La classifica marcatori della Coppa dei Campioni 1988/89 parlava soprattutto rumeno e olandese. Questo dipendeva dal fatto che le squadre giunte in finale, e che quindi disputarono un maggior numero di partite, furono il Milan allenato da Arrigo Sacchi e lo Steaua Bucarest allenato da Iordanescu, due squadre che oltre ad ottenere risultanti importanti giocavano un calcio moderno e spettacolare.

Il capocannoniere di quell’edizione della Coppa dei Campioni fu il grande Marco Van Basten, l’attaccante olandese realizzò 10 gol, due in finale, dimostrando di essere in quel momento il centravanti più forte al mondo. Dopo quella grande stagione, al calciatore del Milan fu assegnato il pallone d’oro.

Sul podio della classifica marcatori c’era la presenza di due rumeni: Marius Lacatus e Gheorghe Hagi, rispettivamente con 7 e 6 gol. In seguito entrambi giocarono nel campionato italiano, ma con alterne fortune. Lacatus dopo i fasti degli anni ottanta con la maglia dello Steaua, provò l’avventura italiana indossando la maglia della Fiorentina, ma le cose non andarono come ci si attendeva. L’attaccante rumeno realizzò soltanto tre reti non risultando mai decisivo. Dopo una sola stagione in Italia passò agli spagnoli del Real Oviedo, ma anche in Spagna non riuscì a lasciare il segno.

Hagi merita un discorso a parte, parliamo di un grandissimo talento protagonista di giocate incredibili. Soprannominato il Maradona dei Carpazi, Hagi ancora oggi è considerato il calciatore rumeno più forte di tutti i tempi. Giocò in due grandissime squadre come Real Madrid e Barcellona, e due mondiali da protagonista a Italia ‘90 e Usa ‘94. Indimenticabili anche le sue stagioni con la maglia del Brescia, dove militò dal 1992 al 1994 voluto fortemente dal suo mentore Mircea Lucescu.

A quota 5 reti troviamo a pari merito il mitico Hugo Sanchez, attaccante messicano del Real Madrid e il bomber turco Colak, calciatore che con la maglia del Galatasaray aveva una media gol impressionante.

Con 4 gol due mostri sacri del calcio di quegli anni: lo spagnolo Butragueño e l’olandese Ruud Gullit. Con lo stesso numero di reti c’era una sorpresa: il giovanissimo rumeno Dumitrescu, che a soli 20 anni era riuscito a diventare uno degli attaccanti più prolifici del panorama calcistico europeo.

Per quanto riguarda i calciatori italiani, ci pensò Pietro Paolo Virdis a tenere alta la nostra bandiera. Il bomber sardo, pur non essendo titolare di quel Milan, riuscì a realizzare 3 reti.

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L’attaccante argentino Gustavo Abel Dezotti arrivò nel campionato italiano nella stagione 1988/89. La Lazio, squadra neopromossa in Serie A, lo acquistò dal Newell’s Old Boys, compagine che anche grazie ai gol di Dezotti aveva vinto il campionato argentino.

L’avventura a Roma del calciatore sudamericano non fu esaltante, anche se in realtà veniva impiegato spesso fuori ruolo, visto che il bomber e punto di riferimento della squadra era il fortissimo Ruben Sosa.

Dezotti nella stagione successiva passò alla Cremonese, e fu proprio con la maglia grigiorossa che dimostrò tutto il suo valore.

Nel primo campionato giocato con i lombardi in Serie A, il calciatore sudamericano realizzò 13 gol, che purtroppo non bastarono per raggiungere la salvezza. La squadra allenata da Burgnich chiuse il campionato al penultimo posto. Dezotti, proprio grazie alle ottime prestazioni nel campionato italiano, iniziò ad essere convocato con continuità nella nazionale argentina partecipando anche ai mondiali di Italia ‘90.

Il bomber sudamericano nelle stagioni successive fu sempre il capocannoniere della Cremonese con cui vincerà due campionati di B (1990-91 e 1992-93).

La stagione 1992-93 fu particolarmente esaltante sia per Dezotti che per la Cremonese. La squadra allenata da Gigi Simoni fu promossa in A e vinse la Coppa anglo-italiana, dove nella finale giocata a Wembley superò gli inglesi del Derby County con il risultato di 3-1.

Anche nella promozione nel massimo campionato l’ex attaccante della Lazio fu determinante con i suoi 12 gol.

Gustavo Dezotti giocò in Italia fino al 1994, e nella sua ultima stagione in serie A riuscì a togliersi soddisfazioni importanti insieme ai suoi compagni di reparto Andrea Tentoni e Matjaž Florijančič, che furono fondamentali per disputare un campionato di alto livello in cui la Cremonese chiuse al decimo posto in classifica, non lontanissima da un clamoroso piazzamento Uefa.

La punta argentina in seguitò giocò in Messico, Argentina e Uruguay, chiudendo la sua carriera da calciatore nel 1999.

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La celebre rivista sportiva “Guerin Sportivo” nel lontano 1976 istituì il Guerin d’oro, premio che veniva assegnato al miglior calciatore della stagione. La vittoria veniva attribuita in base alla media dei voti assegnati dai principali principali quotidiani sportivi italiani e ovviamente dal Guerin Sportivo.

Tale premio non era stato creato solo per i calciatori di Serie A, ma anche per quelli che militavano nel campionato cadetto.

Il campionato di Serie B della stagione 1988/89 fu caratterizzato da un livello tecnico davvero notevole, le quattro squadre promosse in massima serie furono le seguenti: Genoa, Bari, Udinese e Cremonese, quest’ultima dopo aver vinto lo spareggio promozione contro la Reggina.

Se guardiamo la classifica del Guerin d’oro di quel campionato, rimaniamo davvero stupiti dai tanti nomi che in seguito fecero benissimo anche in serie A e, alcuni di loro, addirittura in nazionale.

Il premio fu vinto dal mitico Pietro Maiellaro, numero dieci del Bari con qualità tecniche superiori alla media. Le sue prestazioni furono determinanti per la promozione in A dei biancorossi. Maiellaro successivamente fece benissimo anche in Serie A, dove sempre con la compagine pugliese vinse una Mitropa Cup e sfiorò la qualificazione in Uefa. Nella stagione 1990/91 si vociferava anche di una sua possibile convocazione in nazionale, che purtroppo non arrivò mai. Il trequartista di Candela ebbe la sua grande opportunità con la Fiorentina (stagione 1991/92), ma per i viola fu un campionato difficile e Maiellaro pagò anche il dualismo con Massimo Orlando.

Al secondo posto della classifica del Guerin d’oro si piazzò Alberto Urban, il funambolo del Cosenza. I calabresi furono protagonisti di una stagione incredibile che li portò ad un passo dalla serie A, categoria che Urban raggiunse ugualmente dopo la cessione al Genoa allenato da mister Scoglio.

A chiudere il podio un altro pezzo da novanta: Attilio Lombardo della Cremonese. Dopo quel campionato di B, la carriera di Lombardo spiccò il volo. Successivamente con la Sampdoria vinse uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana e fece anche il suo esordio in nazionale, che avvenne nel dicembre 1990 in una partita contro Cipro.

Dietro l’ex ala blucerchiata, troviamo calciatori come l’affidabilissimo portiere Giacomo Zunico del Catanzaro, Gianluca Signorini e Gennaro Ruotolo, entrambi elementi fondamentali del Genoa che poi farà faville in Serie A, prima con Scoglio e poi con Bagnoli in panchina.

Al settimo posto l’eroe di Italia ’90: Totò Schillaci. In quel campionato l’attaccante siciliano fu protagonista di una stagione stratosferica: 23 gol segnati, all’epoca erano tantissimi, titolo di capocannoniere e cessione alla Juventus. L’annata successiva per l’ex Messina fu incredibile: con la Juve vinse da protagonista Coppa Uefa e Coppa Italia, guadagnò la sua prima convocazione in nazionale, fu convocato ai mondiali di Italia 90 dove vinse la classifica marcatori, e per chiudere in bellezza chiuse al secondo posto nella classifica del pallone d’oro dietro Lothar Matthaus.

All’ottavo posto un altro grande protagonista di quegli anni: Marco Nappi. L’attaccante romano fu determinante per la promozione del Genoa in Serie A, e in seguito riuscì a fare grandi cose in Serie A con la maglia della Fiorentina, squadra con cui giocò da protagonista anche la Coppa Uefa arrivando sino alla finalissima contro la Juventus.

Al nono posto l’attaccante del Licata Francesco La Rosa, calciatore che siglò 15 reti e chiuse al secondo posto la classifica dei marcatori a pari merito con Totò De Vitis.

A chiudere la classifica dei primi dieci del Guerin d’oro c’era il portiere della Reggina Mauro Rosin, uno dei grandi protagonisti della squadra allenata da Nevio Scala.

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Nella Coppa delle Coppe 1997/98 c’era una squadra che un po’ a sorpresa arrivò in semifinale: era il mitico Vicenza allenato da Francesco Guidolin.

La compagine biancorossa aveva meravigliato tutti per aver superato in scioltezza squadre come Legia Varsavia, Shakhtar Donetsk e Roda segnando ben 17 gol in 6 partite! Il bomber della squadra era Pasquale Luiso, che poi diventerà il capocannoniere della competizione con 8 reti.

Gli uomini di Guidolin in semifinale trovarono uno scoglio durissimo da superare: il Chelsea allenato da Gianluca Vialli. Il passaggio del turno sembrava essere un’impresa proibitiva per i veneti, ma quel Vicenza era abituato alle grandi imprese.

Il Chelsea poteva contare su una squadra di alto livello con calciatori, che a differenza di quelli vicentini, avevano già accumulato grande esperienza a livello internazionale. La compagine inglese era composta da elementi come il difensore francese Frank Lebœuf, il rumeno Dan Petrescu, vecchia conoscenza del nostro calcio, il centrocampista inglese Dennis Wise, l’uruguaiano Gustavo Poyet e poi i tre italiani Gianfranco Zola, Roberto Di Matteo e l’allenatore-giocatore Gianluca Vialli.

La partita d’andata della semifinale della Coppa delle Coppe 1997/98 si giocò a Vicenza il 2 aprile 1998. I biancorossi si schierarono con la seguente formazione:

Brivio, Belotti, Di Cara, Mendez, Schenardi, Di Carlo, Viviani, Ambrosini, Ambrosetti, Zauli, Luiso

Di Carlo e compagni partirono subito bene giocando ad alti ritmi e al 16’ Viviani con un bellissimo lancio innescò Zauli, che con una magia agganciò prima il pallone al volo di sinistro e poi con un destro chirurgico riuscì a superare il portiere olandese de Goey. Lo stadio Romeo Menti diventò una bolgia infernale e cercò di trascinare i biancorossi al raddoppio, che gli uomini di Guidolin sfiorarono più di una volta.

Nella ripresa la musica cambiò: il Chelsea si svegliò dal torpore del primo tempo e iniziò a giocare con maggiore intensità e aggressività. Il Vicenza era in difficoltà e negli ultimi venti minuti iniziò a farsi sentire la stanchezza. Mister Guidolin cercò di correre ai ripari con gli innesti di Stovini, Beghetto e Firmani, che riuscirono a dare un aiuto importante in fase difensiva. Nonostante la pressione esercitata dagli inglesi, il risultato non cambiò e il Vicenza riuscì a compiere l’ennesima impresa.

Certo, la gara di ritorno in Inghilterra si preannunciava durissima, ma il Vicenza aveva già dimostrato che grazie all’organizzazione e ad alcune individualità importanti, poteva giocarsela contro chiunque.

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Il Verona nella stagione 1987/88 fu protagonista di un ottimo percorso in Coppa Uefa, dove tra le squadre italiane fu quella che riuscì a fare più strada.

Gli scaligeri superarono nell’ordine: i polacchi del Pogoń Stettino, gli olandesi dell’Utrecht e i rumeni dello Sportul Studentesc Bucharest.

Ai quarti di finale ad attendere la squadra di Osvaldo Bagnoli c’era un ostacolo durissimo da superare: i tedeschi del Werder Brema, squadra che in quel momento era al primo posto in Bundesliga e che aveva tra i suoi punti di forza l’attaccante Karl-Heinz Riedle.

Purtroppo i timori della vigilia furono fondati, e nella sfida d’andata giocata a Verona il 2 marzo 1988, la squadra allenata da Otto Rehhagel, che nel 2004 avrebbe guidato la Grecia alla vittoria dei campionati europei, ebbe la meglio grazie al gol del Neubhart, che al 48’ con uno splendido colpo di testa superò l’incolpevole Giuliani. In realtà i gialloblu giocarono anche una buona partita, ma purtroppo non riuscirono mai a scardinare l’ottima retroguardia tedesca.

Nella partita di ritorno, considerando le difficoltà ambientali, lo 0-1 di svantaggio e l’assenza di Elkjaer, ai gialloblù per passare il turno serviva un vero e proprio miracolo. Il 16 marzo 1988 al Weser-Stadion di Brema il Verona scese in campo con la seguente formazione:

Giuliani, Volpecina, Pioli, Bonetti, Berthold, Verza, Soldà, Iachini, Galia, Di Gennaro, Pacione.

La partita si giocò su un terreno di gioco reso pesantissimo dalla pioggia.

I tedeschi passarono in vantaggio al 32’ con un gran tiro dalla distanza di Sauer che beffò Giuliani. La partita sembrava essere ormai chiusa, ma nella ripresa gli scaligeri con la solita grinta riuscirono a riaprire la gara grazie ad un colpo di testa di Volpecina su assist di Soldà. A quel punto la qualificazione in semifinale sembrò essere a portata di mano e gli scaligeri continuarono ad attaccare per il realizzare il secondo gol. Purtroppo a dieci minuti dalla fine ci fu l’espulsione di Antonio Di Gennaro, che pose fine ai sogni di gloria del Verona. L’impressione fu che la compagine allenata da Bagnoli anche in quell’occasione riuscì a fare il massimo sfiorando l’impresa contro un Werder fortissimo, che in quella stagione vinse la Bundesliga.

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Si parla sempre molto poco della storia della nazionale italiana alle Olimpiadi degli anni ottanta e novanta. E’ difficile trovare materiale sia in libreria che su internet, e molto spesso per reperire notizie precise sull’argomento siamo costretti a spulciare su video, riviste dell’epoca e a far ricorso alla nostra memoria.

Alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, l’Italia del calcio tornava dopo 24 anni. L’ultima Olimpiade a cui gli azzurri avevano preso parte era stata quella di Roma nel 1960.

Mister Bearzot aveva a disposizione un’ottima squadra con la quale si puntava alla medaglia. Ecco la lista completa dei convocati per la manifestazione:

Tancredi, Ferri, F.Galli, Nela, Tricella, Vierchowod, Bagni, F. Baresi, Battistini, Sabato, Vignola, Zenga, Fanna, Massaro, Briaschi, Iorio, Serena.

L’Italia era stata inserita nel Gruppo D con Stati Uniti, Egitto e Costa Rica. Un girone che sulla carta appariva piuttosto abbordabile, ma che in realtà, come vedremo, nascondeva parecchie insidie.

Nella prima partita, giocata il 29 luglio 1984, gli azzurri affrontarono l’Egitto. Gli azzurri si schierarono con la seguente formazione: 1 TANCREDI 2 FERRI, 4 NELA, 5 TRICELLA , 6 VIERCHOWOD, 7 BAGNI, 8 F. BARESI, 9 BATTISTINI, 13 FANNA, 16 IORIO, 17 SERENA

La partita fu un’autentica battaglia, l’Italia passò in vantaggio al 63’ grazie ad un bel colpo di testa di Serena dopo un perfetto assist di Fanna. Pochi minuti dopo il vantaggio italiano, ecco il fattaccio: Sedky, dopo essere stato espulso, colpì con un pugno Aldo Serena e a quel punto gli animi si surriscaldarono. Sebino Nela cercò di inseguire il calciatore egiziano per farsi giustizia da solo, ma anche lui fu mandato sotto la doccia subendo ben tre giornate di squalifica. Alla fine della partita l’Egitto contò tre espulsi, dimostrando di aver capito davvero poco del significato dello spirito olimpico.

Nonostante tutto, Bagni e compagni guadagnarono i primi due punti della manifestazione. Nella seconda partita gli azzurri affrontarono i padroni di casa degli Stati Uniti. Fu un’altra gara piuttosto ostica, che gli uomini di Enzo Bearzot e Cesare Maldini riuscirono a sbloccare solo nel secondo tempo grazie ad un gol di Fanna, che sfruttò nel migliore dei modi un bellissimo assist di testa di Aldo Serena. Il secondo 1-0 consecutivo per la compagine italiana, che era praticamente qualificata alla fase successiva. Nell’ultima partita del girone gli azzurri persero contro Costa Rica, brutta sconfitta dal punto di vista dell’immagine, ma ininfluente per quanto riguarda la qualificazione ai quarti di finale.

Il 5 agosto 1984 l’Italia per approdare alle semifinali, doveva superare lo scoglio Cile, squadra che era ancora imbattuta e che era riuscita a fermare anche la fortissima Francia.

Dopo i novanta minuti, il risultato era ancora fermo sullo 0-0. Nei tempi supplementari Bagni, con un bel lancio, trovò il perfetto inserimento di Massaro, che fu atterrato in area e riuscì a guadagnarsi un calcio di rigore fondamentale. Sul dischetto si presentò Vignola, protagonista di una buona Olimpiade, che depositò in rete. Grazie a quel rigore l’Italia volava in semifinale e finalmente era ad un passo da una medaglia olimpica, che al calcio italiano mancava dal lontanissimo 1936.

In semifinale la squadra di Bearzot doveva affrontare il Brasile, una delle squadre favorite della vigilia.

I sudamericani sbloccarono il match al 53’ grazie ad una rete di Gilmar Popoca, ma la reazione dell’Italia fu subito confortante e dopo dieci minuti dal gol brasiliano, ci fu il pareggio di Fanna. La gara si avviò stancamente alla fine, e gli azzurri per la seconda volta consecutiva avrebbero dovuto affrontare i tempi supplementari. Purtroppo al 95’ Dunga e compagni passarono in vantaggio grazie alla rete del difensore Ronaldo.

Nel secondo tempo supplementare l’Italia cercò di abbozzare una reazione, ma non ci fu nulla da fare. Il Brasile era in finale, e la nostra nazionale olimpica poteva solo sperare in una medaglia di bronzo.

Nella finalina per il terzo posto, la compagine italiana avrebbe dovuto giocare contro la fortissima Jugoslavia. Gli azzurri iniziarono il match con il piglio giusto, portandosi sull’1-0 grazie ad un rigore realizzato dal solito Vignola. Nella ripresa la musica cambiò: gli uomini di Bearzot apparivano stanchi e la Jugoslavia ne approfittò. Al 59’ su una bellissima punizione battuta dal talentuoso Dragan Stojkovic, Baljić con un preciso colpo di testa superò Tancredi. Il match sembrava avviarsi verso i tempi supplementari, ma purtroppo non fu così: all’81’ Franco Baresi svirgolò il pallone che finì a Deveric, il quale colpì anche male ma Tancredi si tuffò in ritardo, e il pallone dopo essere carambolato sul palo finì in rete, un’autentica beffa! Jugoslavia-Italia 2-1.

Purtroppo l’Italia fallì l’appuntamento con la medaglia. E’ chiaro che ci fu un pizzico di delusione, e l’impressione fu che a quella squadra mancasse qualcosina in fase offensiva, visto che realizzò solo cinque gol in tutta la manifestazione, di cui due siglati dal dischetto.

La medaglia d’oro fu vinta dalla Francia, che in finale superò il Brasile con il risultato di 2-0 grazie ai gol di Brisson e Xuereb

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Il 25 febbraio scrissi un post sui social di “Altro calcio anni ’80-’90” in cui me la prendevo con alcuni giornalisti sportivi, che per giustificare le sconfitte delle squadre italiane nelle partite d’andata della Champions tiravano in ballo gli arbitraggi. In pochi ebbero il coraggio di dire che il livello del calcio italiano negli ultimi anni si è abbassato in maniera clamorosa e parlare degli arbitraggi era soltanto un alibi. Ora dopo il flop europeo, quattro squadre eliminate su cinque, in tanti hanno cambiato completamente versione. Dopo l’eliminazione della Juve hanno gettato la croce addosso a Ronaldo e a Pirlo, mentre dalla giornata di oggi scrivono che il calcio italiano tatticamente è antico e che le nostre squadre non giocano in maniera europea. Ancora volta non dite la verità ai tifosi!
Il problema è il livello tecnico del nostro calcio! Purtroppo non abbiamo più calciatori, soprattutto italiani, in grado di fare la differenza a livello internazionale. Se non vinciamo una Champions da 11 anni, e se l’ultima vittoria in Europa League risale ad oltre 20 anni fa, quando si chiamava ancora Coppa Uefa, dobbiamo porci delle domande.
Gli azzurri ai campionati del mondo del 2010 e del 2014 sono stati eliminati al primo turno da squadre come Slovacchia e Costa Rica, e nel 2018 sono rimasti addirittura a casa. Sempre colpa degli arbitri? Sempre colpa della tattica? Sempre colpa della sfortuna?
Ma perché non dite la verità ai tifosi? Perché non dite la verità alle nuove generazioni, che non hanno conosciuto il calcio italiano di 20-30 anni fa? La verità è che il livello attuale del nostro calcio è mediocre! Ormai all’estero ci sono alcune società che rispetto alle nostre sono di un altro pianeta sotto tutti i punti di vista. Basta con gli alibi e con le chiacchiere! Il calcio italiano a livello internazionale non vince nulla da anni! Abbiamo bisogno di riforme importanti a partire dai settori giovanili, che sono stati completamente dimenticati. Bisogna ritornare ad ingaggiare tecnici e dirigenti di alto livello, non i doppiolavoristi. Dobbiamo ritornare ad avere nei vivai personaggi come Favini, Vatta ecc. La nostra forza era proprio quella! Per non parlare anche dei campionati minori, che negli anni ’80 e ’90 erano una vera e propria fucina di talenti, e invece oggi sono di un livello bassissimo e praticamente abbandonati al loro destino.
Ho voluto pubblicare la foto della copertina del mitico Guerin Sportivo della stagione 1989/90, quando il Milan vinse la Coppa dei Campioni, la Juventus la Coppa Uefa e la Sampdoria la Coppa delle Coppe, proprio per far capire il livello tecnico delle squadre italiane di quel periodo. Senza dimenticare che in quegli anni il nostro calcio in Europa riusciva a portare in semifinale e finale squadre come Cagliari, Fiorentina, Torino, Napoli, Atalanta (indimenticabile la semifinale raggiunta in Coppa delle Coppe quando giocava in B) e Sampdoria. Occorre far presto, negli altri paesi sono già avanti anni luce rispetto a noi. In Italia pensiamo di poter vivere di rendita all’infinito, ma prima o poi il giocattolo si romperà definitivamente e sarà troppo tardi per tornare indietro.

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La Cremonese nella stagione 1989/90 era una squadra neopromossa in A, che aveva sostituito il tecnico della promozione, Bruno Mazzia, con l’esperto Tarcisio Burgnich.

I grigiorossi si rinforzarono con l’acquisto di tre calciatori stranieri: lo svedese Limpar, l’argentino Dezotti e il paraguaiano Neffa.

Limpar, centrocampista con ottime qualità tecniche, era già nel giro della nazionale svedese con cui aveva esordito nel 1987 a soli 21 anni.

L’attaccante argentino Dezotti era alla sua seconda stagione in Serie A, dopo aver militato in quella precedente nella Lazio. L’avventura a Roma del calciatore sudamericano non fu esaltante, anche se in realtà veniva impiegato spesso fuori ruolo visto che il bomber della squadra era un grande attaccante come Ruben Sosa.

Neffa arrivò in Italia a soli diciotto anni acquistato dalla Juventus, che lo girò in prestito alla Cremonese. L’attaccante paraguaiano in patria era considerato un vero talento anche perché, nonostante la giovane età, era già riuscito in una sola stagione a realizzare 20 gol. In serie A però le cose andarono diversamente rispetto alle aspettative; infatti l’attaccante incontrò subito diverse difficoltà e non riuscì quasi mai a lasciare il segno.

Oltre a questi acquisti bisogna però anche sottolineare che la compagine lombarda perse due elementi importanti come Attilio Lombardo ceduto alla Sampdoria, e il bomber Edi Bivi che andò al Monza.

Nella prima gara di campionato la squadra Burgnich affrontò l’Inter, squadra campione in carica, schierando la seguente formazione:

Rampulla, Rizzardi, Gualco, Piccioni, Montorfano, Favalli, Citterio, Avanzi, Bonomi, Limpar, Dezotti

La partita fu vinta dall’Inter con il risultato di 2-1 grazie ad un autogol di Gualco e ad un calcio di rigore realizzato da Brehme. Per la Cremonese segnò Dezotti, che disputò un grande campionato. L’attaccante argentino chiuse la stagione con ben 15 gol, 13 in campionato e 2 in Coppa Italia.

La stagione per i grigiorossi non fu semplice, come era previsto la squadra sin dalla prima giornata fu coinvolta nella lotta per non retrocedere.

In realtà Limpar e compagni si tolsero anche diverse soddisfazioni, come a la vittoria ottenuta all’ottava giornata contro il grande Milan di Sacchi. Nel girone di ritorno gli uomini di Burgnich, soprattutto nelle gare casalinghe, iniziarono ad avere una buona media punti e la salvezza sembrò non essere solo un miraggio, ma una realtà concreta.

Purtroppo il finale di campionato fu disastroso; infatti la Cremonese perse le ultime quattro partite contro Juventus, Roma, Bari e Sampdoria, e retrocesse in B insieme all’Ascoli, al Verona e all’Udinese.

Nonostante la retrocessione, la società del presidente Luzzara, aveva comunque dimostrato di avere in rosa giocatori molto interessanti come il giovane Favalli, il portiere Rampulla, il bomber argentino Dezotti, e lo svedese Limpar, quest’ultimo ceduto a fine stagione all’Arsenal dove diventò un calciatore di livello internazionale.

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Nella Sampdoria della stagione 1986/87 ci furono parecchie novità. Prima fra tutte, quella dell’ingaggio in panchina di Vujadin Boškov, che dopo aver riportato l’Ascoli in Serie A doveva cercare di rilanciare la Samp in campionato. I blucerchiati nel campionato precedente, guidati da Bersellini, avevano chiuso con un deludente dodicesimo posto.

La società genovese fu piuttosto attiva in sede di calciomercato, assicurando al tecnico jugoslavo elementi importanti con cui poter lottare almeno per un posto in Coppa Uefa.

Furono acquistati due calciatori esperti e di livello internazionale come Briegel e Cerezo, provenienti rispettivamente da Verona e Roma, e si puntò su giovani interessanti come Fusi, Pagliuca e Gambaro. Per il ruolo di portiere titolare, Bordon fu sostituito da Guido Bistazzoni che aveva disputato due ottime stagioni con la Triestina. Per Bistazzoni era un ritorno, visto che aveva già indossato la maglia blucerchiata dal 1980 al 1983.

L’avvio di stagione per la la Sampdoria non fu semplice, i risultati stentavano ad arrivare nonostante le ottime di prestazioni di Mancini, Vialli e Briegel.

Un primo cambio di marcia della compagine allenata da Boskov ci fu a partire dalla fine del mese di ottobre. Cerezo e compagni riuscirono ad inanellare una serie di risulti utili consecutivi che portarono i doriani a ridosso della zona Uefa.

La definitiva svolta del campionato per la Samp avvenne nel girone di ritorno. I blucerchiati furono protagonisti di vittorie importantissime contro Inter, Torino, Milan e Roma, queste ultime ottenute in trasferta.

La Sampdoria, grazie ad un grande rush finale in campionato, riuscì a raggiungere il quinto posto in classifica, ma a pari merito con il Milan. Così per decidere quale sarebbe stata la quarta squadra a partecipare alla Coppa Uefa, fu necessario lo spareggio.

Lo spareggio Uefa Milan-Sampdoria fu giocato a Torino il 23 maggio 1987. La gara fu vinta dai rossoneri guidati da un giovane Fabio Capello, che aveva sostituito Liedholm a campionato in corso, grazie ad un gol nei tempi supplementari di Daniele Massaro. Un grande rammarico per gli uomini Boskov, che nonostante un buon campionato non erano riusciti a raggiungere l’obiettivo di giocare in Europa nella stagione successiva.

Tra le noti più liete della stagione ci fu sicuramente Gianluca Vialli, che in campionato con i suoi 12 gol fu vice capocannoniere della Serie A dietro soltanto a Virdis del Milan.

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Come dimenticare l’Udinese di Alberto Zaccheroni, che con il suo 3-4-3 riuscì a costruire una squadra di altissimo livello che raggiunse addirittura il terzo posto?

Era la stagione 1997/98 e la compagine friulana era già da qualche anno una realtà importante della nostra serie A.

L’Udinese nell’estate del 1997 si era ulteriormente rinforzata con gli arrivi di due esterni promettenti come Jorgensen e Bachini, gli argentini Navas e Pineda, e gli esperti centrocampisti Statuto e Walem, il calciatore belga fu fondamentale per gli equilibri tattici di Zaccheroni.

I bianconeri giocavano con il 3-4-3 dalla stagione precedente, e avevano come fiore all’occhiello il “magico” tridente composto da Amoroso, Poggi e Bierhoff, calciatori che per caratteristiche si completavano alla perfezione.

L’Udinese era una squadra ormai collaudata, che schierava in porta un portiere di grande affidabilità come Turci e tre difensori come Calori, Bertotto e Pierini, che ormai erano diventate le colonne della retroguardia friulana. A centrocampo c’era l’onnipresente e instancabile Giannichedda a cui fu affiancato il belga Walem. Sulle corsie esterne giocavano prevalentemente il danese Helveg a destra e Bachini a sinistra, senza dimenticare Jorgensen che soprattutto nel girone di ritorno veniva spesso impiegato dal primo minuto.

In attacco il grande tridente con il tedesco Bierhoff, Poggi ed il brasiliano Amoroso, che facevano davvero la differenza.

La compagine friulana sin dall’inizio della stagione iniziò a segnare caterve di gol con Bierhoff protagonista di un campionato stellare, che lo portò a vincere la classifica dei cannonieri dopo aver realizzato 27 reti.

I bianconeri iniziarono ad avere un ruolino di marcia incredibile, e a candidarsi addirittura come una delle più serie pretendenti per lo scudetto. La vittoria più importante fu sicuramente quella ottenuta contro l’Inter del “fenomeno” Ronaldo, nella partita giocata il 21 dicembre 1997 e vinta proprio all’ultimo minuto grazie a un gol del solito Bierhoff.

Purtroppo nel mese di gennaio Amoroso subì un grave infortunio, che lo tenne lontano dai campi di gioco per quasi due mesi. E’ chiaro che questo incidente depotenziò l’attacco friulano, e Zaccheroni iniziò a schierare nel tridente anche Locatelli e Jorgensen.

Calori e compagni, nonostante un leggero calo di rendimento avvenuto tra marzo e aprile, furono protagonisti di un eccezionale finale di campionato ottenendo ben quattro vittorie consecutive contro Roma, Napoli, Atalanta e Vicenza.

L’Udinese chiuse il campionato al terzo posto, risultato storico per la società del presidente Pozzo; infatti i friulani raggiunsero il secondo posto nella stagione 1954-55, al termine della quale furono però retrocessi per illecito.

I bianconeri per la seconda stagione consecutiva si qualificarono per la Coppa Uefa, competizione in cui in quella stagione (1997-98) furono eliminati ai sedicesimi di finale. Un’eliminazione che in realtà, per come era maturata, lasciò parecchi rimpianti.

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