Negli anni ’80 il Como riuscì a disputare ben cinque stagioni consecutive in Serie A (dal 1984 al 1989). In quel periodo la squadra lariana si tolse diverse soddisfazioni, ottenendo ottimi risultati sia in campionato che in Coppa Italia e lanciando nel grande calcio diversi giovani come ad esempio Marco Simone, Stefano Borgonovo, Luca Fusi, Pasquale Bruno, Enrico Annoni, Antonio Tempestilli, Giuliano Giuliani, Stefano Maccoppi, Egidio Notaristefano, Salvatore Giunta e tanti altri.

Il segreto della società lombarda in quegli anni era sicuramente il settore giovanile, che in quel periodo era affidato al mitico Mino Favini.

Una delle stagioni più entusiasmanti per il Como fu sicuramente quella del 1985-86, quando i lombardi si classificarono al nono posto in campionato e sfiorarono la finale di Coppa Italia.

In realtà l’inizio di quella annata fu particolarmente negativo, i risultati stentavano ad arrivare e così nel mese di novembre mister Claguna fu esonerato, al suo posto arrivò l’esperto Rino Marchesi. Con l’arrivo del nuovo allenatore, il Como cambiò completamente marcia riuscendo a tirarsi fuori dalle sabbie mobili della bassa classifica e ottenendo risultati prestigiosi come la vittoria contro l’Inter (con gol di Borgonovo) ed i pareggi contro il Napoli di Maradona e la Juventus di Platini.

Alla fine i lariani chiusero quel campionato al nono posto, a soli tre punti dalla qualificazione in Coppa Uefa. Anche se bisogna considerare che a quei tempi, con i due punti per vittoria e con sedici squadre, le classifiche erano molto più corte rispetto a quelle di oggi.

Il Como sfiorò la grande impresa in Coppa Italia, competizione in cui gli uomini di Marchesi dopo aver sconfitto la Juventus agli ottavi di finale, ed il Verona ai quarti, approdarono in semifinale contro la Sampdoria.

Dopo l’1-1 dell’andata a Genova, nella gara di ritorno il Como passò in vantaggio a pochi minuti dal termine con un gol di Albiero, la finale sembrava essere ormai ad un passo ma all’ultimo secondo la Sampdoria pareggiò con Francis. Si andò ai supplementari.

Ai tempi supplementari il Como continuò a macinare gioco, e andò nuovamente in vantaggio con un grande gol di Borgonovo, che fece partire un missile da fuori area. A pochi minuti dalla fine, l’arbitro assegnò un rigore dubbio a favore della Samp, dagli spalti per contestare la decisione del direttore di gara fu lanciato un accendino che colpì in pieno l’arbitro Redini. A quel punto la partita fu sospesa e la vittoria venne assegnata a tavolino 2-0 ai liguri. Una vera disdetta per la compagine lariana, che in quell’occasione si trovò ad un passo da una storica e forse irripetibile finale.

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Era il 13 marzo 1988 quando Avellino e Juventus si affrontarono allo stadio Partenio nella ventiduesima giornata di campionato.

Fino a quel momento la stagione per entrambe fu molto complicata e avara di soddisfazioni, L’Avellino, dopo un pessimo girone d’andata, era in piena zona retrocessione, la Juventus faceva grande fatica e ormai aveva come unico obiettivo quello della qualificazione in Coppa Uefa.

Gli irpini allenati da Bersellini, che prese il posto di Vinicio a stagione in corso, erano in un buon momento di forma e nel girone di ritorno avevano rosicchiato qualche punto sulle dirette concorrenti per la salvezza. Il campionato dei biancoverdi fu condizionato inizialmente dal flop dell’attaccante greco Anastopoulos, che in Serie A non riuscì mai a segnare . Un vero problema per la compagine campana, che in zona offensiva faceva davvero fatica.

La Juve era in grande difficoltà, Rush non riusciva ad ambientarsi e la squadra, anche dal punto di vista tecnico, sembrava non essere all’altezza della situazione. L’addio al calcio di Platini, ritiratosi a sorpresa pochi mesi prima dell’inizio del campionato, aveva indubbiamente impoverito tecnicamente i bianconeri.

Il match Avellino-Juventus diventava uno snodo fondamentale per la stagione di entrambe le squadre.

Gli irpini sembravano essere più in palla, e misero sin da subito in difficoltà gli uomini di Marchesi con un ritmo piuttosto alto. Al 25’ ecco la svolta dell’incontro: su un calcio di punizione Colomba appoggiò per Bertoni, che con un destro potentissimo superò l’incolpevole Tacconi. Un gol bellissimo. Lo stadio Partenio, tutto esaurito, diventò una bolgia infernale. Per la Juventus fu notte fonda, Cabrini e compagni sembravano annichiliti, la prima frazione di gioco terminò con il vantaggio degli uomini di Bersellini.

Nella ripresa i bianconeri cercarono in tutti i modi di trovare almeno il pareggio, la Juventus ci provò prima con un colpo di testa di Rush, finito di poco alto, e con una bella iniziativa di Mauro, che però non trovò impreparato il portiere irpino Nicola Di Leo.

Marchesi cercò di rivitalizzare i suoi con gli ingressi in campo di Buso e Vignola, entrati rispettivamente al posto di Alessio e Laudrup, ma non ci fu nulla da fare, la squadra soprattutto in fase offensiva sembrava essere inconsistente. Negli ultimi minuti fu l’Avellino ad andare vicino al raddoppio con una bella iniziativa dell’austriaco Schachner, la cui conclusione terminò di poco a lato.

Una vittoria fondamentale per l’Avellino, che grazie a questo risultato tornò in corsa per la salvezza. Per la Juventus la nona sconfitta in campionato, un momentaccio per la squadra bianconera, che vedeva allontanarsi anche la zona Uefa.

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Era il 4 Ottobre 1992, quando la Fiorentina allenata da Gigi Radice e il Milan allenato da Fabio Capello diedero vita ad una partita spettacolare e ricca di gol.

Era la quinta giornata di campionato, entrambe le squadre arrivarono a questa sfida da imbattute, con la differenza che il Milan fino a quel momento aveva vinto quattro sfide consecutive, invece i viola avevano ottenuto tre pareggi ed una vittoria roboante contro l’Ancona con il risultato di 7-1!

La Fiorentina sembrava essere una vera macchina da gol, in quattro partite segnò ben dodici reti. Sicuramente gli acquisti di Baiano, B.Laudrup ed Effenberg avevano dato nuova linfa alla fase offensiva gigliata.

Allo stadio c’era il pubblico delle grandi occasioni, tutto esaurito, in tribuna era presente anche Arrigo Sacchi, all’epoca commissario tecnico della nazionale italiana.

La partenza della Fiorentina fu superlativa, gli uomini di Radice praticavano un calcio veloce e offensivo. Al 14’ Ciccio Baiano portò in vantaggio i viola, il match per Batistuta e compagni sembrò essere in discesa, ma nel giro di pochi minuti le cose cambiarono radicalmente. Al 25′, ecco il pareggio di Massaro che con un bel colpo di testa superò il portiere Mannini. Dopo pochi minuti fu Gigi Lentini, sontuosa la sua partita, che con un bel colpo sotto ribaltò il risultato.

Gli uomini di Radice cercarono in tutti mondi di riequilibrare le sorti dell’incontro, ma lo fecero in maniera scriteriata lasciando ampie praterie ai campioni rossoneri. Al 42’ e al 45’, Gullit e Massaro portarono a quattro il bottino del Milan. Il primo tempo si chiuse con il risultato di 1-4 in favore della squadra di Capello, un risultato pesantissimo per la Fiorentina.

Nella ripresa salì in cattedra il tedesco Effenberg, che prima siglò la seconda rete per i viola e poi sfiorò la doppietta con un bellissimo calcio di punizione, che fu deviato splendidamente in angolo da Sebastiano Rossi. Proprio nel momento migliore della squadra di casa, arrivò il gol di Van Basten, che chiuse definitivamente la partita con un bolide sotto la traversa.

Negli ultimi tre minuti del match furono realizzate tre reti: Gullit all’ 87’, Di Mauro all’89’ e Van Basten al 90’.

Risulto finale: Fiorentina-Milan 3-7. Una bella mazzata, e punteggio forse fin troppo severo, per i ragazzi di Radice, che comunque avevano dimostrato ottime cose in fase offensiva, i toscani avevano creato tanto, ma troppa leggerezza in quella difensiva dove lasciarono spazi enormi a calciatori del calibro di Gullit, Van Basten, Lentini e Massaro.

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Kennet Andersson e Klas Ingesson sono state due colonne della nazionale svedese degli anni novanta, un periodo davvero favorevole per la squadra scandinava che in quel decennio giunse in semifinale agli Europei del 1992 e al terzo posto ai mondiali di Usa ‘94.

I due giganti svedesi hanno una storia particolare, in quanto le loro carriere si sono spesso incrociate diventando compagni di squadra non solo in nazionale, ma anche nel Goteborg, nel Malines, nel Bari e nel Bologna. Probabilmente fu proprio in Italia che entrambi riuscirono a mostrare le loro qualità migliori.

Il primo ad approdare in Italia fu Kennet Andersson, che nell’estate del 1995 fu acquistato dal Bari per sostituire il partente Sandro Tovalieri. Ingesson arrivò nel capoluogo pugliese nello stesso anno, esattamente nel mese di novembre, durante la finestra del calciomercato invernale. Così si ricompose la coppia che aveva giocato insieme per l’ultima volta nella stagione 1992/93 nel Malines, gloriosa squadra belga.

Purtroppo per i biancorossi, nonostante l’apporto dei due svedesi e la grande stagione di Igor Protti, arrivò la retrocessione in serie B. A quel punto c’era da capire se Klas e Kennet avrebbero accettato ugualmente di scendere di categoria, oppure sarebbero andati in cerca di un campionato più prestigioso. Per la società pugliese trattenere Andersson si rivelò impossibile, in quanto l’attaccante aveva siglato 12 reti e per lui iniziarono a fioccare le proposte. Così, dopo un solo campionato disputato con i galletti, Kennet passò al Bologna rimanendo in Serie A.

Ingesson decise di disputare la B con il Bari, diventando in breve tempo il leader della squadra. Mister Fascetti gli affidò la fascia di capitano, e il Bari, dopo un solo anno di purgatorio, grazie al carisma di Ingesson e ai gol di Ventola e Guerrero ritornò in massima serie.

L’avventura del centrocampista svedese nel Bari durò fino al 1998, quando in scadenza di contratto, decise di accettare l’offerta del Bologna, squadra in cui ritrovò, ancora una volta, il suo amico Kennet Andersson.

In seguito entrambi diventarono due idoli dei tifosi felsinei, in stagioni in cui il Bologna riuscì ad ottenere grandi risultati sia in Italia che a livello internazionale.

Andersson e Ingesson giocarono a Bologna fino alla stagione 1999/2000, anche se nel frattempo Kennet aveva avuto una breve parentesi nella Lazio. Da quel momento in poi le strade dei due amici svedesi si separarono definitivamente, Andersson andò in Turchia, nel Fenerbahçe, mentre Ingesson passò all’ Olympique Marsiglia.

Kennet Andersson ha ricordato più volte il suo grande amico Klas, scomparso prematuramente nel 2014 a soli 46 anni. Ecco le parole con cui l’attaccante svedese, in una delle sue interviste, ha ricordato Ingesson: “Abbiamo giocato assieme a Bologna, a Bari, ma anche a Goteborg, al Mechelen e poi con la Nazionale svedese, per me è come aver perso un fratello, un pezzo di me. Era come lo si vedeva in campo, aveva una voglia incredibile, era forte fisicamente ma anche mentalmente”.

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Nell’estate del 1991 tra le regine del calciomercato c’era anche il Bari. Vincenzo Matarrese era riuscito a sorprendere tutti portando nel capoluogo pugliese l’asso inglese, e grande protagonista ad Italia ‘90, David Platt. In realtà la società biancorossa, oltre al centrocampista britannico, aveva acquistato calciatori importanti ed esperti come Daniele Fortunato, Domenico Progna, Fabio Calcaterra, Ivan Rizzardi, Frank Farina e giovani di grande prospettiva come Nicola Caccia e Federico Giampaolo. Questi elementi andavano a rinforzare una squadra che aveva tra le proprie fila gente come Joao Paulo, Angelo Carbone, Giovanni Loseto, Angelo Colombo, Enrico Cucchi e altri giocatori di ottimo livello. Questa sontuosa campagna acquisti aveva ingolosito i tifosi del Bari, che si abbonarono in massa allo stadio. In quella stagione furono sottoscritte circa 22.000 tessere, questo, ancora oggi, rappresenta il record di abbonamenti per la compagine pugliese.

I biancorossi alla vigilia del campionato sembravano poter essere una delle pretendenti a raggiungere un posto in Uefa. Ad onor del vero quel Bari in estate salutò anche due elementi fondamentali come Pietro Maiellaro e Massimo Carrera, ceduti rispettivamente alla Fiorentina e alla Juventus.

Il destino della squadra del presidente Matarrese fu segnato irrimediabilmente alla terza giornata di campionato dopo l’infortunio dell’attaccante brasiliano Joao Paulo, che dopo un durissimo intervento di Marco Lanna della Sampdoria chiuse malinconicamente la sua stagione.

A quel punto emersero tutti i problemi offensivi del Bari; infatti la società biancorossa aveva puntato in maniera decisa sulla coppia Joao-Farina con Platt pronto ad innescarli. Purtroppo il calciatore carioca si infortunò, l’attaccante australiano Farina sembrava essere la brutta coppia del talento ammirato col Bruges e Platt predicava nel deserto. Così si cercò di correre ai ripari esonerando l’allenatore Salvemini e ingaggiando al suo posto Zibì Boniek. Oltra al cambio in panchina nel mercato di novembre si decise di cedere Farina e di acquistare i croati Robert Jarni e Zvonimir Boban, quest’ultimo in prestito dal Milan. Arrivi importanti che però non risolsero il vero problema del Bari: quello del gol. Anche il cambio in panchina non diede i risultati sperati, d’altra parte passare da un tecnico esperto e navigato come Salvemini ad uno ancora giovane ed inesperto come Boniek fu una scelta discutibile.

I biancorossi riuscirono a fare solo dei piccoli passi in avanti, ma il definitivo cambio di marcia non arrivò mai. Così quel Bari che sembrava destinato a raggiungere l’Europa chiuse la stagione al quartultimo posto precipitando in B.

Il libero di quel Bari era Domenico Progna, che nel nostro libro “Storie di un altro Calcio” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare quella sfortunata stagione: “Dopo le prime giornate con l’infortunio di Joao e con Farina che non riusciva ad ambientarsi, ci trovammo praticamente senza attaccanti e la nostra prima vittoria in campionato arrivò addirittura nel mese di gennaio. La riconferma in panchina di Gaetano Salvemini fece mugugnare i tifosi biancorossi sin da subito, così ai primi risultati negativi la società esonerò il mister sostituendolo con un inesperto Boniek. A mio avviso si sarebbe dovuto puntare su un tecnico navigato come Carlo Mazzone, allenatore ideale per una piazza come Bari. Il nostro problema era quello del gol, facevamo sempre grandissima fatica ad essere pericolosi. Purtroppo fu una stagione sfortunata sotto tutti i punti di vista e arrivò una retrocessione amarissima e inaspettata, visto che eravamo partiti con ben altri obiettivi.”

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il terzino Ivan Rizzardi, intervistato da altrocalcio.com : “A Bari arrivammo tutti con grandi aspettative e in effetti l’obiettivo era quello di raggiungere la qualificazione in Coppa Uefa. I motivi di quella disfatta furono tanti a partire dalla società, dalle strutture non all’altezza, da una serie di eventi sfortunati e poi ovviamente le colpe principali furono quelle di noi calciatori, che ci esprimemmo tutti al di sotto delle nostre possibilità. Successivamente il rapido cambio di allenatore e troppi arrivi nel mercato di novembre alimentarono altra confusione. Purtroppo fu una di quelle annate negative dove andò tutto male. Purtroppo molti di noi disputarono una stagione negativa e fu davvero un peccato anche perché arrivarono giocatori davvero importanti”.

 

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Era l’11 gennaio 1987, quando allo stadio Rigamonti di Brescia fu giocata una delle partite più romantiche della serie A degli anni ottanta.

Nella città lombarda quella domenica nevicava copiosamente, ma le pessime condizioni atmosferiche non fermarono il pubblico bresciano che andò in massa allo stadio, presenti oltre trentamila spettatori.

Il terreno di gioco era completamente coperto di neve, sembrava di assistere ad uno scenario tipico del calcio sovietico. Fino agli ultimi minuti dal fischio iniziale (ore 14,30), la partita era a forte rischio e tutti gli addetti ai lavori pensavano sarebbe stata rinviata. Invece l’arbitro Agnolin, alla fine, decise che il match si sarebbe giocato.

Le due squadre scesero in campo con le seguenti formazioni:

BRESCIA: Aliboni, Giorgi, Branco, Argentesi, Chiodini, Gentilini, Occhipinti, Bonometti, Turchetta, Beccalossi, Gritti

Allenatore : Bruno Giorgi

JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Mauro, Manfredonia, Serena, Platini, Laudrup

Allenatore : Rino Marchesi

Il match fu a dir poco epico, la visuale era praticamente pari allo zero con quel mitico pallone color arancione che praticamente non rimbalzava. Una delle immagini più significative di quella partita fu quella del portiere bresciano Aliboni, che durante la tormenta di neve si abbracciava da solo per cercare di riscaldarsi dal vento gelido.

La gara, dopo una prima fase complicata, entrò nel vivo, fu il danese Laudrup a colpire la traversa con un bellissimo tiro da fuori area. Rispose il Brescia con una bella iniziativa del brasiliano Branco, che sfiorò il gol.

Il calciatore sudamericano nel dopo partita ammise candidamente che non solo non aveva mai disputato una partita in quelle condizioni, ma in realtà era addirittura la prima volta che vedeva la neve. Nonostante questo, affermò che giocare in quell’atmosfera era stata un’esperienza bellissima. Erano calciatori con una mentalità completamente diversa rispetto a quelli odierni…

Platini sembrava essere a suo agio anche sulla neve e iniziò a mostrare la sua classe, ma fu Aldo Serena a colpire il palo esterno con una bella conclusione dal limite.

Gli ultimi minuti del match furono molto complicati, ormai il terreno di gioco era pesantissimo e le due squadre sembravano accontentarsi dello 0-0, punteggio con il quale si concluse la partita.

E’ inutile nasconderlo, nel calcio di oggi una gara come questa non si sarebbe mai potuta disputare. Tra l’altro non stiamo parlando di un po’ di neve caduta il giorno prima, ma di uno stadio completamente innevato e di un match che fu disputato nonostante continuasse a nevicare.

Allo stesso tempo, oggi ci sono anche degli standard di sicurezza da rispettare. Pensate ad esempio ai gradoni dello stadio ghiacciati, oggi chi si prenderebbe la responsabilità di gestire trentamila spettatori in quelle condizioni climatiche? Erano altri tempi, di sicuro c’era più superficialità ma anche molto più romanticismo e amore per quello che si faceva. Gli stessi calciatori non avevano paura di rischiare e addirittura in molti casi, come accadde al brasiliano Branco, erano incuriositi e motivati a giocare mentre nevicava. Anni irripetibili, che purtroppo non torneranno mai più.

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Il Verona nella stagione 1991-92 era pronto per affrontare da neopromossa il nuovo campionato di Serie A. Nell’estate del 1991 il presidente scaligero Alberto Mazzi ed il confermatissimo mister Eugenio Fascetti (all’epoca un vero specialista delle promozioni dalla B alla A), cercarono di programmare la campagna acquisti per assicurare ai tifosi scaligeri una salvezza tranquilla.

La società gialloblù aveva già in rosa due stranieri: l’attaccante rumeno Raducioiu ed il centrocampista svedese Prytz. A quel punto il giovane presidente del Verona cercava un colpo ad effetto con il quale migliorare definitivamente il tasso tecnico della squadra. L’ idea di Mazzi e di Fascetti fu quella di rilanciare un grande talento del calcio mondiale: Dragan Stojkovic.

Stojkovic era un centrocampista offensivo dotato di grande tecnica individuale, che dopo aver incantato con la Stella Rossa e ai mondiali di Italia ‘90 (memorabile la sua doppietta contro la Spagna), si era trasferito in Francia al Marsiglia. Nel campionato francese il calciatore jugoslavo giocò pochissime partite a causa di un grave infortunio al ginocchio.

Il Verona, nonostante alcuni dubbi legati alla sue condizioni fisiche, decise di acquistare Stojkovic sborsando circa 9 miliardi di lire.

L’avvio di stagione per il talento scaligero fu difficile, i risultati per la compagine di Fascetti stentavano ad arrivare e ancora una volta quel maledetto ginocchio continuò a dare problemi. Dragan anche a Verona era spesso infortunato, e  i continui impegni con la sua nazionale non permisero un tranquillo recupero. Forse la migliore partita di Stojkovic in Serie A fu quella giocata contro l’Inter il 9 febbraio 1992 . In quella occasione il calciatore jugoslavo mise in mostra tutto il suo talento con giocate di altissimo livello, che permisero al Verona di ottenere un importantissimo successo per la lotta salvezza. Il campione della Stella Rossa e di Italia ‘90 sembrava essere tornato quello di una volta, ma purtroppo non fu così. Il centrocampista ex Marsiglia continuava ad avere problemi fisici e quando giocava faceva fatica ad incidere. Intanto la stagione per i veneti si complicò: Fascetti fu esonerato e al suo posto fu scelta la coppia Liedholm-Corso, un cambio in panchina che non  evitò la retrocessione in Serie B.

Per Dragan Stojkovic l’esperienza italiana si rivelò molto più complicata del previsto. In realtà, anche se a sprazzi, il calciatore dimostrò di avere delle giocate da vero fuoriclasse, ma purtroppo una condizione fisica precaria lo condizionò in maniera determinante.

Qualche anno più tardi Fascetti dirà di lui: ” Dragan Stojković è stato in assoluto il calciatore più forte che io abbia mai allenato. Purtroppo arrivò a Verona in condizioni fisiche precarie e giocò poche partite. Fu costretto a convivere per tutta la stagione con un ginocchio gonfio, ma nonostante questo non si tirava mai indietro. Era un ragazzo squisito ed un professionista molto serio. Ricordo che in quel campionato vincemmo una partita contro l’Inter, ma praticamente la vinse da solo. Fu uno spettacolo!”.

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La Sampdoria nella stagione 1989/90 giocò per il suo secondo anno consecutivo la Coppa delle Coppe, questa volta con l’obiettivo di vincere la competizione, dopo la finale persa nell’edizione precedente contro il Barcellona.

Il primo turno per i ragazzi di Boskov fu abbastanza agevole; la Sampdoria riuscì a superare i norvergesi del Brann vincendo la gara d’andata, giocata in trasferta, con il risultato di 0-2 e quella di ritorno vinta 1-0 grazie ad una rete del nuovo acquisto Katanec.

Nel secondo turno ad attendere Mancini e compagni c’era il temibile Borussia Dortmund, squadra che poteva annoverare tra le proprie fila calciatori del calibro di Moller, Helmer, Zorc ecc.

Nel match giocato in Germania, il Borussia passò in vantaggio con Wegmann. Quando i tedeschi sembravano ormai essere destinati alla vittoria, a due minuti dalla fine, arrivò la preziosissima rete siglata da Roberto Mancini. A Genova la Sampdoria chiuse la pratica nel secondo tempo grazie ad una doppietta di Gianluca Vialli, che al 74’ realizzò un rigore e a pochi minuti dalla fine, con un bellissimo tocco di esterno destro, portò i blucerchiati al turno successivo.

La Sampdoria, ai quarti di finale, superò in scioltezza gli svizzeri del Grasshoppers con il risultato complessivo di 4-1.

In semifinale per la compagine blucerchiata c’era il duro ostacolo rappresentato dal Monaco. La squadra monegasca schierava un attacco di altissimo livello formato da George Weah e Ramon Diaz, l’argentino era una vecchia conoscenza del calcio italiano e nella stagione precedente aveva vinto lo scudetto con l’Inter.

Nella gara d’andata, giocata a Monaco il 3 aprile 1990, Weah portò in vantaggio i monegaschi, ma ancora una volta ci pensò Gianluca Vialli con una doppietta a ribaltare il risultato grazie ad un rigore e ad un bellissimo colpo di testa. Il 2-2 finale fu siglato da quella vecchia volpe di Diaz.

Il match di ritorno fu senza storia, la Samp passò in vantaggio al 9’ grazie alla zampata del mitico Zar Pietro Vierchowod e raddoppiò con Lombardo, che con la sua velocità fu abilissimo a sfruttare un assist proveniente dalla sinistra.

La finale Sampdoria-Anderlecht si sarebbe disputata a Goteborg il 9 maggio 1990. La squadra belga in semifinale aveva superato la Dinamo Bucarest. La compagine allenata da de Mos, ex allenatore del Malines, era temibilissima e poteva schierare diversi elementi della nazionale belga, come ad esempio Grun, Degryse, Vervoort e Nilis. Da segnalare anche la presenza del ventenne “Lulù” Oliveira, che qualche anno dopo fu protagonista di grandi stagioni in Italia soprattutto con le maglie di Cagliari e Fiorentina.

La Samp iniziò sin da subito ad essere pericolosa controllando il gioco, ma il portiere avversario De Wilde, si superò in più di un’occasione effettuando due grandissime parate su un colpo di testa di Vierchowod e su un tiro ravvicinato di Vialli, che poi diventerà il capocannoniere di quell’edizione della Coppa delle Coppe.

Il risultato nel secondo tempo non si schiodò dallo 0-0, e si andò ai tempi supplementari.

Boskov nel secondo tempo aveva optato per l’ingesso in campo di Lombado al posto di Invernizzi, e ai supplementari fece entrare Salsano al posto di Katanec. Due cambi azzeccatissimi, che si rivelarono fondamentali. Al 104’ fu proprio Salsano a far partire un bellissimo tiro dal limite dell’area, De Wilde toccò la sfera che colpì il palo, il pallone stava per ritornare tra le braccia dell’estremo difensore belga a cui questa volta, dopo una partita praticamente perfetta, sfuggì la sfera che finì proprio sui piedi di Vialli, il quale da grande opportunista depositò il pallone in rete. Finalmente la Sampdoria aveva sbloccato la partita!

Pochi minuti dopo, Lombardo scattò velocissimo sulla destra e servì Salsano che appoggiò a Mancini, il numero dieci blucerchiato fece partire un cross perfetto per Vialli, che con uno splendido colpo di testa superò il portiere avversario. Era l’apoteosi! La Sampdoria aveva vinto la Coppa delle Coppe! I tanti tifosi sampdoriani presenti in Svezia impazzirono di gioia per la grande impresa ottenuta da Boskov e i suoi ragazzi.

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Il Verona nella stagione 1987/88 fu protagonista di un ottimo percorso in Coppa Uefa, dove tra le squadre italiane fu quella che riuscì a fare più strada. Dopo aver superato nei primi due turni i polacchi del Pogoń Stettino e gli olandesi dell’Utrecht, agli ottavi di finale Di Gennaro e compagni affrontarono i rumeni dello Sportul Studentesc Bucharest . Nella gara d’andata, giocata a Verona, gli uomini di Bagnoli superarono facilmente l’ostacolo con il risultato di 3-1 grazie alle reti di S. Fontolan, Pacione ed Elkjaer.

La gara di ritorno fu una partita epica, soprattutto per l’atmosfera che la squadra scaligera avrebbe trovato in Romania.

Era il 9 dicembre 1987, il match si disputava nella gelida Bucarest in un campo completamente innevato e con 15.000 spettatori, in uno stadio stretto e ormai decadente. I tifosi veronesi non lasciarono da soli i propri beniamini e arrivarono a Bucarest in 900, una trasferta difficilissima. Era la Romania comunista, quella di Ceaușescu, c’era ancora il muro di Berlino e l’Europa era divisa in due. Allo stadio erano presenti solo studenti e soldati, gli altri non potevano assolutamente lasciare il proprio lavoro. 

Il Verona si schierava in campo con la seguente formazione:

Giuliani, Volpati, Volpecina, Berthold, Fontolan, Sacchetti, Verza, Galia, Pacione, Di Gennaro, Elkjaer 

La partita fu sin da subito molto combattuta, con il portiere Giuliani che salvò il risultato in un più di un’occasione. Gli scaligeri andarono vicini al vantaggio con Galia ed Elkjaer, ma la vera svolta della partita arrivò nel secondo tempo.

Sotto una neve incessante, gli uomini di Bagnoli dimostrarono grande personalità e al 66′ il Verona passò in vantaggio grazie ad una splendida azione. Antonio Di Gennaro servì un bel pallone per Pacione, che diede a Galia, il quale appoggiò di prima per Elkjaer, l’attaccante danese eseguì una bellissima finta e colpì il pallone con il destro, la sfera scivolò lentamente alla sinistra del portiere avversario depositandosi in rete. Un gol che mandò in visibilio gli infreddoliti tifosi scaligeri presenti allo stadio.

La partita si concluse con il risultato di 0-1 in favore del Verona, che grazie a quella vittoria si qualificò ai quarti di finale della Coppa Uefa. Una trasferta indimenticabile per tanti tifosi gialloblù, che ancora oggi ricordano quella partita epica.

 

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Per le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90 abbiamo incontrato Marco Negri, ex bomber di Perugia, Bologna, Glasgow Rangers, Ternana e Cosenza. Con lui ci siamo soffermati sulle sue due grandi stagioni vissute a Perugia, dove realizzò 33 reti.

 

1) Nella stagione 1995-96 approdò a Perugia, squadra costruita per essere promossa in A. Come nacque la trattativa che la portò in Umbria?

 

Venivo da un’ottima stagione col Cosenza in serie B, l’allenatore era Zaccheroni e riuscimmo a salvarci nonostante i nove punti di penalizzazione. Avevo realizzato 19 gol e c’erano diverse squadre interessate al mio cartellino. Ero in scadenza, ma a quei tempi non esisteva ancora il parametro zero e quindi il mio parametro era piuttosto alto, si aggirava intorno ai quattro miliardi. A quel punto si fece vivo il Perugia, la società umbra era molto interessata al mio acquisto. Avevo voluto fortemente il Perugia, rinunciando anche all’offerta in Serie A dell’Atalanta a cui serviva un attaccante per rimpiazzare Ganz ceduto all’Inter. In quel momento non mi sentivo pronto giocare in A e non nascondo che l’offerta del Perugia, a livello economico, era particolarmente allettante.

Tra il Perugia ed il Cosenza ci fu un autentico braccio di ferro perché la società umbra, conoscendo le difficoltà economiche dei calabresi, cercava di allungare i tempi della trattativa. A quel punto iniziai a ricevere diverse telefonate da parte dei dipendenti del Cosenza, nel frattempo rimasti senza stipendio, che mi chiedevano di parlare con il presidente perugino perché pur avendo la mia firma non voleva pagare il parametro. Ero legatissimo all’ambiente cosentino perché mi trattarono bene sin sa subito, così chiamai direttamente Gaucci intimandogli che avrebbe dovuto pagare il Cosenza altrimenti avrei stracciato il precontratto. “Magicamente”, dopo 24 ore dalla mia telefonata, la situazione finalmente si sbloccò e diventai un calciatore del Perugia.

 

2) Dopo un avvio complicato, caratterizzato dall’esonero di Novellino, con l’arrivo di Galeone la squadra cambiò completamente marcia raggiungendo la promozione in A. Cosa portò di nuovo l’ex tecnico del Pescara? Quale fu il suo rapporto con il mister?

 

L’inizio della mia avventura a Perugia fu difficile in quanto rimasi ai box per un problema al piede, che risaliva all’ultima giornata del campionato precedente quando indossavo la maglia del Cosenza. Il piede faceva addirittura fatica ad entrare nello scarpino.

Con Novellino non ebbi un rapporto facile, in quanto il mister era convinto che io fingessi di star male. Il problema era che io facevo davvero fatica, quell’infortunio al piede era molto fastidioso. La squadra sin dalle prime giornate non riusciva ad ottenere risultati positivi, così Gaucci prese in mano le redini della situazione e ingaggiò Galeone. Il presidente, dopo l’ultima sconfitta a Cesena, ci mandò in ritiro punitivo presso un albergo molto spartano. Ricordo che in un’intervista Gaucci disse che ci aveva spedito in un hotel decisamente brutto, affermazione che gli costò anche la denuncia del proprietario di quell’albergo.

Con Galeone ci fu la vera svolta, d’altra parte la nostra era una squadra molto talentuosa. Il mister ci diede un’impronta offensiva, con il suo gioco propositivo ci faceva divertire sia in allenamento che durante le partite. Inoltre ebbe delle grandi intuizioni a livello tattico, come ad esempio lo spostamento di Giunti dal ruolo di trequartista a quello di regista. Essendo un attaccante il mio rapporto con Galeone fu ottimo, in quanto il mister con il suo gioco mi metteva sempre nelle condizioni migliori per far gol. Avevo sempre tante occasioni durante la partita ed ero coinvolto nelle dinamiche della squadra, tutto veniva facile. Con il mister mi sentivo al centro del progetto e ci capivamo al volo.

 

3) In serie A disputò un grande campionato realizzando 15 gol. Purtroppo la squadra, anche un pó a sorpresa visto il grande avvio di campionato, precipitò in B. Che bilancio fa della sua stagione? Non crede che il cambio in panchina Galeone-Scala e i troppi movimenti di mercato influirono negativamente sulla squadra?

 

Giocare in quella Serie A era toccare l’apice perché era il campionato con il maggior numero di talenti al mondo. Riuscii ad esordire subito col botto realizzando il gol con cui vincemmo alla prima giornata contro la Sampdoria di Veron, Mancini e Montella. Il nostro avvio di campionato fu molto positivo e i titoli sui giornali in favore di quel Perugia si sprecavano. Tra l’altro oltre ad ottenere risultati importanti, quella squadra giocava un bel calcio continuando il percorso tattico già iniziato l’anno precedente. In quel periodo ci fu anche la convocazione in nazionale di Federico Giunti, ulteriore dimostrazione che stavamo realizzando qualcosa di importante. Purtroppo in breve tempo iniziarono i problemi: prima ci fu l’esonero di Galeone, nonostante la squadra fosse in una discreta posizione di classifica, poi io fui messo fuori rosa e ci furono una serie di problematiche che minarono la serenità del gruppo. Alla fine retrocedemmo con un bottino di 37 punti e per me fu una delle delusioni più cocenti della mia carriera, nonostante avessi realizzato 15 gol in serie A.

Il cambio di allenatore fu sicuramente affrettato, anche se Galeone fu sostituito da un altro grande tecnico come Nevio Scala. Il problema era che Scala giocava con il 3-5-2, ma noi ormai eravamo abituati al 4-3-3 e in rosa avevamo calciatori adatti soprattutto per quel tipo di gioco. Per il modulo dell’ex allenatore del Parma era fondamentale avere almeno due terzini con grande corsa capaci di fare nel migliore dei modi sia la fase difensiva che quella offensiva e due attaccanti abituati a giocare vicini, giocatori che mancavano all’interno della nostra rosa. Fu un vero peccato, sono convinto che con quel Perugia si sarebbe potuto inaugurare un ciclo importante. Avevamo calciatori forti dal punto di vista tecnico e un presidente visionario che non aveva paura di investire, e invece quella retrocessione vanificò tutto il lavoro svolto da Galeone.

 

4) A Perugia incontró il presidente Luciano Gaucci. Sul suo conto abbiamo ascoltato tanti pareri, a volte anche contraddittori. Qual è la sua opinione su Gaucci e che rapporto riuscì a stabilire con il presidente in quegli anni?

 

Luciano Gaucci era un vero uragano, un presidente tifoso che lavorava sempre con grande entusiasmo. Qualche anno fa partecipai ad una partita di beneficenza a cui presero parte tanti ex calciatori del Perugia di Gaucci, mi guardai intorno e vidi gente come Ravanelli, Materazzi, Olive, Tedesco, Gattuso, Grosso, Nakata, Allegri, Rapaić, Giunti ecc. Questo giusto per far capire l’alto livello tecnico dei calciatori portati in Umbria dal presidente.

Gaucci era un generoso che aveva fiuto per il talento. Non aveva un carattere facile e pretendeva sempre il massimo da noi calciatori. Ricordo che il nostro rapporto non iniziò benissimo; infatti a causa dell’infortunio mi presentai un po’ in sovrappeso e nelle prime giornate delusi le aspettative. Mi disse: “Caro Negri abbiamo speso tanti soldi per lei perché doveva fare la differenza, ma la differenza la doveva fare per noi e non per gli avversari!”. Quelle parole mi fecero reagire immediatamente e dimostrai con i fatti di essere all’altezza di quel Perugia.

 

5) Cosa ne pensa del Perugia attuale? Pensa che la squadra e l’attuale società siano attrezzate per ritornare finalmente in serie A?

 

Il Perugia, dopo la promozione in B, ha cambiato tanto sia a livello tecnico che a livello dirigenziale. Quindi è normale che per ora deve trovare ancora un certo equilibrio, la partenza del campionato è stata abbastanza buona e questo naturalmente è positivo. Certo, il campionato di B è molto lungo e credo che per capire dove possa arrivare questo Perugia bisognerà capire dove sarà in classifica alla fine del girone d’andata. E’ una squadra che con un pizzico di fortuna e qualche acquisto durante il mercato di riparazione potrebbe anche arrivare ai play-off, ma per il momento è prematuro fare qualsiasi tipo di pronostico.

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