia crescita professionale e umana. Ho avuto il piacere di essere allenato da gente come Giacomini, Radice, Galbiati, Castagner, Liedholm, Mondonico, Sonetti, Fascetti, Materazzi e Reja.

In seguito ha vissuto in Australia, dove è stato sia calciatore che allenatore. Che bilancio fa della sua esperienza nel continente oceanico?

L’Australia per me era un sogno, c’ero già stato nel lontano 1980 con la nazionale juniores e mi aveva fatto una grandissima impressione. A fine carriera, dopo il Verona, decisi di giocare in Australia e realizzare il mio sogno. Andai a Sidney, nel Marconi. Purtroppo la mia avventura da calciatore durò solo tre mesi, perché all’epoca non c’era la sentenza Bosman e il Verona chiedeva al Marconi di essere pagato. La società australiana non poteva permettersi quella cifra, e così mi propose di allenare. Accettai l’offerta e iniziai la mia avventura da allenatore, che poi mi portò a vivere in Australia per tanti anni. In questo paese ho anche conosciuto quella che poi sarebbe diventata mia moglie, una donna inglese con cui in seguito siamo tornati in Italia.

Dopo la parentesi italiana, nel 2007 sono nuovamente tornato in Australia con la Milan Academy. E’ stata un’esperienza bellissima, dove ho potuto insegnare calcio a tanti ragazzi di etnie diverse conoscendo nuove culture. Un percorso che mi ha aiutato tantissimo a crescere come allenatore, e grazie al quale sono riuscito anche a perfezionare il mio inglese.

Di cosa si occupa in questo momento?

Nel novembre 2019 sono tornato in italia, e purtroppo tre mesi dopo è arrivato il Covid che ha bloccato tutto. Attualmente vivo ad Alessandria dove ho una cascina di famiglia, abbiamo ristrutturato una parte della cascina per realizzare un Bed and Breakfast. Ho il progetto di creare un’ azienda agricola e vorrei avviare anche un progetto sportivo. Quando è possibile alleno i ragazzi a cui cerco di trasmettere tutte le conoscenze che possiedo. Ho il patentino Uefa Pro e ho voglia di rimettermi in gioco.

Cosa ne pensa della SuperLega?
E’ la morte del calcio. Sarebbe uno scandalo cancellare con uno colpo di spugna tradizioni che durano da decenni. Bisogna avere rispetto per i tifosi  che vivono di passioni, di gioie e di dolori. Purtroppo ormai comanda il Dio denaro, ma questa volta stiamo andando davvero oltre.

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Per le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90 abbiamo incontrato Settimio Lucci, ex difensore di Roma, Avellino, Empoli, Udinese, Piacenza e Verona.

Nel 1983, a soli 18 anni, passò in prestito dalla Roma all’Avellino squadra con cui fece riuscì ad esordire in Serie A. Quali sono i ricordi più belli legati al suo esordio in A e in generale all’esperienza in maglia biancoverde?

Ho avuto la fortuna di fare il mio esordio allo Stadio Olimpico contro la Lazio. Io ero cresciuto in quello stadio, visto che a quattordici anni facevo il raccattapalle all’Olimpico. Esordire in Serie A a Roma era davvero come toccare il cielo con un dito, un’emozione che porterò sempre nel cuore.

L’esperienza ad Avellino fu molto formativa, ebbi l’opportunità di giocare con calciatori del calibro di Diaz, Barbadillo, Colomba, Di Somma, Vullo ecc.

Imparai tanto da loro e accumulai esperienza in un ambiente sano e positivo.

La stagione successiva tornò a Roma dove giocò due campionati prima di lasciare definitivamente la capitale e passare all’ Empoli. Fu difficile lasciare la Roma? Si aspettava di poter giocare con maggiore continuità e avere qualche opportunità in più?

In realtà avevo la possibilità di rimanere ad Avellino per un altro anno, ma avevo voglia di tornare a giocare nella Roma e probabilmente commisi un errore. In Irpinia mi trovavo bene e avevo la possibilità di giocare un buon numero di partite. All’epoca incontrai il Presidente Dino Viola, che mi chiese se volevo tornare in maglia giallorossa oppure restare in Campania. Avevo solamente diciannove anni, e per me era un onore poter giocare in una squadra che lottava per vincere lo scudetto.

Purtroppo a Roma ero chiuso da gente più esperta di me, inoltre in quel periodo come allenatore c’era Eriksson che cambiò completamente il nostro stile di gioco. Ebbi qualche opportunità di scendere in campo, ma avevo bisogno di giocare con maggiore continuità e così decisi di andare a Empoli dove potevo restare in serie A e allo stesso tempo giocare come titolare. In Toscana restai due anni: nella prima stagione ottenemmo un’importante salvezza, nella seconda finimmo in B, ma solo per colpa di una penalizzazione (-5), risalente ad una sentenza di qualche anno prima. Senza quell’handicap la squadra raggiunse i punti necessari per salvarsi.

In quegli anni diventò un elemento importante dell’Under 21. Che ricordi ha di quell’esperienza e soprattutto della beffa nella partita dei quarti di finale contro la Francia all’europeo del 1988?

Facevo parte dell’Under 21 già nel biennio precedente. Nel 1988 diventai titolare e mi tolsi diverse soddisfazioni. Quella contro la Francia fu un’autentica beffa, in quanto dominammo la partita di ritorno ma purtroppo i transalpini negli ultimissimi minuti realizzarono due gol che causarono la nostra eliminazione.

Ho avuto la fortuna di fare tutta la trafila nelle nazionali giovanili, dai quattordici anni in poi. L’Under 21 per un giovane era davvero il massimo. La squadra era composta da calciatori che militavano quasi esclusivamente in Serie A. A quei tempi anche per essere convocato in Under 21 dovevi essere davvero bravo.

Nel 1991 passò al Piacenza, la squadra con cui militò più a lungo nella sua carriera. Ci può dire quali furono i segreti di quel Piacenza “tutto italiano” che giocò stabilmente in Serie A?

Gli anni di Piacenza sono stati irripetibili sia per noi calciatori, ma anche per la tifoseria piacentina. Era una squadra indimenticabile. Il segreto di quel Piacenza risiedeva nella serietà di quella società. Il Presidente Garilli delegava al direttore sportivo e all’allenatore, non c’erano altre persone che prendevano decisioni. Le gestione tecnica era di esclusiva competenza di Marchetti e Cagni, che insieme lavoravano benissimo. La scelta di acquistare soltanto calciatori italiani derivava dal fatto di non avere la possibilità economica di ingaggiare osservatori all’estero. Inoltre non si voleva affidare tale compito ai procuratori, che spesso portavano in Italia calciatori che non erano assolutamente all’altezza della Serie A.

Eravamo un grande gruppo con valori tecnici importanti. Ad esempio avevo compagni di squadra come Piovani, Turrini, Moretti e De Vitis, che dal punto di vista tecnico avrebbero potuto giocare tranquillamente anche in squadre di alta classifica.

Quali sono stati gli allenatori ai quali è maggiormente legato e che sono stati determinanti per la sua carriera?

Nella mia carriera ho avuto tanti allenatori importanti, e da ognuno ho appreso qualcosa sia a livello tecnico che a livello umano. Penso a Liedholm, Eriksson, Bianchi, Prandelli, Cagni e Salvemini.

Bisogna sempre imparare da tutti, a mio avviso si impara anche da chi ti dice una cosa sbagliata, poi sta a noi avere la capacità di seguire le cose positive che ci hanno insegnato e accantonare quelle negative.

Di cosa si occupa in questo momento?

Attualmente sono il direttore tecnico del Fiorenzuola e mi occupo della gestione tecnica di tutto il settore giovanile, praticamente alleno gli allenatori. Una figura a mio avviso determinante nel calcio di oggi. Cerco di aiutare e consigliare i giovani tecnici, attingendo a quella che è stata la mia esperienza sia da calciatore che da allenatore.

Punto soprattutto a far crescere i ragazzi dal punto di vista umano cercando di svincolarli dalla ricerca ossessiva del risultato. Purtroppo in Italia questo è un concetto ancora difficile da far capire, da noi anche nei settori giovanili siamo esclusivamente legati al risultato e questo non fa crescere. I ragazzi vanno prima di tutto formati, bisogna farli crescere dal punto di vista caratteriale e delle conoscenze, altrimenti rimarremo sempre indietro rispetto agli altri paesi.

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L’Under 21 italiana del biennio 1984/86 è stata molto probabilmente, dal punto di vista tecnico, quella più forte di sempre. Purtroppo, a differenza di quello che avvenne negli anni novanta, questa squadra non vinse nulla ma spesso nel calcio abbiamo assistito a questi paradossi.

Se guardiamo la rosa dei ragazzi guidati da Azeglio Vicini rimaniamo davvero sorpresi per la qualità di quella squadra.

Ecco i convocati per la fase finale del Campionato d’Europa 1986:

Zenga, Lorieri, Baroni, Carannante, Carobbi, Cravero, Ferri, Filardi, Francini, Maldini, Progna, Berti, De Napoli, Desideri, Donadoni, Giannini, Iachini, Comi, Matteoli, Policano, Baldieri, Borgonovo, Mancini, Vialli.

In seguito molti di questi calciatori diventarono elementi inamovibili della nazionale maggiore allenata da Vicini. Ci riferiamo a Zenga (nell’Under era un fuoriquota), Maldini, Ferri, Berti, De Napoli, Giannini, Donadoni, Mancini e Vialli.

E’ chiaro che dal punto vista qualitativo gran parte degli altri ragazzi aveva la possibilità di far parte della nazionale. Pensiamo a Carobbi, Borgonovo, Baldieri (che da giovane era considerato un grandissimo talento), il mitico Matteoli, Progna ecc.

Dopo una serie di vittorie, gli azzurrini approdarono alla fase finale dell’europeo. Nei quarti di finale l’Italia affrontò la temibile Svezia. La partita d’andata giocata in Scandinavia terminò con il risultato di 1-1.

Nella gara di ritorno giocata a Bergamo su un campo pesantissimo, i ragazzi di Azeglio Vicini cercavano la vittoria per approdare in semifinale.

Le cose sembrarono mettersi subito bene, e al 6’ Paolo Baldieri segnò un gol da cineteca con un pallonetto da fuori area che superò il portiere avversario. Gli svedesi però agguantarono il pareggio grazie ad un gol di Lonn.

Nella ripresa gli azzurrini cercarono in qualsiasi modo di riportarsi in vantaggio, ma la partita sembrava essere ormai avviata ai tempi supplementari. All’83 Carobbi, protagonista di una grande sgroppata sulla sinistra, servì un pallone d’oro a Vialli che tutto solo depositò in rete. Fu il gol della vittoria che permise a Zenga e compagni di approdare al turno successivo.

In semifinale l’Italia avrebbe affrontato l’Inghilterra. Nella gara d’andata gli azzurri vinsero 2-0 grazie alle reti di Donadoni e Vialli su calcio di rigore. La gara di ritorno si giocò a Swindon su un campo al limite della praticabilità. Gli inglesi si portarono in vantaggio al 55’ grazie ad un gol di Robson, e per gli azzurrini fu una vera sofferenza fino a quando Vialli a due minuti dalla fine segnò la rete del pareggio, che portò la compagine di Vicini alla finalissima.

In finale si affrontarono Italia e Spagna, sicuramente le due squadre più forti, che avevano meritato di giocarsi la vittoria dell’europeo.

La prima partita si giocò a Roma, nel mitico stadio Flaminio. Gli azzurrini chiusero subito nella loro area gli iberici, ma allo stesso tempo concedevano troppi spazi al rapidissimo contropiede degli spagnoli. Al 36’ i ragazzi allenati da Luis Suarez passarono in vantaggio grazie ad un gol di Calderè. Una vera doccia fredda per i nostri, che fino a quel momento avevano dominato la partita. Nella ripresa ci fu la reazione rabbiosa degli azzurrini, che assediarono l’area spagnola. Al 49’ Vialli trovò il gol del pareggio, e a quel punto il Flaminio diventò una bolgia. L’Italia continuava ad attaccare e il portiere spagnolo fu protagonista di una serie di grandissime parate. Al 77’ Giannini trovò il gol della vittoria su calcio di punizione, un autentico gioiello quello del centrocampista della Roma che permise agli azzurrini di vincere la prima sfida.

A Valladolid, il 29 ottobre 1986, la Spagna passò in vantaggio nel primo tempo grazie ad un’autorete di Cravero. Il vantaggio degli iberici durò solo un minuto: Francini con un bel colpo di testa riportò l’Italia in parità.

Il secondo tempo fu una vera sofferenza, e ci fu la netta sensazione che i ragazzi di Vicini oltre ad affrontare la Spagna avrebbero dovuto affrontare anche un arbitraggio abbastanza ostile. Al 76’ la squadra allenata da Suarez passò in vantaggio grazie ad una rete di Roberto.

Il punteggio rimase inchiodato sul 2-1, e così furono i calci di rigore a stabilire quale sarebbe stata la squadra campione d’Europa.

Purtroppo per gli azzurrini i tiri dal dischetto furono un disastro: Giannini, Desideri e Baroni sbagliarono i tre rigori, a differenza degli spagnoli che invece dagli undici metri furono perfetti.

Si concluse così l’avventura dei ragazzi di Azeglio Vicini. Tanti rimpianti per una squadra fortissima, che potenzialmente avrebbe potuto vincere quella finale ma a cui mancò qualcosina proprio nei momenti decisivi di quel doppio confronto.

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