Gli azzurrini nel 1990 stavano disputando un ottimo campionato europeo Under 21. Ai quarti di finale erano riusciti a superare la fortissima Spagna: nella gara d’andata, giocata ad Ancona, i ragazzi di Cesare Maldini vinsero con il risultato di 3-1, grazie alla doppietta di Stroppa e ad un gol di Casiraghi. Per gli iberici il gol della bandiera fu siglato da Hierro. Nella partita di ritorno la Spagna vinse 1-0, punteggio che permise a Marco Simone e compagni di  qualificarsi per il turno successivo.

Purtroppo il sogno degli azzurrini si interruppe in semifinale, quando furono eliminati da una fortissima Jugoslavia. Il livello di quella squadra era davvero impressionante: tra le sue fila c’era gente del calibro di Savicevic, Boban, Prosinečki, Jarni, Suker, Mihajlović, Boksic, Mijatović e tanti altri calciatori di altissimo livello tecnico. Nonostante il valore degli avversari, gli azzurrini riuscirono a pareggiare in Jugoslavia (0-0) e a fermare gli avversari sul 2-2 (per gli azzurri gol di Marco Simone e autogol di Dukic) nella gara di ritorno giocata in Italia. Purtroppo ciò non bastò a qualificarsi per la finale, a causa dei due gol siglati in trasferta da Suker e Boban.

Ecco le formazioni della partita di ritorno Italia-Jugoslavia giocata a Parma il 9 maggio 1990:

Italia: Peruzzi, Costacurta, Garzya, Benedetti, Fuser, Carbone, Salvatori, Stroppa, Piacentini, Casiraghi, Simone

Jugoslavia: Leković, Mihajlović, Panadić, Đukić, Brnović, Jarni, Boban, Savicevic, Novak, Prosinečki, Suker

Quell’europeo fu vinto dall’Unione Sovietica, un’altra squadra davvero di altissimo livello che aveva in rosa alcuni calciatori che in futuro avrebbero giocato nella nostra Serie A: Shalimov, Dobrovolski, Kanchelskis e Kolyvanov.

Posted in Senza categoria

Il Piacenza dal 1995 al 2000 disputò ben cinque stagioni consecutive in Serie A.

Dopa la retrocessione in B, la compagine emiliana stravinse il campionato cadetto 1994/95 con cinque giornate d’anticipo.

Quel Piacenza si avvaleva di un tridente offensivo di altissimo livello composto da Totò De Vitis, Filippo Inzaghi e Gianpiero Piovani, che realizzarono in tutto 42 reti, numeri da capogiro per l’epoca.

La squadra allenata da Gigi Cagni era di nuovo in A, e da quel momento iniziò la favola della società biancorossa, che restò nella massima serie per cinque stagioni consecutive diventando un modello da imitare.

In quegli anni il Piacenza diventò molto popolare, anche perché in Serie A era l’unica squadra ad avere una rosa composta esclusivamente da calciatori di nazionalità italiana. Una politica societaria che durò per diverse stagioni, fino al 2001-02, e che portò i suoi frutti.

Uno dei protagonisti di quel Piacenza era Gianpiero Piovani, che nel nostro libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare la scelta di avvalersi solo di giocatori italiani:

«Ho giocato nel Piacenza per undici anni e non ho mai avuto un compagno di squadra straniero. La società aveva una filosofia ben precisa e preferì puntare sulla crescita del settore giovanile, dal quale in quegli anni vennero fuori giocatori importanti, che furono poi determinanti in prima squadra. Una linea che noi calciatori sposammo in pieno. Anche per gli allenatori era più comodo avere in squadra giocatori della stessa nazionalità, in quanto alcuni concetti tattici erano difficili da spiegare ad un ragazzo che parlava un’altra lingua e che aveva anche dal punto di vista calcistico una cultura diversa dalla nostra. Posso dire a distanza di tanti anni che anche questo fu uno dei segreti di quel Piacenza».

L’epoca targata Gigi Cagni terminò nel 1996. Successivamente, la società emiliana cambiò quattro allenatori in altrettante stagioni (Mutti, Guerini, Materazzi, Simoni).

Il Piacenza retrocesse in B nel 2000, ma ritornò in massima serie dopo soltanto un anno di purgatorio con Walter Novellino in panchina.

1996–97 Piacenza Football Club
Posted in Senza categoria

Il Cesena nella stagione 1987/88, era una squadra neopromossa in Serie A allenata dal giovane Alberto Bigon, che aveva preso il posto dell’esperto Bruno Bolchi.

La società romagnola puntava alla salvezza, e aveva effettuato diversi acquisti. Arrivarono due calciatori esperti come il mitico Agostino Di Bartolomei e Davor Jozic, all’epoca già titolare nella nazionale della Jugoslavia. Furono acquistati anche calciatori interessanti come l’attaccante Giuseppe Lorenzo, il terzino Armenise ed il giovane Alessandro Bianchi, un ritorno per lui.

Dopo un avvio di campionato particolarmente stentato, la compagine allenata da Bigon riuscì a trovare la propria identità, e dall’ottava all’undicesima giornata ottenne ben quattro vittorie consecutive, che diedero la svolta alla stagione dei romagnoli.

Tra i punti di forza di quella squadra c’erano bomber Rizzitelli (autore di 9 reti), che nel febbraio 1988 conquistò addirittura la sua prima convocazione in nazionale, il portiere Sebastiano Rossi, l’esterno di centrocampo Alessandro Bianchi, e gli esperti Cavasin, Cuttone, Di Bartolomei e Jozic.

Una rosa costruita con intelligenza, in cui si creò il giusto mix tra giovani di qualità in rampa di lancio e calciatori d’esperienza.

Nel girone di ritorno vi fu un leggero calo di rendimento, ma la squadra del presidente Lugaresi non fu mai coinvolta seriamente nella lotta per non retrocedere.

Alla fine del campionato Sebastiano Rossi e compagni chiusero al nono posto in classifica, un grande risultato per una provinciale neopromossa in Serie A.

Dopo quell’ottima stagione, le due giovani stelle Ruggiero Rizzitelli e Alessandro Bianchi furono ceduti rispettivamente alla Roma e all’Inter.

Per Rizzitelli arrivò anche la convocazione agli europei del 1988, dove però mister Azeglio Vicini non lo fece mai scendere in campo.

Posted in Senza categoria

Mychajlyčenko arrivò alla Sampdoria nella stagione 1990-91 con un curriculum importante. Il centrocampista sovietico, con la Dinamo Kiev, vinse tre campionati e diverse coppe nazionali. Anche con la propria nazionale riuscì a ritagliarsi grandi soddisfazioni, riuscendo a vincere le Olimpiadi di Seul nel 1988 e raggiungendo il secondo posto ad Euro’88, competizione nella quale la compagine di Lobanovski aveva sorpreso tutti con un gioco moderno e spumeggiante.

In realtà nonostante le buone qualità tecniche e fisiche, Mychajlyčenko non riuscì mai ad adattarsi al nostro campionato. Un destino comune alla maggior parte dei suoi connazionali, che in quel periodo approdarono in Europa. Troppo diverso lo stile di vita tra l’occidente e l’Unione Sovietica, dove il calcio veniva ancora vissuto come uno sport, lontano anni luce dal mondo patinato della Serie A e degli altri grandi campionati europei.

Boskov dopo qualche mese relegò Mychajlyčenko in panchina, facendogli disputare in tutto 20 partite. Un vero peccato, se pensiamo che quella, tra l’altro, fu una grande stagione per la Sampdoria, che riuscì a conquistare il suo primo e unico scudetto. Il pupillo di Lobanovski nella stagione successiva fu ceduto agli scozzesi dei Glasgow Rangers, squadra in cui terminerà la sua carriera nel 1996.

Posted in Senza categoria

La Fiorentina nella stagione 1991/92 aveva costruito, almeno sulla carta, una rosa con cui avrebbe potuto raggiungere la qualificazione in Coppa Uefa.

Il presidente Cecchi Gori effettuò investimenti importanti soprattutto per rinforzare il reparto avanzato. Furono acquistati due attaccanti come Marco Branca e l’argentino Gabriel Batistuta provenienti rispettivamente dalla Sampdoria e dal Boca Juniors, inoltre arrivò il talentuoso fantasista Pietro Maiellaro reduce da grandi stagioni disputate nel Bari. A completare un’ottima campagna acquisti, ci furono gli ingaggi del centrocampista brasiliano Mazinho, proveniente dal Lecce, del portiere Alessandro Mannini, e il ritorno alla base di Stefano Carobbi dopo la sua breve esperienza al Milan.

In panchina fu riconfermato il tecnico brasiliano Lazaroni, che in realtà nella stagione precedente non aveva pienamente convinto.

Nonostante le buone premesse iniziali, le prime sei giornate furono un mezzo disastro: la Fiorentina vinse una sola partita e subì ben tre sconfitte, tra l’altro due in casa. A questo punto la società viola decise di esonerare Lazaroni e chiamare al suo posto l’esperto Gigi Radice.

Con l’avvento del nuovo tecnico le cose iniziarono ad andare meglio, la squadra riuscì ad avere un buon rendimento, e Batistuta cominciò a segnare con una certa regolarità, dimostrando tutte quelle qualità che soprattutto in futuro gli avrebbero permesso di diventare uno dei bomber più prolifici a livello mondiale.

I primi segnali di risveglio però durarono poche giornate; infatti anche con Radice un vero e proprio cambio di marcia non arrivò mai. I gigliati furono eliminati dalla Coppa Italia e iniziò ad emergere il dualismo Orlando-Maiellaro, che penalizzò entrambi. Radice non faceva mai giocare insieme i due fantasisti, che ovviamente si sentivano sempre in discussione.

La Fiorentina nel girone di ritorno fu protagonista di un campionato abbastanza anonimo, fatto di alti e bassi, e chiuse con un deludente dodicesimo posto in classifica e con tanti rimpianti.

L’unica consolazione furono i tredici gol di Gabriel Batistuta, che si rivelò un acquisto azzeccato diventando sin da subito uno degli idoli della tifoseria viola.

Posted in Senza categoria

Il Bologna nella stagione 1990/91 partecipò alla Coppa Uefa. Nel campionato precedente la squadra allenata da Gigi Maifredi fu protagonista di una grande stagione sia dal punto di vista dei risultati che sotto il profilo del gioco. Purtroppo per gli emiliani il campionato 1990/91 fu davvero sfortunato, caratterizzato da un rapido cambio in panchina (esonero di Scoglio sostituito da Radice) e poi da una serie di infortuni che falcidiarono la compagine rossoblù. In breve tempo si infortunarono calciatori come Waas, Poli, Cabrini, Tricella, Bonini, Detari ed il portiere Cusin, elementi fondamentali per la compagine emiliana. Il Bologna tra lo stupore generale retrocesse in B con non pochi rimpianti.

Ad un campionato molto deludente fece da contraltare un cammino in Coppa Uefa veramente esaltante, che portò gli uomini di Radice fino ai quarti di finale, in cui furono eliminati dallo Sporting Lisbona.

Uno dei protagonisti di quel Bologna era Pietro Mariani, che nel nostro libro “Storie di un altro Calcio” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare quella indimenticabile avventura:

«Il nostro percorso in Uefa fu incredibile: nelle prime partite d’andata, giocate in trasferta, andavamo sotto di due o tre gol, e poi recuperavamo sempre nel ritorno in casa. Questo avvenne sia nella partita giocata in Scozia contro l’ Heart of Midlothian dove perdemmo 3-1, sia negli ottavi di finale contro l’ Admira Wacker. In Austria subimmo una batosta (3-0), ma poi a Bologna riuscimmo anche noi a siglare tre gol e passammo il turno grazie ai calci di rigore.

Per quanto riguarda la partita contro lo Sporting Lisbona nei quarti di finale, devo dire che fummo ancora una volta molto sfortunati. All’epoca il manto erboso del Dall’Ara era uno dei migliori in Italia, era praticamente un tavolo da biliardo. Negli ultimi secondi della partita contro i portoghesi il nostro attaccante Türkyılmaz, dopo un’ottima azione, era praticamente da solo davanti alla porta e doveva solo appoggiare la palla in rete, purtroppo la sfera colpì l’unica zolla di quel terreno, probabilmente alzata dopo uno scontro di gioco, e finì altissima. Una vera disdetta! Per una zolla perdemmo la semifinale, che per noi sarebbe stata il raggiungimento di un traguardo incredibile, ottenuto con una squadra ridotta all’osso»

Posted in Senza categoria

Il Bari nella stagione 1993/94 proveniva da due stagioni molto deludenti, che avevano visto i biancorossi prima retrocedere in B, e poi disputare un campionato anonimo in serie cadetta. La delusione era tanta anche perché quelle squadre avevano in rosa nomi altisonanti, parliamo di gente come Platt, Jarni, Boban, Cucchi, Joao Paulo, Tovalieri, Protti, Progna, Loseto ecc.

Nel campionato 1992/93 i biancorossi erano stati guidati dal tecnico brasiliano Lazaroni, che soltanto due anni prima era l’allenatore della nazionale brasiliana. Purtroppo la stagione si mise male sin da subito, e alla 19a giornata il mister sudamericano fu esonerato e al suo posto arrivò Beppe Materazzi.

Il tecnico sardo cercò di rilanciare i galletti in zona promozione, ma non ci riuscì. La squadra chiuse la stagione al decimo posto.

Per il campionato successivo Matarrese e Regalia attuarono una mezza rivoluzione tecnica. Materazzi rimase al suo posto, ci furono cessioni eccellenti, ma allo stesso tempo arrivarono diversi giovani dalle serie inferiori, e vi fu il ritorno alla base di calciatori del settore giovanile biancorosso come Amoruso, Bigica e Tangorra, che nel frattempo avevano fatto un po’ di gavetta in serie C.

Lorenzo Amoruso diventò sin da subito uno dei punti di forza di quel Bari, e nel nostro libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare quella indimenticabile stagione:

«Ritornai a Bari un po’ nell’anonimato in quanto i biancorossi venivano da un campionato molto deludente in Serie B e in città tra i tifosi serpeggiava grande malcontento. La società voleva rivoluzionare la rosa puntando su giovani di proprietà che erano cresciuti nel settore giovanile biancorosso come Bigica, Tangorra ed il sottoscritto e su giovani che provenivano dalle serie inferiori come ad esempio Ricci, Mangone, Pedone ecc. Della vecchia guardia rimasero in pochi, ma erano tutti elementi di assoluta qualità. Parlo di calciatori come Angelo Alessio, Sandro Tovalieri, Igor Protti, Joao Paulo e Onofrio Barone, tutta gente che in quella categoria faceva la differenza».

Per il ritorno a Bari di Amoruso fu fondamentale la figura di Beppe Materazzi, che convinse il giovane calciatore biancorosso a non partire e a giocarsi le sue carte in un campionato importante come quello della Serie B nella squadra della sua città.

«Quando tornai a Bari, dopo l’esperienza a Pesaro, ero convinto di andar via in quanto ero in pessimi rapporti con alcuni dirigenti della compagine pugliese, con cui in passato avevo avuto un acceso diverbio. A questo punto subentrò Materazzi, che mi volle subito conoscere e mi convinse ad allenarmi con lui ed il suo staff per circa una settimana. Quel breve test ebbe successo ed il mister mi prese da parte dicendomi che aveva saputo dei miei problemi con la società, ma che a lui il passato non interessava e che se mi fossi allenato sempre con impegno e determinazione sarei stato un elemento fondamentale per quella squadra. Devo dire che il mister fu di parola».

Ai nastri di partenza della serie B 1993-94 c’era la favoritissima Fiorentina, che obiettivamente aveva una squadra con cui avrebbe potuto giocare un buon campionato anche in Serie A. Ma in realtà a parte i toscani, quello più che un campionato cadetto sembrava essere una vera e propria serie A. Basterebbe dare un’occhiata alla classifica dei marcatori di quella stagione per capire il livello tecnico di quel torneo. Ecco i nomi degli attaccanti più prolifici del campionato cadetto 1993-94: Agostini, Bierhoff, Batistuta, Galderisi, Scarafoni, Carnevale, Tovalieri, Chiesa, Inzaghi. Senza dimenticare giocatori di livello internazionale come Hagi ed Effenberg. E’ chiaro che qualsiasi paragone con la serie B attuale sarebbe impietoso.

Come da pronostico i viola vinsero quel campionato, ma a soli cinque punti di distacco, un po’ a sorpresa, si piazzò il Bari che dopo due anni di purgatorio ritornò nella massima serie.

Materazzi fu abilissimo a creare il giusto mix tra giovani e calciatori d’esperienza. La squadra in difesa poteva contare su un ottimo portiere come Alberto Fontana e su due centrali affidabili come Ricci e Amoruso. A centrocampo c’era un motorino inesauribile come Emiliano Bigica, capitano a soli 20 anni, e calciatori di qualità come Barone e Alessio coadiuvati da Gautieri a Pedone. In attacco i galletti avevano pedine come Tovalieri, Protti e Joao Paulo che per la serie B erano un autentico lusso.

Il Bari nella stagione 1994/95 optò per pochissimi movimenti di mercato. Gli unici due acquisti degni di nota furono quelli dell’attaccante colombiano Guerrero ed il ritorno del centrocampista brasiliano Gerson. In molti alla vigilia di quel campionato, davano i biancorossi già spacciati e invece la compagine di Materazzi sorprese tutti.

I biancorossi disputarono una grande annata, e soprattutto nel girone d’andata riuscirono ad inanellare una serie di vittorie consecutive che portarono Amoruso e compagni ai vertici della classifica. Nel mese di dicembre, dopo la vittoria del derby contro il Foggia, il Bari era addirittura al quarto posto.

I biancorossi nel girone di ritorno ebbero un notevole calo di rendimento e dovettero dire addio al sogno Uefa, ma la salvezza non fu mai in discussione. Tra i calciatori che si misero maggiormente in luce ci furono il “cobra” Sandro Tovalieri che realizzò 17 gol e i baresi Bigica, nel frattempo diventato capitano dell’Under 21, e Amoruso. A fine stagione furono entrambi ceduti alla Fiorentina allenata da Claudio Ranieri.

Ecco il ricordo di Amoruso a proposito di quella grande annata:

«In quel campionato riuscimmo a mettere in difficoltà chiunque. Il Bari ottenne vittorie storiche a Milano e a Roma esprimendo un calcio brillante. Per me fu una grande soddisfazione da barese, e quindi da profeta in patria, dare il mio contributo per quella stagione ricca di vittorie».

Posted in Senza categoria

La stagione 1986/87 per l’Atalanta fu caratterizzata dalla retrocessione in B ma da un grande risultato in Coppa Italia, dove i bergamaschi raggiunsero la finale contro il Napoli. Maradona e compagni riuscirono ad aver la meglio sulla compagine atalantina in una finale senza storia, in cui gli uomini allenati da Ottavio Bianchi si imposero in casa con il risultato di 3-0 ( reti di Renica, Muro e Bagni) e a Bergamo per 1-0 (rete di Giordano). Nonostante la netta sconfitta, l’Atalanta si qualificò in Coppa della Coppe visto che il Napoli vinse anche lo scudetto e quindi ebbe accesso alla Coppa dei Campioni. Così i nerazzurri si ritrovarono nella strana situazione di dover partecipare a una competizione internazionale prestigiosa nonostante militassero in B.

Per l’Atalanta l’annata successiva fu quella del riscatto. La squadra allenata da Mondonico conquistò la promozione in A ed in Coppa delle Coppe sfiorò l’impresa, giungendo sino alle semifinali dove fu eliminata dalla fortissima squadra belga del Malines.

II Malines negli anni ottanta era una squadra temibilissima, che aveva come stella indiscussa il portiere Michel Preud’homme, molto probabilmente all’epoca tra i tre portieri migliori al mondo. Oltre a lui la compagine belga poteva contare sull’attaccante israeliano Ohana, su Erwin Koeman (fratello di Ronald), su Emmers e sul capitano Leo Clijsters, padre della futura campionessa di tennis Kim Clijsters.

Il libero di quell’Atalanta era Domenico Progna, che nel nostro libro “Storie di un altro Calcio” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare quella indimenticabile avventura: «La stagione 1987/88 fu incredibile: vincemmo il campionato di Serie B tornando nella massima serie dopo un solo anno di purgatorio e arrivammo sino alle semifinali della Coppa delle Coppe, traguardo storico per una squadra che militava in cadetteria. Sono legatissimo a quella competizione europea, anche perché nella partita d’esordio, giocata in Galles a Cardiff, riuscii a siglare un gol. Per noi era davvero un orgoglio poter partecipare ad una competizione internazionale di quel livello dove comunque c’erano squadre di grande blasone. Credo che la nostra miglior partita fu quella disputata contro lo Sporting Lisbona, sia per l’ottima prestazione e soprattutto per il valore tecnico dell’avversario. Vincemmo la partita d’andata con il risultato di 2-0 (gol di Nicolini e Cantarutti) e nella gara di ritorno fu una vera battaglia: i lusitani vincevano 1-0 e se avessero raddoppiato saremmo andati ai tempi supplementari. Ci difendemmo con le unghie e con i denti e nei minuti finali riuscimmo addirittura a pareggiare grazie ad una rete di Cantarutti».

Purtroppo per l’Atalanta la finale restò solamente un sogno, visto che in semifinale il Malines vinse sia la partita di andata che quella di ritorno con il risultato di 2-1, anche se in realtà il doppio confronto fu molto equilibrato e la qualificazione per entrambe le squadre fu sempre sul filo del rasoio. Preud’homme e compagni vinsero la Coppa delle Coppe battendo l’Ajax in finale e nella stagione successiva conquistarono anche la Supercoppa Europea superando il PSV Eindhoven allenato da Hiddink con un netto 3-0. Quella del Malines fu una favola che durò poche stagioni, infatti già a partire dalla metà degli anni novanta per la società belga iniziò un lento ed inesorabile declino.

Chiediamo a Progna cosa sia mancato all’Atalanta per arrivare in finale ed avere la meglio del Malines.

«La differenza la fece soprattutto il loro tasso di esperienza internazionale, che era nettamente superiore al nostro. In quel Malines erano quasi tutti nazionali, noi invece eravamo una squadra che giocava in B e quindi è normale che rispetto agli avversari nei momenti topici di quella semifinale ci mancò qualcosa».

Posted in Senza categoria

Per le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90 abbiamo incontrato Salvatore Mazzarano, che ci ha svelato i segreti ed i punti di forza dell’Ancona che in due anni ottenne la promozione in Serie A e conquistò la finale in Coppa Italia mentre militava nella serie cadetta. Mazzarrano fu proprio uno dei protagonisti di quella squadra.

Ha giocato nell’Ancona dal 1991 al 1994. Quali furono i punti di forza di quella squadra che ottenne la storica promozione in serie A? Quali furono i meriti di mister Guerini?

I punti di forza furono sicuramente l’elevato tasso tecnico, con alcuni calciatori che erano davvero un lusso per la B, e la grande coesione del gruppo. Eravamo prima di tutto amici e poi colleghi, tra di noi c’era grande intesa anche fuori dal rettangolo di gioco. Ancora oggi, a distanza di quasi trent’anni, ci sentiamo quasi tutti i giorni ed è rimasta una grandissima amicizia.

Il merito di Guerini fu soprattutto quello di credere nelle nostre potenzialità. Era un grande motivatore, e riuscì a tirar fuori da ognuno di noi il 110%. Il mister fu fondamentale per raggiungere il sogno della Serie A.

La stagione in Serie A (1992-93) fu difficile, anche se condizionata dai guai giudiziari di Longarini. Crede che vi sareste potuti salvare senza le problematiche del patron dell’Ancona?

La serie A di quegli anni era di un livello altissimo, decisamente superiore rispetto a quella attuale. Sinceramente fummo anche un po’ sfortunati, in alcune partite non meritammo assolutamente di perdere. Giocavamo bene, ma purtroppo concretizzavamo poco. Le vicissitudini giudiziarie di Longarini hanno sicuramente influito sulla retrocessione, in quanto ci bloccarono il mercato di riparazione dove la società sarebbe sicuramente intervenuta per migliorare la rosa.

Nella stagione successiva raggiungeste il grandissimo traguardo della finale di Coppa Italia. Quali sono i ricordi più belli legati a quella competizione? Vi mancò qualcosina nella gara di ritorno, oppure la Sampdoria era troppo forte per una squadra che comunque militava in B?

Annata straordinaria, ma ci furono anche dei rimpianti. La nostra intenzione era quella di ritornare subito in A, ma inaspettatamente ci trovammo a lottare anche per vincere la Coppa Italia, vivendo emozioni indimenticabili. La grande avventura in Coppa, da un lato ci portò a raggiungere un prestigioso traguardo, ma dall’altro ci fece perdere energie preziose per il campionato. Inoltre in quella stagione eravamo anche impegnati con il torneo Anglo-Italiano. Le rose all’epoca erano ristrette, e così la promozione in massima serie non arrivò. Non era facile gestire fisicamente e mentalmente tutti quegli impegni.

Il mio ricordo più bello di quella Coppa Italia è sicuramente legato alla doppia semifinale contro il Torino allenato da Mondonico. Ad Ancona vincemmo 1-0, e al ritorno riuscimmo a strappare un soffertissimo 0-0. Ricordo che al nostro ritorno in città i tifosi dell’Ancona ci accolsero in massa e festanti all’aeroporto. Fu una gioia immensa.

Per quanto riguarda la finale, devo dire che in realtà giocammo bene sia all’andata che al ritorno. Nel primo match la gara terminò 0-0, e a al ritorno il risultato di 6-1 in favore dei blucerchiati non deve ingannare; infatti la prima frazione di gioco si chiuse a reti bianche. Ancora oggi ricordo un arrabbiatissimo Eriksson urlare negli spogliatoi contro la sua squadra, colpevole di non aver ancora sbloccato il risultato. Nel secondo tempo la Sampdoria venne fuori alla grande e dilagò. Ma d’altra parte stiamo parlando di una squadra che poteva contare su calciatori del calibro di Gullit, Mancini, Evani, Platt, Jugovic, Lombardo ecc.

Ci fa i nomi dei tre compagni di squadra più forti con i quali ha giocato ad Ancona?

Detari, Agostini e Gadda, ma in quella squadra di calciatori bravi ce n’erano tanti.

Nel giro di pochi anni è passato dalla C2 a giocare titolare in serie A. Nel calcio moderno avviene ormai molto raramente. A suo avviso questo succede per colpa delle società che non hanno più voglia di rischiare, oppure il livello delle categorie inferiori in Italia si è talmente abbassato che i calciatori che vengono da quei campionati non sono pronti per il salto di categoria?

Anche oggi nelle categorie inferiori ci sono profili interessanti e potenzialmente pronti a giocare in A, ma il problema è che ormai per le società è più facile andare ad acquistare all’estero. Oggi purtroppo i giovani calciatori italiani sono molto penalizzati, ai miei tempi era completamente diverso.

Il livello tecnico del nostro calcio si è sicuramente abbassato in tutte le categorie. Un tempo durante la partita vedevi gesti tecnici che ti entusiasmavo e ti facevano divertire. Oggi sinceramente quando guardo le partite mi annoio a morte. Ormai tra le squadre italiane c’è solo l’Atalanta capace di mostrare un calcio spumeggiante, per il resto devo dire che il nostro calcio è diventato davvero noioso.

Di cosa si occupa in questo momento?

Mi occupo di calcio giovanile e faccio parte dello staff delle rappresentative nazionali di Serie D allenate da Giuliano Giannichedda.

 

Posted in Senza categoria

Nel biennio 1986-88 il cammino dei ragazzi di Cesare Maldini fu abbastanza positivo, ma l’avventura agli Europei si fermò contro la Francia ai quarti di finale in una gara rocambolesca.

Nel match di andata, giocato a Nancy nel 1988, gli azzurrini passarono in vantaggio grazie a Paolo Maldini. I transalpini ribaltarono il risultato proprio negli ultimi dieci minuti con le reti di Paille e Franck Sauzée, che qualche anno dopo avrebbe giocato nell’Atalanta. Una sconfitta immeritata per la nostra under, che avrebbe meritato almeno un pareggio

La decisiva partita di ritorno venne disputata a San Benedetto del Tronto il 23 marzo 1988, Rizzitelli e compagni per passare il turno erano naturalmente condannati a vincere.

Ecco la formazione con la quale i ragazzi allenati da Cesare Maldini cercarono di ribaltare il risultato:

Nista, Brambati, Zanoncelli (71′ Annoni), Benedetti, Lucci, Maldini, Berti, Crippa, Rizzitelli, Cucchi, Scarafoni (54′ Ciocci)

Verso la fine del primo tempo le cose per gli azzurrini si misero bene: Rizzitelli inventò un bel pallonetto con il quale portò in vantaggio l’Italia. Nella ripresa Ciocci entrò in campo al posto di Scarafoni e fu proprio l’attaccante dell’Inter a raddoppiare grazie ad un assist proprio di Rizzitelli. La vittoria sembrò essere quasi in cassaforte, ma negli ultimi dieci minuti arrivò la beffa: i transalpini in cinque minuti prima accorciarono le distanze, e poi pareggiarono con una doppietta di Paille. Risultato finale 2-2 e per la nostra Under 21 un’eliminazione cocente.

Ancora una volta per gli azzurrini furono fatali i minuti finale della partita. Un vero peccato visto che superato l’ostacolo della Francia, che poi vinse il Campionato europeo, i ragazzi di Cesare Maldini avrebbero trovato sulla loro strada ostacoli meno complicati come Inghilterra e Grecia.

Posted in Senza categoria