Nella stagione 1990/91 il Lecce si apprestava a disputare il suo terzo campionato consecutivo in Serie A con una novità importante: il tecnico Carletto Mazzone, passato nel frattempo al Pescara, fu sostituito con il polacco Zbigniew Boniek. L’ex calciatore della Juventus era al suo debutto in panchina ed esordire così presto alla guida di una squadra di serie A era sicuramente una banco di prova particolarmente impegnativo e rischioso.

I giallorossi si rinforzarono con l’arrivo di Sergeij Alejnikov, proveniente dalla Juve, e del brasiliano Mazinho. Due acquisti importanti e di livello internazionale, che si andavano ad inserire in un gruppo già ben rodato. La compagine salentina in campionato partì in maniera positiva disputando una grande fase iniziale e alla fine del girone d’andata era vicinissima alla zona Uefa, un grande risultato e per certi versi inaspettato. Per Boniek ed i suoi ragazzi terribili gli elogi si sprecavano e i giallorossi sembravano ormai essere diventati una realtà del calcio italiano.

Purtroppo nel girone di ritorno le cose cambiarono radicalmente. La squadra iniziò ad avere un vistoso calo di rendimento e ci furono una serie di infortuni molto lunghi come quelli di Garzya, Marino e Benedetti, pedine fondamentali nello scacchiere del tecnico polacco.

La rosa di quel Lecce era numericamente piuttosto striminzita e così non aveva sostituti all’altezza dei titolari infortunati e nel giro di pochissimi mesi da essere tra le pretendenti per un posto in Europa precipitò in zona retrocessione.

Nelle ultime dieci giornate Conte e compagni crollarono ed i giallorossi retrocessero mestamente in B chiudendo la stagione al quart’ultimo posto.

I salentini risalirono in massima serie soltanto due anni dopo con Bruno Bolchi in panchina.

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La serie B della stagione 1993/94 era un’autentica A2 a cui partecipavano squadre di grande tradizione con diversi calciatori di livello internazionale come ad esempio Batistuta, Hagi ed Effenberg, solo per citare i nomi più importanti. Ovviamente tutto questo fu anche favorito dalla presenza della Fiorentina, che per il campionato cadetto rappresentava un vero lusso.

Se osserviamo la classifica marcatori di quel campionato rimaniamo impressionati dal livello della Serie B di quegli anni e allo stesso tempo ci rendiamo come qualsiasi paragone con la cadetteria di oggi sia davvero improponibile.

Il bomber principe di quella stagione con 18 gol fu Massimo Agostini dell’Ancona, il “condor” aveva già una grande esperienza e contava diverse presenze sia in Serie A che nelle Coppe Europee, parliamo di un calciatore che ebbe la possibilità di giocare addirittura nel grande Milan di Sacchi con il quale riuscì ad esordire anche in Coppa dei Campioni. A quota 17 reti c’era il panzer tedesco Oliver Bierhoff, che finalmente riuscì a dimostrare tutto il suo valore, anche se i suoi gol non furono sufficienti per portare l’Ascoli in massima serie. Con 16 gol troviamo il grande Gabriel Batistuta, in quel periodo già titolarissimo della nazionale argentina con cui aveva vinto la Coppa America del 1991 e con cui in quella stagione avrebbe partecipato ai mondiali di Usa ‘94. Dietro il bomber sudamericano, con un solo gol di differenza, vi erano Galderisi del Padova e Scarafoni del Cesena.Galderisi aveva un passato importante ed era stato uno dei protagonisti della storico scudetto vinto dal Verona di Bagnoli nella stagione 1984/85 e aveva partecipato ai mondiali di Mexico ‘86. Scarafoni da giovane era una grande promessa del calcio italiano e fece parte in pianta stabile dell’Under 21, ma col tempo diventò soprattutto il classico bomber di categoria che in serie B faceva sempre la differenza.

A quota 14 gol Andrea Carnevale del Pescara, Sandro Tovalieri del Bari ed Enrico Chiesa del Modena. Per quanto riguarda Carnevale non ha bisogno di presentazioni, parliamo di un grande attaccante che aveva alle spalle una carriera di alto livello in Serie A e che contava diverse presenze in nazionale. Il “cobra” Tovalieri dopo essere cresciuto calcisticamente nella Roma, segnò caterve di gol in Serie B e successivamente proprio con la maglia del Bari siglò 17 reti in A, record della sua carriera. Chiesa all’epoca era una giovane promessa, che qualche anno più tardi diventò un calciatore di livello internazionale militando in squadre importanti come Sampdoria, Parma e Fiorentina. Dietro di loro a pari merito con 13 reti Raffaele Cerbone del Chievo ed il giovane Filippo Inzaghi del Verona. A quota 12 altri due bomber d’eccezione: Dario Hubner del Cesena e Christian Vieri, che a Ravenna iniziò il suo percorso da bomber che poi a partire dalla metà degli anni ‘90 lo avrebbe portato ad essere uno degli attaccanti più prolifici del calcio mondiale

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La Fiorentina alla vigilia della stagione 1992/93 era pronta per affrontare il nuovo campionato con una squadra, che almeno sulla carta, sembrava poter ottenere risultati importanti. La società gigliata in sede di calciomercato aveva piazzato dei colpi importanti come quelli di Brian Laudrup, fresco campione d’Europa con la Danimarca, del nazionale tedesco Stefan Effenberg e dell’attaccante Ciccio Baiano, reduce da una grande stagione con il Foggia dove era anche riuscito a conquistare la prima convocazione in azzurro. In panchina fu riconfermato Gigi Radice, che nel campionato precedente aveva sostituito a stagione in corso il tecnico brasiliano Lazaroni. La Fiorentina fu protagonista di un brillante avvio di campionato, e fino al mese di dicembre restò in pianta stabile nelle primissime posizioni di classifica. Ma il 3 gennaio, dopo la sconfitta interna con l’Atalanta, il presidente Cecchi Gori prese una decisione che cambiò radicalmente il campionato dei viola: l’esonero di Radice e l’arrivo al suo posto di Aldo Agroppi, un ritorno quello dell’allenatore di Piombino che aveva già allenato a Firenze con buoni risultati nella stagione 1985/86.

Una scelta inspiegabile, visto che fino a quel momento la Fiorentina era in piena zona Uefa e stava esprimendo anche un calcio particolarmente brillante. Da quel momento la compagine gigliata iniziò ad inanellare una serie di sconfitte che fecero precipitare la squadra in piena zona retrocessione. La società cercò di correre ai ripari nelle ultime giornate sostituendo Agroppi con Chiarugi, ma era troppo tardi: i viola retrocessero in Serie B insieme a Brescia, Ancona e Pescara.

Su quel cambio in panchina nel corso degli anni si diffusero diverse voci e forse anche leggende, ma come spesso avviene nel calcio italiano conoscere la verità diventa alquanto complicato. Personalmente nel libro “L’Altro calcio anni ottanta e novanta” ho parlato di quell’incredibile retrocessione con Malusci e anche l’ex difensore non ha mai capito il motivo di quel cambio in panchina così come anche Carnasciali, intervistato su questa pagina lo scorso anno, fece fatica a comprendere le scelte societarie confermando comunque che all’interno del gruppo non c’era alcun tipo di problema e il crollo della squadra avvenne solo ed esclusivamente per motivi tecnico-tattici

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In quegli anni nella nostra serie A arrivavano i migliori calciatori del panorama mondiale e questo riguardava non solo le grandi squadre, ma anche le squadre medio-piccole in cui spesso venivano acquistati giocatori stranieri di qualità e che facevano parte dello loro rispettive nazionali. Oggi vogliamo analizzare i calciatori esteri presenti in serie A nella stagione 1990/91, quando esisteva ancora la limitazione di massimo tre stranieri per squadra.

L’Atalanta si presentava ai nastri di partenza del campionato con il “solito” svedese Stromberg, ormai un pilastro della squadra, e due attaccanti di altissimo livello come il brasiliano Evair e l’argentino Caniggia, quest’ultimo grande protagonista ai mondiali di Italia ‘90. Il Bari oltre ai confermatissimi brasiliani Gerson e Joao Paulo per completare l’attacco aveva acquistato il rumeno Florin Raducioiu, calciatore di grande caratura tecnica ma che dal punto di vista realizzativo dimostrò in seguito diverse lacune. Il Bologna utilizzò in tutto quattro stranieri: la stella ungherese Detari, il bulgaro Iliev, lo svizzero Türkyılmaz ed il tedesco Waas.

Il Cagliari poteva contare su un grandissimo trio uruguaiano composto da Francescoli, calciatore di classe infinita, Herrera ed il giovane attaccante Fonseca, che agli ultimi campionati del mondo aveva dimostrato tutte le sue qualità. Il Cesena poteva annoverare tra le sue file Amarildo, Jozic e lo svedese Holmqvist.

La Fiorentina allenata dal brasiliano Lazaroni oltre alle conferme di Dunga e Kubik acquistò la punta rumena Lacatus, calciatore che arrivava in Toscana con numeri importanti ma che in Italia fu una mezza delusione. Il Genoa di Osvaldo Bagnoli poteva schierare tre stranieri che erano una vera e propria garanzia: il fortissimo attaccante Aguilera, il mitico terzino brasiliano Branco (micidiali le sue punizioni) ed il vice-capocannoniere di Italia ‘90, il cecoslovacco Tomáš Skuhravý.

L’Inter confermò in blocco i suoi tre tedeschi Matthaus, Brehme e Klinsmann così come il Milan aveva fatto con i suoi tre fuoriclasse olandesi Van Basten, Gullit e Rijkaard, d’altra parte come dargli torto…La Juventus targata Gigi Maifredi optò per il brasiliano Julio Cesar, difensore proveniente dal Montpellier, e per il talentuoso centrocampista tedesco Thomas Hassler. La Lazio riconfermò il solido centrocampista argentino Troglio ed in avanti aveva una coppia d’attacco da far tremare i polsi: Ruben Sosa-Riedle.Il Lecce allenato da un giovane Boniek acquistò dalla Juve Sergeij Alejnikov e dai brasiliani del Vasco da Gama l’interessante Mazinho, oltre a loro c’era l’attaccante argentino Pasculli, che ormai nella città salentina era un vera e propria istituzione.

Anche il Napoli, come Milan e Inter, confermò in blocco i suoi talenti (Maradona, Alemao e Careca). Il neoprosso Parma scelse un trio nuovo di zecca: il portiere brasiliano Taffarel (primo portiere straniero nella storia della Serie A), il belga Grun, protagonista sia ai mondiali di Mexico ‘86 che di Italia ‘90, ed il talentuoso svedese Brolin.Il Pisa puntò sui giovani argentini Simeone e Chamot, sull’olandese Been e sul danese Larsen, calciatore che due anni dopo vinse i campionati europei con la sua Danimarca. La Roma poteva contare su calciatori di grande affidabilità come gli esperti Voller e Berthold ed il difensore brasiliano Aldair.La Sampdoria dopo le riconferme di Katanec del mitico Cerezo, riuscì a strappare a mezza Europa il calciatore sovietico Oleksij Mychajlyčenko, che però non riuscì mai ad adattarsi al nostro campionato. Per concludere, il Torino allenato da Emiliano Mondonico oltre agli attaccanti Skoro e Muller, riuscì a mettere a segno un grande colpo di mercato: l’ex calciatore del Real Madrid e della nazionale spagnola Martin Vazquez.

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Il Verona nella stagione 1987/88 fu protagonista di un ottimo percorso in Coppa Uefa, dove tra le squadre italiane fu quella che riuscì a fare più strada.

Gli scaligeri nel campionato precedente avevano ottenuto la qualificazione in Uefa grazie al quarto posto e ad una stagione importante, che li aveva visti nuovamente in lotta per le prime posizioni dopo lo storico scudetto di due anni prima.

Nella prima partita di Coppa contro i polacchi del Pogoń Stettino, i veronesi ebbero facilmente la meglio con l’ 1-1 in Polonia e con un netto 3-1 in casa con doppietta dell’attaccante danese Elkjaer e con un gol del capitano Antonio Di Gennaro.

Nei sedicesimi di finale gli scaligeri affrontarono una sfida più complicata del previsto contro gli olandesi dell’Utrecht. Nella partita d’andata, giocata in trasferta, gli uomini di Bagnoli riuscirono a strappare un pareggio (1-1). Nella gara di ritorno il Verona passò in vantaggio con il solito Di Gennaro, ma subì la rete dell’Utrecht a dieci minuti dalla fine. Quando i tempi supplementari sembravano ormai essere dietro l’angolo, la compagine olandese si fece male da sola e con autogol di Verrips mandò agli ottavi di finale i gialloblu.

La partita contro i rumeni dello Sportul Studentesc Bucharest fu una semplice formalità e gli scaligeri, con un risultato complessivo di 4-1, passarono al turno successivo. Ai quarti di finale ad attendere Elkjaer e compagni c’era un ostacolo durissimo da superare: i tedeschi del Werder Brema. Nella sfida d’andata giocata a Verona il 2 marzo 1988, la squadra allenata da Otto Rehhagel ebbe la meglio grazie al gol del centrocampista Neubhart.

Nella partita di ritorno agli uomini di Bagnoli per passare il turno serviva un vero e proprio miracolo considerando la difficoltà ambientale della partita e lo 0-1 di svantaggio.Il 16 marzo 1988 al Weser-Stadion di Brema il Verona scese in campo con la seguente formazione:

Giuliani, Volpecina, Pioli, Bonetti, Berthold, Verza, Soldà, Iachini, Galia, Di Gennaro, Pacione.

I tedeschi passarono in vantaggio al 32’ con un gran tiro dalla distanza di Sauer che beffò Giuliani. La partita sembrava essere ormai chiusa, ma nella ripresa gli scaligeri con la solita grinta riuscirono a riaprire la gara grazie ad un colpo di testa di Volpecina su assist di Soldà. A quel punto la qualificazione in semifinale sembrò essere a portata di mano e i gialloblu continuarono ad attaccare per il realizzare il secondo gol. Purtroppo a dieci minuti dalla fine ci fu l’espulsione di Di Gennaro, che pose fine ai sogni di gloria del Verona. L’impressione è che la compagine allenata da Bagnoli anche in quell’occasione riuscì a fare il massimo sfiorando l’impresa contro un Werder fortissimo, che in quella stagione vinse la Bundesliga.

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Per le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90, abbiamo incontrato Ivan Rizzardi ex terzino di Cremonese, Napoli e Bari.

Lei cresce calcisticamente nella Cremonese. Ci racconta il suo esordio con la prima squadra in Serie B?

Il mio esordio fu molto positivo e avvenne nella prima giornata della stagione 1987/88. A Parma riuscimmo a battere gli emiliani con il risultato di 0-2 con reti di Alviero Chiorri e Attilio Lombardo. Una partita in cui dominammo dal primo minuto imponendo il nostro gioco contro un’ottima squadra. Quello per noi fu l’inizio di un percorso importante che però non ci permise di raggiungere la promozione in Serie A, che sfumò per pochi punti.

Nella stagione 1988/89 la Cremonese fu promossa in A dopo aver vinto lo spareggio contro la Reggina ai calci di rigore. Quali sono i ricordi più belli legati a quella partita?

I ricordi legati a quella partita sono contrastanti: da una parte ovviamente la grandissima gioia per aver conquistato la promozione in serie A, ma dall’altra parte ricordo anche la paura e l’ansia che accompagnò la vigilia di questa gara. Il problema fu che andammo a giocare questo spareggio in condizioni fisiche molto approssimative, visto che venivamo da una stagione che ci aveva messo a dura prova. Inoltre affrontavamo una buonissima squadra come la Reggina allenata da Nevio Scala, che disputò davvero un grande campionato sciorinando un bel gioco. Riuscimmo ad avere la meglio ai calci di rigore grazie alle parate di un superlativo Rampulla. Quella vittoria fu una vera impresa, perché oltre alle nostre difficoltà fisiche si aggiunsero anche quelle ambientali; infatti la partita fu giocata a Pescara e sugli spalti c’erano cinquecento cremonesi e ventimila tifosi della Reggina. Comunque nonostante tutto fu determinante la nostra feroce voglia di raggiungere l’obbiettivo della Serie A.

Nei suoi anni in grigiorosso quale considera tra i suoi ex compagni di squadra il calciatore più forte con il quale abbia mai giocato?

Il calciatore più talentuoso con il quale io abbia mai giocato a Cremona è stato sicuramente Alviero Chiorri. A mio avviso in quel periodo è stato in assoluto uno dei più grandi talenti del calcio italiano.

Dopo la buona stagione in A con la Cremonese passa al Napoli. Che bilancio fa della sua esperienza con partenopei?

La mia esperienza a Napoli è stata davvero unica. Per me che arrivavo da una società di provincia fu uno onore trasferirmi in una grande squadra, che tra l’altro era campione d’Italia in carica e poteva annoverare tra le sue file grandi campioni sia stranieri che italiani. Fu un’annata importante che mi fece crescere non solo dal punto di vista professionale ma anche umano. Ancora oggi ho tanti amici nel capoluogo campano, una città speciale che porto nel cuore.

Nel 1991 va al Bari. Quella squadra dopo acquisti importanti, come ad esempio quello di Platt, era indicata come una candidata alla qualificazione in Uefa e invece precipitò in B. Cosa non funzionò in quella annata? Il problema principale fu quello dell’attacco con il flop di Farina e l’infortunio di Joao Paulo oppure furono altre le cause che contribuirono alla retrocessione?

A Bari arrivammo tutti con grandi aspettative e in effetti l’obbiettivo era quello di raggiungere la qualificazione in Coppa Uefa. I motivi di quella disfatta furono tanti a partire dalla società, dalle strutture non all’altezza, da una serie di eventi sfortunati e poi ovviamente le colpe principali furono quelle di noi calciatori, che ci esprimemmo tutti al di sotto delle nostre possibilità. Successivamente il rapido cambio di allenatore e troppi arrivi nel mercato di novembre alimentarono altra confusione. Purtroppo fu una di quelle annate negative dove andò tutto male. Per quanto riguarda il problema dell’attacco, sicuramente l’infortunio di Joao Paulo ci penalizzò e Farina avrebbe avuto bisogno di un po’ più di tempo per l’ambientamento, ma il problema principale non fu quello. Purtroppo, come ho già detto, molti di noi disputarono una stagione negativa e fu davvero un peccato anche perché arrivarono giocatori importanti come Platt, Boban, Jarni, Angelo Carbone, Progna, Daniele Fortunato ecc.

Di cosa si occupa attualmente?

Oggi fortunatamente mi occupo ancora di calcio, sono responsabile del settore giovanile della Calvina, una società della provincia di Brescia che gioca nel Campionato Nazionale Dilettanti. Mi piace lavorare con i giovani e credo che oggi il calcio italiano dovrebbe ripartire proprio dai settori giovanili, che invece negli ultimi anni sono stai completamente abbandonati in tutte le categorie, anche in Serie A.

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Riprendono le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90. Oggi abbiamo incontrato Ricardo Paciocco ex attaccante di Milan, Lecce, Pisa e Reggina.

Prima di tutto ci tolga una curiosità: quando eravamo bambini e collezionavamo le figurine Panini, venivamo incuriositi dal suo nome Ricardo, con una sola C, e dal fatto che fosse nato a Caracas in Venezuela. Ci racconta la storia del suo nome e delle sue origini venezuelane ?

Ricardo era il nome di mio nonno, molto comune in Venezuela. In realtà vengo da una famiglia un po’ particolare: mia madre era argentina, mio padre italiano, io sono nato in Venezuela mentre mio fratello in Italia. La mia nonna materna era tedesca e mio nonno era di origini inglesi. Quindi potete immaginare in quale intreccio di culture sia cresciuto. Comunque i dati che hanno sempre riportato sulla mia nascita sono sbagliati; infatti non sono nato a Caracas, ma nella città venezuelana di Valencia. Tornai in Italia quando avevo solo quattro anni.

Ora vivo a Vacri, un piccolo paese in provincia di Chieti situato tra il mare e la montagna.

Come nacque la trattativa che la portò al Milan e che bilancio fa della sua breve avventura in maglia rossonera?

Il mio avvicinamento al calcio è stato molto particolare. Fino all’età di quindici anni non avevo mai praticato questo sport infatti la mia passione, grazie anche a mio padre, era il ciclismo e passavo intere giornate a correre in bici. Una volta nel mio paese provai a giocare in un torneo di calcio e venni notato da un dirigente sportivo,Pierluigi Di Berardino, che mi portò subito nella sua squadra. Nel giro di un anno passai al settore giovanile del Torino, all’epoca uno dei migliori in Italia. In maglia granata vinsi lo scudetto Primavera e successivamente mi feci un po’ le ossa nelle serie inferiori: prima a Roseto degli Abruzzi, poi Teramo e due anni a Jesi in C2 dove riuscii a fare ottime cose e a diventare il cannoniere della squadra. In quel periodo vinsi anche il Guerin d’oro come migliore calciatore della categoria. Dopo quelle stagioni importanti si fece avanti il Milan e così iniziò la mia avventura a Milano, che per un giovane come me fu un grande trampolino di lancio. In maglia rossonera nel mio ruolo avevo tanta concorrenza; infatti c’erano attaccanti come Blissett, Damiani, Serena, Jordan e Incocciati. Così nel novembre 1983 decisi di accettare l’offerta del Lecce in Serie B.

Nel novembre 1983 passò al Lecce con cui giocò fino al 1987, per poi ritornare, dopo un solo anno a Pisa, nella stagione 1988/89. Quali sono i ricordi più belli legati alla esperienza salentina? Quale considera il gol più importante realizzato in maglia giallorossa?

Andare a Lecce fu la mia fortuna. Nel 1984/85 con Fascetti in panchina vincemmo il campionato e fummo promossi in Serie A. Io ero il cannoniere della squadra e per me fu davvero un onore aver contribuito con i miei gol a quella storica promozione. Per quanto riguarda la mia rete più importante in maglia giallorossa, credo sia stata quella realizzata nella Serie A 1988/89 nello scontro decisivo per la salvezza contro il Torino. Era l’ultima partita del campionato e riuscimmo a vincere con il risultato di 3-1. Io realizzai proprio la terza rete con un bel pallonetto da fuori area. Forse non il gol più bello della mia carriera, ma sicuramente quello più “pesante” che permise alla squadra di giocare un altro campionato in A.

Nel 1989 giocava con la Reggina e in una partita contro la Triestina, fondamentale per la promozione in A, realizzò un calcio di rigore decisivo all’ultimo minuto ricorrendo al gesto tecnico della rabona. Un gesto del genere era il frutto di quello che provava in allenamento o era semplicemente istinto?

A Reggio Calabria andai verso fine carriera e mi trovai benissimo. Per quanto riguarda la rabona era una giocata che facevo spesso, ma non avevo mai pensato di utilizzarla per calciare un calcio di rigore in una partita ufficiale. Per me quella fu una sfida vinta con il nostro mister Bruno Bolchi; infatti in allenamento tiravo i calci di rigore modificando molto spesso il mio modo di calciare, facendo ricorso anche alla rabona. Una volta Bolchi mi rimproverò affermando che avrei dovuto calciare i rigori in maniera più seria perché ci dovevamo allenare per le partite ufficiali dove era tutto diverso. Io invece volevo dimostrare a Bolchi che per me tra allenamento e partita ufficiale non c’era troppa differenza e certi gesti tecnici potevo realizzarli tranquillamente anche in sfide importanti. Così all’ultimo minuto di quella famosa gara contro la Triestina sul risultato di 1-1 decisi di calciare il rigore con la rabona e riuscimmo a vincere. Fu sicuramente un rischio, ma ero talmente sicuro di segnare che andai sul dischetto tranquillo. Ancora oggi sono ricordato per quel gol e quindi sono davvero soddisfatto per quella scelta.

L’impressione è che uno con le sue qualità tecniche avrebbe potuto fare qualcosina in più. Cosa le è mancato per la consacrazione definitiva in Serie A?

Le mie qualità migliori erano la tenacia e la determinazione. Come ho già detto iniziai a giocare a calcio molto tardi e in pochissimi anni passai da giocare in un torneo amatoriale a far parte del grande settore giovanile del Torino. Non ho rimpianti, anzi sono felicissimo di quello che sono riuscito a fare nella mia carriera. Molto spesso ho avuto compagni di squadra superiori a me dal punto di vista tecnico, ma inferiori dal punto di vista caratteriale. La mia fortuna è stata proprio quella di essere forte a livello mentale, risorsa fondamentale se vuoi fare il calciatore ad alti livelli.

Di cosa si occupa attualmente?

Quando ho smesso di giocare ho avuto la fortuna di conoscere un colonnello dei Carabinieri con il quale ho collaborato in un’agenzia investigativa. Successivamente ho rilevato questa agenzia e ora mi occupo di investigazione e sicurezza nella zona di Pescara e Chieti. Da due anni collaboro anche come supervisore negli impianti da sci a Passo Lanciano-Maielletta.

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ATTENZIONE, da oggi siamo in libreria con “L’altro calcio anni ottanta e novanta”.
Attraverso le storie di undici calciatori degli anni Ottanta e Novanta ripercorreremo il calcio di quel periodo meraviglioso con ANEDDOTI ESCLUSIVI, curiosità e storie che ancora oggi provocano in noi grande nostalgia.
Il libro è di 110 pagine, quindi si può leggere tutto d’un fiato.
I calciatori intervistati sono i seguenti: Massimo CIOCCI, Igor PROTTI, Luca MONDINI, Massimiliano ESPOSITO, Gianpiero PIOVANI, Lorenzo AMORUSO, Mirko TACCOLA, Oberdan BIAGIONI, Alberto MALUSCI, Carletto PERRONE e Gianpaolo SPAGNULO.
Il libro è acquistabile in tutte le librerie e su tutte le piattaforme web.
IBS: https://www.ibs.it/altro-calcio-anni-ottan…/e/9788867769193…
AMAZON: https://www.amazon.it/Altro-calcio-Anni-ottant…/…/8867769197
LA FELTRINELLI: https://www.lafeltrinelli.it/…/altro-calcio-a…/9788867769193

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Continuano le interviste esclusive di Altro Calcio, oggi abbiamo incontrato il mitico Igor Protti ex attaccante di Bari, Livorno, Lazio, Messina, Napoli e Reggiana.

Lei ha giocato in diversi club dove si è sempre messo in luce per la sua grande vena realizzativa, ma a quale gol è maggiormente legato?

Si, ho avuto la fortuna di segnare molti gol durante la mia carriera. E’ chiaro che le reti che ho siglato in Serie A mi hanno dato grandissima visibilità, ma nonostante questo devo dire che il gol a cui sono maggiormente legato l’ho segnato in Serie C con la maglia del Livorno. Era la penultima giornata della stagione 2001-02 e grazie alla mia rete contro il Treviso il Livorno ritornò in Serie B dopo oltre 30 anni. 

Nonostante le sue importanti qualità tecniche è arrivato in Serie A solo a 27 anni. Cosa le è mancato per arrivare qualche anno prima nella massima serie?

Si in effetti sono arrivato in Serie A un po’ tardi dopo la promozione con il Bari nel 1994. In realtà sono molte le cause che non mi hanno permesso di fare prima il grande salto, ovviamente anche io ho le mie colpe. Comunque da ragazzino giocavo come centrocampista, poi col tempo gli allenatori mi hanno spostato in una posizione più avanzata e  ho iniziato a far gol con continuità solamente qualche anno dopo. La svolta per la mia carriera ci fu quando andai a giocare nel Messina in Serie B e iniziai a segnare con una certa regolarità.

Lei è stato, insieme a Dario Hubner, l’unico calciatore italiano capace di essere capocannoniere in Serie A, Serie B e Serie C1. Nel calcio di oggi ritiene ancora possibile che un calciatore possa fare la differenza in tre categorie così diverse? Non crede che il livello tecnico del calcio italiano si sia notevolmente abbassato in tutti i campionati?

Devo dire che questo è un primato a cui tengo molto, perché spesso venivo etichettato come il classico attaccante che poteva fare la differenza solo in Serie B e invece con i fatti dimostrai di valere anche la Serie A.

In effetti il livello tecnico del nostro calcio si è notevolmente abbassato, ma allo stesso tempo è nettamente aumentata la velocità e l’intensità di gioco. Quindi devo dire che è anche difficile far dei paragoni in quanto anche nello sport ogni epoca ha le sue caratteristiche con i suoi pregi e difetti.

Ha avuto l’opportunità di essere allenato da allenatori importanti, ma chi le ha lasciato qualcosina in più rispetto agli altri sia dal punto di vista tattico che sotto il profilo umano?

Ho avuto tanti allenatori importanti e sceglierne soltanto uno è praticamente impossibile. Per la mia carriera è stato fondamentale Beppe Materazzi, che mi fece esordire a 16 anni con la maglia del Rimini e che poi ho avuto anche a Messina e a Bari. Non posso dimenticare le mie stagioni a Livorno con allenatori come Mazzarri, Jaconi e Donadoni che mi hanno dato davvero tanto. A Bari poi ho avuto Fascetti che ho sempre ritenuto un grande allenatore. Ricordo con piacere anche Dino Zoff nella mia esperienza con la Lazio nella stagione 1996-97

Di cosa si occupa attualmente?

Negli ultimi tre anni sono stato club manager del Livorno. Con questa città ho un grande legame e per me è stato un onore aver fatto parte di questa società sia come calciatore che come dirigente

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Continuano le interviste esclusive di Altro Calcio, oggi abbiamo incontrato Oberdan Biagioni ex calciatore di Foggia, Udinese, Cosenza e Fidelis Andria.

Quale considera il momento più bello della sua carriera ?

Sicuramente la stagione 1992-93 con il Foggia allenato da Zeman. Era la mia prima esperienza in Serie A e disputai un ottimo campionato. Quella era una squadra piena di giovani provenienti dalle serie inferiori con cui esprimevamo un calcio innovativo e divertente.

Sin da giovanissimo è stato considerato un grande talento e riuscì ad avere anche un buon impatto con la Serie A. Cosa le è mancato per la consacrazione definitiva nella massima serie?

In effetti nella mia carriera avrei potuto fare qualcosina in più, ma fuori dal campo ero troppo istintivo e dicevo sempre quello che pensavo. Questo mi ha portato a commettere degli errori e a fare alcune scelte sbagliate. Comunque non ho grandissimi rimpianti, nonostante tutto sono riuscito a togliermi le mie soddisfazioni.

Durante l’arco della sua carriera ha realizzato diversi gol, a quale di questi è maggiormente legato ?

Un gol a cui sono rimasto particolarmente legato è stato quello che realizzai quando giocavo con il Cosenza in una partita contro l’Ancona. Fu un’ azione personale particolarmente bella dal punto di vista tecnico: partii da metà campo e dopo aver superato un paio di avversari riuscì a far gol con un bel tiro dal limite.

Ricordo con piacere anche una bellissima rete che realizzai con la maglia della Fidelis Andria contro il Padova in Serie B.

Ha avuto modo di giocare con calciatori importanti, ma quale è stato in assoluto il suo ex compagno di squadra che aveva qualcosina in più rispetto agli altri?

Sicuramente Igor Kolyvanov. L’attaccante russo era veramente fortissimo e a mio avviso, anche per colpa di alcuni infortuni, ha avuto una carriera inferiore rispetto a quelle che erano le sue enormi potenzialità. Quando era in giornata faceva la differenza. Raramente nella mia carriera ho visto altri calciatori con quelle qualità.

Di cosa si occupa attualmente?

Fino ad un mese fa allenavo il Messina in Serie D, ma in seguito ho preferito lasciare dopo alcuni screzi con il presidente. Comunque non ho mai avuto discussioni riguardanti l’aspetto tecnico-tattico della squadra, ma c’erano problemi importanti che riguardavano gli aspetti organizzativi del club. Mi è dispiaciuto anche perché dopo il mio arrivo la compagine siciliana si era ripresa e avevamo anche raggiunto la finale di Coppa Italia.

 

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