Gli azzurri di Azeglio Vicini, dopo la traumatica eliminazione a Italia ‘90, ripresero il loro cammino cercando di mettersi alle spalle quella grande delusione.

L’Italia il 17 ottobre 1990, giocò a Budapest la prima partita del girone di qualificazione agli europei del 1992. Purtroppo il match contro l’Ungheria, avversario non irresistibile, terminò con uno scialbo 1-1, un inizio poco incoraggiante.

Nella seconda gara del girone, gli azzurri ospitarono la temibilissima Unione Sovietica. Una sfida che per l’Italia, dopo il mezzo passo falso di Budapest, diventava già fondamentale per la qualificazione, visto che i sovietici erano i nostri maggiori rivali per la vittoria finale del girone. Bisogna considerare che all’epoca si qualificava agli Europei solo ed esclusivamente la prima classificata di ogni gruppo, per cui ogni partita andava affrontata con il coltello tra i denti.

Vicini era intenzionato a schierare una formazione offensiva per cercare di scardinare l’ordinata difesa dell’Unione Sovietica. Era un match da vincere a tutti i costi, e così mister Azeglio decise di schierare sin da subito un tridente offensivo composto da Baggio, Mancini e Schillaci.

Dall’altra parte l’Urss poteva contare su calciatori importanti e di talento come Kanchelskis, Shalimov, Mikhaijlichenko, Dobrovolskij ecc.

La partita Italia-Urss si giocò allo stadio Olimpico di Roma il 3 novembre 1990 alle ore 14,30.

Ecco le formazioni iniziali:

ITALIA: Zenga, Ferrara, Maldini, Baresi, Ferri, De Agostini, Crippa, De Napoli, Schillaci, Mancini, Baggio

All: Vicini

U.R.S.S.: Uvarov, Chernishov, Kulkov, Zvejba, Alejnikov, Shalimov, Mikhaijlichenko, Kanchelskis, Ghezko, Mostovoj, Dobrovolskij

All: Bishovets

Purtroppo le cose non andarono come ci si aspettava; infatti gli azzurri, nonostante lo schieramento offensivo, fecero fatica a rendersi pericolosi. Le uniche occasioni importanti per sbloccare la partita le ebbero Schillaci, dopo una bella combinazione con Baggio e Mancini, e Ferrara dopo un bellissimo scambio ancora con Roberto Mancini.

L’Unione Sovietica si dimostrò ancora una volta una squadra tostissima da superare, e più di una volta andò vicina al gol del vantaggio.

Come già avvenuto contro l’Ungheria, Baresi e compagni giocarono una gara sottotono. Il match terminò con un noioso e soporifero 0-0.

Gli azzurri a fine partita uscirono tra i fischi dei tifosi dello Stadio Olimpico. Le notti magiche ormai apparivano come un lontano ricordo. L’impressione era che proprio la grande amarezza di Italia ‘90 avesse lasciato strascichi su un gruppo che praticamente era rimasto lo stesso del mondiale.

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Arrigo Sacchi è conosciuto soprattutto per le sue esperienze alla guida del Milan e della nazionale. In realtà il mister di Fusignano, anche se per breve tempo, allenò in quasi tutte le categorie.

Il suo trampolino di lancio per il grande calcio fu sicuramente l’esperienza vissuta a Parma.

Sacchi, dopo l’ottima stagione in C1 con il Rimini, arrivò a Parma nell’estate del 1985 per confermare quello che di buono aveva fatto in precedenza. La società emiliana fu abile a creare una squadra composta da tanti giovani di qualità come i portieri Landucci e Bucci, Mussi, Walter Bianchi, Signorini, Bordin, Fiorin e gli attaccanti Melli, Paci e Marco Rossi, bomber della squadra. Quasi tutti questi calciatori in seguito avrebbero avuto una carriera di ottimo spessore. Qualche anno più tardi Bucci e Mussi avrebbero addirittura fatto parte della spedizione azzurra ai mondiali di Usa ‘94, convocati proprio dal loro mentore Arrigo Sacchi.

La stagione del Parma fu al di sopra di ogni più rosea aspettativa, Signorini e compagni riuscirono a vincere il campionato a pari punti con il Modena. Un trionfo per le squadre emiliane, considerando anche il terzo e quarto posto di Piacenza e Reggiana.

Nella stagione successiva il Parma ritornò in Serie B, l’intelaiatura della squadra era rimasta simile a quella del campionato precedente, ma c’erano stati degli innesti di qualità come quelli di Mario Bortolazzi, Gianpietro Piovani, Davide “Fontolino” Fontolan e Aladino Valoti.

Il giovane Parma disputò un grande campionato sciorinando un calcio offensivo e tatticamente all’avanguardia. Quel modo di giocare ammaliò il presidente del Milan Silvio Berlusconi, che dopo aver visto i suoi rossoneri in Coppa Italia subire una sconfitta e una lezione di calcio da parte del Parma decise di ingaggiare Sacchi per la stagione successiva. Una scelta azzeccata, che in brevissimo tempo portò il Milan sul tetto del mondo. Ma questa è un’altra storia…

Melli e compagni chiusero il campionato di B 1986/87 al settimo posto, a soli tre punti dalla promozione nella massima serie. Un grandissimo risultato e un trampolino di lancio fondamentale per la carriera di quei giovani.

In realtà ci fu anche un pizzico di rammarico, perché al Parma mancò davvero poco per raggiungere la clamorosa promozione in A. La compagine di Sacchi ebbe un calo di rendimento proprio nelle ultime giornate di campionato, perdendo definitivamente il treno della serie A.

Le tre promosse furono il sorprendente Pescara di Galeone, il Pisa e il Cesena, quest’ultima dopo aver vinto gli spareggi promozione contro Lecce e Cremonese.

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Gli azzurri di Azeglio Vicini, dopo la traumatica eliminazione a Italia ‘90, ripresero il loro cammino cercando di mettersi alle spalle quella grande delusione.

L’Italia il 17 ottobre 1990, giocò a Budapest la prima partita del girone di qualificazione agli europei del 1992. Purtroppo il match contro l’Ungheria, avversario non irresistibile, terminò con uno scialbo 1-1, un inizio poco incoraggiante.

Nella seconda gara del girone, giocata a Roma, gli azzurri ospitarono la temibilissima Unione Sovietica. Anche in quella occasione Baresi e compagni giocarono una gara sottotono, facendo grande fatica a rendersi pericolosi. Il match terminò con un noioso e soporifero 0-0.

Dopo due pareggi consecutivi, il cammino dell’Italia in vista della qualificazione appariva già essere in salita. Bisogna considerare che all’epoca si qualificava agli Europei solo ed esclusivamente la prima classificata di ogni girone. Gli azzurri a quel punto non potevano più sbagliare. L’impressione era che la grande amarezza di Italia ‘90 avesse lasciato strascichi su un gruppo che praticamente era rimasto lo stesso del mondiale.

I ragazzi di Vicini tornarono alla vittoria nelle gare contro Cipro e Ungheria grazie a due prestazioni convincenti in cui gli azzurri siglarono in tutto sette reti. Il mister nell’undici titolare aveva introdotto alcune novità, soprattutto a centrocampo, con gli innesti di Crippa, Eranio e Lombardo, che diedero maggiore vivacità alla manovra.

Purtroppo il 5 giugno 1991 nella delicata partita giocata ad Oslo contro la Norvegia, la squadra italiana ripiombò all’improvviso nella mediocrità.

La Norvegia negli anni novanta era una buona squadra, decisamente superiore rispetto a quella di oggi, e non sarebbe stato facile per gli azzurri riuscire a vincere quel match.

Vicini per quella partita doveva fare i conti con diverse assenze, così in attacco ripropose la coppia della Sampdoria Vialli-Mancini, e a centrocampo confermò Lombardo, Crippa ed Eranio coadiuvati dall’inossidabile Nando De Napoli. In difesa Ciro Ferrara, completò lo storico pacchetto arretrato azzurro insieme a Baresi, Ferri, Maldini e Zenga.

Il primo tempo per la compagine italiana fu un incubo: i norvegesi passarono in vantaggio dopo soli cinque minuti grazie a Tore André Dahlum. I nordici al 25’ raddoppiarono grazie ad una splendida azione di Bohinen, che dopo aver dribblato due avversari azzurri depositò in rete alle spalle di Zenga. L’Italia dopo venticinque minuti era già sotto di due gol, un risultato clamoroso che metteva a serio rischio la qualificazione ad Euro ‘92. Per il movimento calcistico italiano si profilava una giornata nera; infatti quello stesso pomeriggio la nostra under 21 era stata spazzata via dai coetanei norvegesi con un sonoro 6-0!

Gli azzurri cercarono una reazione, ma il primo tempo si chiuse con il vantaggio di 2-0 in favore della compagine norvegese.

Nella ripresa Vicini rischiò il tutto per tutto mandando in campo Schillaci, che insieme a Vialli e Mancini avrebbe composto il tridente azzurro.

L’Italia sembrò essersi ripresa dal pessimo avvio di partita, ma il gol arrivò soltanto al 78’ grazie a un colpo di testa di Totò Schillaci. Lombardo effettuò una delle sue tipiche sgroppate sulla destra, servendo un pallone precisissimo sulla testa del bomber siciliano che accorciò le distanze. Per Schillaci quello fu il suo primo gol dopo Italia ’90 e l’ultimo della sua carriera in nazionale.

Vialli e compagni cercarono almeno il gol del pareggio, ma la Norvegia si difendeva benissimo. Al 90’ un altro episodio che completò la giornata da incubo: un nervosissimo Bergomi a soli venti secondi dal suo ingresso in campo si fece espellere. Gli azzurri ormai avevano perso la testa, il match si concluse con la vittoria a sorpresa dei norvegesi.

Per gli azzurri quella fu una sconfitta pesantissima in chiave qualificazione, visto che un mese dopo l’Unione Sovietica vinse in Norvegia con il risultato di 0-1 grazie ad un gol di Mostovoy. I ragazzi di Vicini per qualificarsi a Euro ‘92 erano condannati a vincere contro l’Unione Sovietica a Mosca, un’impresa complicatissima.

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La Svezia si presentava a Italia ‘90 con un’ottima squadra e con aspettative importanti. Gli scandinavi, allenati da Olle Nordin, erano riusciti a qualificarsi brillantemente al mondiale vincendo il proprio girone di qualificazione. Un’impresa importante se consideriamo che gli svedesi lasciarono il secondo posto alla fortissima Inghilterra di Lineker e Gascoigne.

La Svezia al mondiale faceva parte di un girone che non sembrava essere impossibile da superare; infatti, a parte il Brasile, c’erano Scozia e Costa Rica che erano squadre ampiamente alla portata di Stromberg e compagni.

Nella compagine scandinava c’erano diversi calciatori che militavano in Serie A, e altri che ne avrebbero fatto parte in seguito. Pensiamo all’atalantino Stromberg, a Limpar della Cremonese oppure a Hysen ed Ekstrom che avevano giocato in Italia nelle stagioni precedenti.

Successivamente avrebbero militato in Italia calciatori importanti come Brolin, Ingesson, Thern e Schwarz.

Oltre a questi elementi, la squadra svedese poteva contare su giocatori di ottimo livello come l’esperto portiere Ravelli, l’attaccante dell’Ajax Stefan Pettersson e l’attaccante del Benfica Mats Magnusson.

Nella partita d’esordio gli svedesi affrontarono il Brasile, una partita dove venne fuori in maniera prepotente tutto il talento di Careca, che fu il mattatore del match con una doppietta. Per la Svezia il gol della bandiera fu siglato da Brolin.

In realtà quella contro il Brasile, per gli uomini di Nordin, fu una sconfitta preventivata. Il mondiale per gli scandinavi sarebbe iniziato dalla partita contro la Scozia. La Svezia era favorita, ma tra la sorpresa generale gli scozzesi vinsero con il risultato di 2-1. Dopo il doppio vantaggio scozzese, gli svedesi trovarono un gol a cinque minuti dalla fine grazie a Stromberg. Una sconfitta pesantissima, che riduceva al lumicino le possibilità di qualificazione agli ottavi di finale. La speranza era quella di battere la Costa Rica siglando almeno due gol senza subirne, e poi sperare di rientrare nel ripescaggio delle migliori terze.

In realtà anche quella partita per gli svedesi fu una mezza delusione. Thern e compagni erano partiti bene passando in vantaggio al 32’ con una rete siglata da Ekstrom, ex attaccante dell’Empoli. Ma nel secondo tempo il Costa Rica ribaltò il risultato, pareggiando prima con Flores e poi passando in vantaggio a due minuti dalla fine con una bella azione in velocità di Medford, calciatore che qualche anno dopo avrebbe giocato nel Foggia di Zeman.

La Svezia uscì da quel mondiale con le ossa rotte, tre sconfitte in altrettante partite. Un bilancio molto deludente, visto che le aspettative alla vigilia di Italia ‘90 erano ben altre. In seguito la compagine scandinava riuscì a riscattare quella batosta, raggiungendo le semifinali sia a Euro ‘92 che al mondiale di Usa’94, dove chiuse al terzo posto dietro Brasile e Italia.

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Nei campionati del mondo di Mexico ‘86 c’è una novità: la partecipazione del Canada.

I canadesi, allenati dall’inglese Tony Waiters, partecipavano per la prima volta alla fase finale di un mondiale. Un grandissimo risultato se consideriamo che in Canada in quel momento non esisteva un vero e proprio campionato di calcio. La maggior di questi calciatori giocava negli Stati Uniti, ma nel 1984 anche il campionato americano chiuse i battenti, e così molti canadesi militarono nella Major Indoor Soccer League, un torneo indoor dove le squadre erano composte da sei giocatori, e la partita si divideva in quattro tempi da quindici minuti ciascuno. Ovviamente il campo era rigorosamente sintetico.

Il Canada nel gruppo di qualificazione riservato alle nazioni del Centro e Nord America, vinse a sorpresa il girone che comprendeva anche Costa Rica e Honduras, squadre con una tradizione calcistica superiore.

Nella rosa di Mexico ‘86 c’erano anche diversi italo canadesi come il capitano Bob Lenarduzzi, il centrocampista Pasquale De Luca e il portiere Tino Lettieri nato in provincia di Bari.

I calciatori più rappresentativi erano il bomber Igor Vrablic, di origini cecoslovacche, che giocava in Belgio, l’attaccante Carl Valentine, che giocava in Inghilterra, il difensore Bruce Wilson e il già menzionato Lettieri, che però in quel mondiale giocò solo la seconda e terza partita.

Il Canada era capitato in un girone di ferro con Francia, Unione Sovietica e Ungheria. La speranza di fare punti era praticamente ridotta al lumicino, ma in realtà i ragazzi di Waiters disputarono un discreto mondiale,

Nel primo match contro la Francia, Platini e compagni dovettero sudare le proverbiali sette camicie prima di avere la meglio dei canadesi. I transalpini riuscirono a vincere la partita solo grazie ad un gol di Papin a dieci minuti dalla fine.

Nelle altre due gare, giocate rispettivamente contro Ungheria e Unione Sovietica, il Canada giocò due buone partite ma alla lunga venne fuori la maggiore qualità delle due compagini dell’Est che vinsero entrambe con il risultato di 2-0.

La partecipazione ai mondiali del 1986 resta, ancora oggi, il miglior risultato della storia del calcio canadese. L’ultimo risultato degno di nota fu la vittoria della Gold Cup e la partecipazione alla Confederations Cup del 2001, dove i canadesi si tolsero lo sfizio di pareggiare con il Brasile

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La Coppa Italia 1988/89 prevedeva una formula un po’ particolare: la prima fase era articolata in 8 gironi composti da sei squadre, passavano alla seconda fase le prime tre classificate.

La seconda fase era costituita da 6 gironi da quattro squadre, dove passavano il turno le prime due classificate che si qualificavano per i quarti di finale ad eliminazione diretta.

La Sampdoria stravinse il suo primo girone composto da Lecce, Modena, Cremonese, Padova e Arezzo. La squadra allenata da Boskov vinse tutte le partite, tranne quella giocata a Lecce che terminò con il risultato di 0-0. In quella prima fase i blucerchiati trovarono un goleador a sorpresa come Pietro Vierchowod, che siglò quattro reti.

Nella seconda fase i blucerchiati affrontarono un gruppo più impegnativo con Atalanta, Bari e Monza. Mancini e compagni vinsero le gare contro Atalanta e Monza, e pareggiarono contro il Bari. Il trascinatore dei liguri fu il “solito” Vialli, autore di tre gol in tre partite.

Ai quarti di finale, nella gara d’andata, la Sampdoria vinse nettamente contro la Fiorentina con un rotondo 3-0. La partita fu giocata a Genova il 4 gennaio 1989, e per i blucerchiati andarono a segno Mancini, Cerezo e Vialli. Il match di ritorno a Firenze terminò con il risultato di 1-1, fece tutto il sampdoriano Luca Pellegrini con un gol e un autogol.

In semifinale, ad attendere la compagine allenata da Boskov, c’era la sorprendente Atalanta di Mondonico. L’andata vide la vittoria della Samp (2-3). Nella gara di ritorno i blucerchiati vinsero 3-1. Una partita senza storia, dove alla doppietta di Mancini e al rigore di Vialli rispose Prandelli, che siglò il gol della bandiera.

In finale la Sampdoria avrebbe trovato il Napoli, che in semifinale superarono il Pisa.

Una finale affascinante che vedeva impegnate due squadre che avevano vinto le due ultime edizioni della Coppa Italia, il Napoli nella stagione 1986/87, la Samp nella stagione 1987/88. Tra l’altro ci sarebbe stata la grande sfida tra la coppia Mancini-Vialli contro la coppia sudamericana Maradona-Careca.

Nella gara d’andata, giocata a Napoli il 7 giugno 1989, i partenopei riuscirono a prevalere grazie a un gol di Renica.

Al ritorno i blucerchiati avevano il difficile compito di ribaltare il risultato. La partita fu giocata allo stadio Zini di Cremona, visto che Marassi era ancora un cantiere aperto in vista dei mondiali di Italia ‘90. Ecco le formazioni che scesero in campo il 28 giugno 1989:

SAMPDORIA: Pagliuca, Lanna, Carboni, Pari, Vierchowod, Pellegrini L., Victor, Cerezo, Vialli , Mancini R., Dossena All. Boskov.

NAPOLI: Giuliani, Corradini, Francini, Fusi, Carannante, Alemao, Renica, Crippa, De Napoli, Careca, Maradona, All.Bianchi

La Sampdoria giocò un grandissimo primo tempo, passando in vantaggio al 32’ con un bellissimo colpo di testa di Vialli. Dopo cinque minuti la squadra di Boskov raddoppiò con Cerezo, che con una bella deviazione aerea superò l’incolpevole Giuliani. Nel primo tempo i blucerchiati avevano già ribaltato il risultato.

Nella ripresa fu Vierchowod a siglare il terzo gol, dopo un bellissimo assist di tacco di Mancini. Fu proprio il numero dieci della Samp a siglare il poker su calcio di rigore. La gara negli ultimi venti minuti iniziò a farsi cattiva e vide l’espulsione di Renica per il Napoli e di Mancini per la Sampdoria.

La partita terminò con la vittoria di Vialli e compagni con il risultato di 4-0. La squadra del presidente Mantovani vinse la sua seconda Coppa Italia consecutiva.

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Il Pisa nella stagione 1990/91 fece il suo ritorno in Serie A con ambizioni importanti. Il presidentissimo Romeo Anconetani aveva allestito un’ottima squadra con gli ingaggi di Michele Padovano, Henrik Larsen e degli argentini Diego Simeone e Josè Chamot.

Padovano veniva da una grande stagione disputata in B con il Cosenza, squadra con la quale aveva sfiorato la promozione in massima serie. Insieme a Piovanelli avrebbe formato un tandem d’attacco importante. Il danese Larsen fu prelevato dal Lyngby e due anni dopo con la sua Danimarca conquistò il titolo di campione d’Europa. Anconetani prima di diventare Presidente, era stato un grande talent scout e ancora una volta ci vide benissimo portando a Pisa i giovani argentini Chamot e Simeone, che nonostante la giovane età dimostrarono sin da subito di poter dir la loro anche in un campionato complicato come quello italiano.

Come allenatore fu scelto il rumeno Mircea Lucescu, tecnico che praticava un calcio molto offensivo, che affiancò il toscano Luca Giannini.

L’avvio di stagione del Pisa fu folgorante: nelle prime tre partite gli uomini di Lucescu ottennero due vittorie e un pareggio, realizzando in tutto cinque gol. A partire dalla quarta giornata la compagine toscana iniziò a mostrare le prime crepe difensive, contro la Fiorentina e l’Inter subì in tutto dieci reti. Significativo il risultato di 6-3 contro i nerazzurri allenati da Trapattoni. Ben presto apparvero i limiti del gioco di Lucescu, bello da vedere ma forse troppo audace per una squadra che doveva lottare per la salvezza. Il Pisa giocava bene, ma concedeva troppo agli avversari.

A beneficiare del lavoro del tecnico rumeno furono soprattutto gli attaccanti Piovanelli e Padovano, che segnavano con grande regolarità. Piovanelli nel mese di dicembre era il capocannoniere della Serie A e conquistò addirittura la sua prima convocazione in nazionale. Azeglio Vicini lo convocò per la partita contro Cipro, match valevole per le qualificazioni agli Europei del 1992. Purtroppo proprio in quel mese, nella gara Lazio-Pisa del 30 dicembre 1990, Piovanelli subì un grave infortunio (frattura incompleta della tibia destra) che mise praticamente fine alla sua stagione e che fu molto pesante anche per il Pisa, che da quel momento in poi fu costretto a giocare senza il suo bomber.

Il girone di ritorno per la squadra di Anconetani fu un calvario: il rendimento del Pisa crollò, i nerazzurri non riuscivano più a vincere e così la società decise di esonerare Lucescu. Al suo posto fu confermato Luca Giannini, tecnico della promozione, con cui i toscani ebbero un leggero miglioramento, vedi la vittoria in trasferta contro il Parma, ma ormai era troppo tardi. Il Pisa, dopo un solo anno, ritornò in Serie B. La stagione 1990/91 fu anche l’ultima occasione di vedere la compagine toscana giocare in serie A, da quel momento in poi il Pisa non è più riuscito a tornare in massima serie.

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La Roma nella stagione 1994/95 proveniva da un campionato piuttosto deludente. La squadra allenata da Carlo Mazzone aveva dato segnali di ripresa soprattutto nella seconda parte della stagione, dove i giallorossi sembravano essere riusciti finalmente a ritrovarsi.

Si doveva cercare di ripartire soprattutto dal bomber argentino Abel Balbo, che nella sua prima stagione in maglia giallorossa realizzò 12 reti dimostrando di poter essere un punto di riferimento importante per la compagine di Mazzone. Il tecnico romano era in cerca di rinforzi, e così portò nella capitale il suo vecchio “pupillo” Checco Moriero, esterno che “Sor Carlè” aveva già allenato a Lecce e a Cagliari. Per dare maggiori geometrie ed esperienza al centrocampo fu acquistato dal Napoli lo svedese Jonas Thern.

Dopo la partenza di Rizzitelli, accasatosi al Torino, si doveva cercare un altro attaccante che potesse essere la spalla ideale per Balbo. La società del Presidente Franco Sensi non badò a spese e, per la cifra 17,5 miliardi di lire, acquistò l’attaccante uruguaiano del Napoli Daniel Fonseca.

Fonseca proveniva da due grandi stagioni con i partenopei, dove aveva segnato in tutto quaranta gol. Numeri importanti, che uniti a quelli dell’altro attaccante argentino della Roma, facevano sognare i tifosi romanisti.

I giallorossi, grazie anche alla coppia d’attacco sudamericana, riuscirono a chiudere il campionato al quinto posto conquistando la qualificazione in Coppa Uefa.

Dell’arrivo di Fonseca ne beneficiò soprattutto Abel Balbo, che realizzò ben 22 reti diventando il vice-capocannoniere della Serie A. Meglio di lui fece soltanto il suo connazionale Batistuta con 26 gol.

Fonseca realizzò 8 reti, un bottino decisamente inferiore rispetto a quello ottenuto a Napoli. E’ chiaro che Fonseca a Roma giocò in maniera un po’ diversa, sacrificandosi molto di più a livello tattico arretrando il suo raggio d’azione.

Balbo e Fonseca giocarono insieme per tre stagioni, nel 1997 l’attaccante uruguaiano passò alla Juventus . Balbo restò alla Roma fino al 1998, ma nella sua ultima stagione non riuscì mai ad entrare in sintonia con il nuovo allenatore Zdeněk Zeman.

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Il Milan nella stagione 1995/96, cercava di riconquistare lo scudetto. I rossoneri, reduci dalla finale di Champions League persa contro l’Ajax, avevano chiuso il campionato precedente al quarto posto.

La rosa era da rinnovare soprattutto in attacco, dove Van Basten,a malincuore, fu costretto a lasciare il calcio a causa dei problemi alla caviglia, e Massaro, ormai a fine carriera, decise di provare l’avventura giapponese.

Da segnalare anche l’addio di un’altra leggenda rossonera come Roberto Donadoni, che si trasferì negli Stati Uniti firmando un contratto con i New York Metrostars.

La società di Silvio Berlusconi per cercare di ridare smalto alla squadra, acquistò due pezzi da novanta come Roberto Baggio e George Weah. Due campioni, che nel reparto avanzato rossonero andarono a fare compagnia a Marco Simone e Dejan Savicevic.

Baggio, dopo il grande mondiale del 1994, non riuscì mai ad entrare in sintonia con il nuovo allenatore della Juventus Marcello Lippi. Tra l’altro a peggiorare la situazione per il “divin codino” ci fu l’infortunio al ginocchio che lo tenne fermo ai box per diversi mesi. L’attaccante liberiano Weah era reduce da grandi stagioni con il Paris Saint-Germain, squadra con cui era riuscito a diventare un calciatore di livello internazionale. Nel dicembre 1995 vinse il pallone d’oro, diventando il primo calciatore non europeo a vincere il trofeo.

Il Milan, per non farsi mancare nulla, decise di acquistare dalla Reggiana il portoghese Paulo Futre, calciatore dal passato glorioso ma che nella sua avventura e Reggio Emilia era stato frenato da un brutto infortunio.

Per cercare di ringiovanire la rosa, si puntò su due centrocampisti italiani molto interessanti come Massimo Ambrosini, proveniente dal Cesena, e Tomas Locatelli, proveniente dall’Atalanta. Sempre nell’ottica di abbassare l’età media della squadra, nel mercato di novembre fu acquistato dai francesi del Cannes il diciannovenne Patrick Vieira. In realtà il centrocampista transalpino ebbe pochissimo spazio, collezionando in tutto solo cinque presenze. Dopo una sola stagione fu ceduto all’Arsenal. Un grave errore.

Una campagna acquisti importante quella orchestrata da Galliani, anche se c’erano diversi dubbi su come Fabio Capello avrebbe organizzato tatticamente la squadra. C’era curiosità soprattutto sul dualismo R.Baggio-Savicevic, due numeri dieci che non sarebbe stato facile riuscire a far coesistere.

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La serie B 1988/89 fu un campionato particolarmente equilibrato con diverse pretendenti alla promozione in A. Alla fine ad essere promosse in massima serie furono Genoa, Bari, Udinese e Cremonese.

Il Genoa e il Bari, allenate rispettivamente da Franco Scoglio e Gaetano Salvemini, furono le due squadre più continue, e chiusero il campionato appaiate al primo posto. Stiamo parlando di due compagini che potevano schierare calciatori del calibro di Signorini, Nappi, Maiellaro, Di Gennaro, Eranio, Carrera ecc. Tutti elementi che in realtà avrebbero potuto giocare benissimo anche in A.

Al terzo posto si piazzò l’Udinese allenata da Nedo Sonetti, che tra i principali artefici della promozione ebbe sicuramente bomber Totò De Vitis, che con i suoi 15 gol fu il vice-capocannoniere della stagione dietro a Totò Schillaci del Messina. Il bomber siciliano, che in seguito sarebbe diventato l’eroe di Italia 90, realizzò ben 23 reti.

A conquistare l’ultimo posto per la serie A fu la Cremonese, che vinse lo spareggio contro la Reggina di Nevio Scala. In realtà a pari punti con Cremonese e Reggina c’era anche il Cosenza, ma la classifica avulsa penalizzò la squadra di Alberto Urban e Michele Padovano.

Lo scontro promozione si giocò a Pescara, e vide la vittoria dei ragazzi di Bruno Mazzia ai calci di rigore.

Tra le sorprese più belle del campionato ci fu il Licata, che chiuse la stagione dalla parte sinistra della classifica. Tra i calciatori siciliani che si misero maggiormente in evidenza ci fu Francesco La Rosa, che realizzò lo stesso numero di reti di De Vitis.

Per quanto riguarda la zona retrocessione, a precipitare in C1 furono Piacenza, Taranto, Sambenedettese ed Empoli. Anche in questo caso per decidere quale sarebbe stata la quarta squadra a retrocedere fu necessario lo spareggio.

Lo scontro salvezza si giocò a Cesena e vide impegnate l’Empoli e il Brescia. Così come era avvenuto nello spareggio per la promozione, anche questa partita terminò ai rigori. Il Brescia allenato da Guerini riuscì a conservare la categoria, mentre i toscani, che solo l’anno prima erano in A, ritornarono mestamente in serie C.

In generale fu un campionato in cui regnò l’equlibrio. Il livello del campionato cadetto in quel periodo era molto alto, oltre a questo bisogna considerare che i due punti a vittoria portavano ovviamente ad avere una classifica più corta, che dava maggior imprevedibilità al campionato.

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