La Sampdoria nella stagione 1989/90 giocò per il suo secondo anno consecutivo la Coppa delle Coppe, questa volta con l’obiettivo di vincere la competizione, dopo la finale persa nell’edizione precedente contro il Barcellona.

Il primo turno per i ragazzi di Boskov fu abbastanza agevole; la Sampdoria riuscì a superare i norvergesi del Brann vincendo la gara d’andata, giocata in trasferta, con il risultato di 0-2 e quella di ritorno vinta 1-0 grazie ad una rete del nuovo acquisto Katanec.

Nel secondo turno ad attendere Mancini e compagni c’era il temibile Borussia Dortmund, squadra che poteva annoverare tra le proprie fila calciatori del calibro di Moller, Helmer, Zorc ecc.

Nel match giocato in Germania, il Borussia passò in vantaggio con Wegmann. Quando i tedeschi sembravano ormai essere destinati alla vittoria, a due minuti dalla fine, arrivò la preziosissima rete siglata da Roberto Mancini. A Genova la Sampdoria chiuse la pratica nel secondo tempo grazie ad una doppietta di Gianluca Vialli, che al 74’ realizzò un rigore e a pochi minuti dalla fine, con un bellissimo tocco di esterno destro, portò i blucerchiati al turno successivo.

La Sampdoria, ai quarti di finale, superò in scioltezza gli svizzeri del Grasshoppers con il risultato complessivo di 4-1.

In semifinale per la compagine blucerchiata c’era il duro ostacolo rappresentato dal Monaco. La squadra monegasca schierava un attacco di altissimo livello formato da George Weah e Ramon Diaz, l’argentino era una vecchia conoscenza del calcio italiano e nella stagione precedente aveva vinto lo scudetto con l’Inter.

Nella gara d’andata, giocata a Monaco il 3 aprile 1990, Weah portò in vantaggio i monegaschi, ma ancora una volta ci pensò Gianluca Vialli con una doppietta a ribaltare il risultato grazie ad un rigore e ad un bellissimo colpo di testa. Il 2-2 finale fu siglato da quella vecchia volpe di Diaz.

Il match di ritorno fu senza storia, la Samp passò in vantaggio al 9’ grazie alla zampata del mitico Zar Pietro Vierchowod e raddoppiò con Lombardo, che con la sua velocità fu abilissimo a sfruttare un assist proveniente dalla sinistra.

La finale Sampdoria-Anderlecht si sarebbe disputata a Goteborg il 9 maggio 1990. La squadra belga in semifinale aveva superato la Dinamo Bucarest. La compagine allenata da de Mos, ex allenatore del Malines, era temibilissima e poteva schierare diversi elementi della nazionale belga, come ad esempio Grun, Degryse, Vervoort e Nilis. Da segnalare anche la presenza del ventenne “Lulù” Oliveira, che qualche anno dopo fu protagonista di grandi stagioni in Italia soprattutto con le maglie di Cagliari e Fiorentina.

La Samp iniziò sin da subito ad essere pericolosa controllando il gioco, ma il portiere avversario De Wilde, si superò in più di un’occasione effettuando due grandissime parate su un colpo di testa di Vierchowod e su un tiro ravvicinato di Vialli, che poi diventerà il capocannoniere di quell’edizione della Coppa delle Coppe.

Il risultato nel secondo tempo non si schiodò dallo 0-0, e si andò ai tempi supplementari.

Boskov nel secondo tempo aveva optato per l’ingesso in campo di Lombado al posto di Invernizzi, e ai supplementari fece entrare Salsano al posto di Katanec. Due cambi azzeccatissimi, che si rivelarono fondamentali. Al 104’ fu proprio Salsano a far partire un bellissimo tiro dal limite dell’area, De Wilde toccò la sfera che colpì il palo, il pallone stava per ritornare tra le braccia dell’estremo difensore belga a cui questa volta, dopo una partita praticamente perfetta, sfuggì la sfera che finì proprio sui piedi di Vialli, il quale da grande opportunista depositò il pallone in rete. Finalmente la Sampdoria aveva sbloccato la partita!

Pochi minuti dopo, Lombardo scattò velocissimo sulla destra e servì Salsano che appoggiò a Mancini, il numero dieci blucerchiato fece partire un cross perfetto per Vialli, che con uno splendido colpo di testa superò il portiere avversario. Era l’apoteosi! La Sampdoria aveva vinto la Coppa delle Coppe! I tanti tifosi sampdoriani presenti in Svezia impazzirono di gioia per la grande impresa ottenuta da Boskov e i suoi ragazzi.

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Il Verona nella stagione 1987/88 fu protagonista di un ottimo percorso in Coppa Uefa, dove tra le squadre italiane fu quella che riuscì a fare più strada. Dopo aver superato nei primi due turni i polacchi del Pogoń Stettino e gli olandesi dell’Utrecht, agli ottavi di finale Di Gennaro e compagni affrontarono i rumeni dello Sportul Studentesc Bucharest . Nella gara d’andata, giocata a Verona, gli uomini di Bagnoli superarono facilmente l’ostacolo con il risultato di 3-1 grazie alle reti di S. Fontolan, Pacione ed Elkjaer.

La gara di ritorno fu una partita epica, soprattutto per l’atmosfera che la squadra scaligera avrebbe trovato in Romania.

Era il 9 dicembre 1987, il match si disputava nella gelida Bucarest in un campo completamente innevato e con 15.000 spettatori, in uno stadio stretto e ormai decadente. I tifosi veronesi non lasciarono da soli i propri beniamini e arrivarono a Bucarest in 900, una trasferta difficilissima. Era la Romania comunista, quella di Ceaușescu, c’era ancora il muro di Berlino e l’Europa era divisa in due. Allo stadio erano presenti solo studenti e soldati, gli altri non potevano assolutamente lasciare il proprio lavoro. 

Il Verona si schierava in campo con la seguente formazione:

Giuliani, Volpati, Volpecina, Berthold, Fontolan, Sacchetti, Verza, Galia, Pacione, Di Gennaro, Elkjaer 

La partita fu sin da subito molto combattuta, con il portiere Giuliani che salvò il risultato in un più di un’occasione. Gli scaligeri andarono vicini al vantaggio con Galia ed Elkjaer, ma la vera svolta della partita arrivò nel secondo tempo.

Sotto una neve incessante, gli uomini di Bagnoli dimostrarono grande personalità e al 66′ il Verona passò in vantaggio grazie ad una splendida azione. Antonio Di Gennaro servì un bel pallone per Pacione, che diede a Galia, il quale appoggiò di prima per Elkjaer, l’attaccante danese eseguì una bellissima finta e colpì il pallone con il destro, la sfera scivolò lentamente alla sinistra del portiere avversario depositandosi in rete. Un gol che mandò in visibilio gli infreddoliti tifosi scaligeri presenti allo stadio.

La partita si concluse con il risultato di 0-1 in favore del Verona, che grazie a quella vittoria si qualificò ai quarti di finale della Coppa Uefa. Una trasferta indimenticabile per tanti tifosi gialloblù, che ancora oggi ricordano quella partita epica.

 

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Per le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90 abbiamo incontrato Marco Negri, ex bomber di Perugia, Bologna, Glasgow Rangers, Ternana e Cosenza. Con lui ci siamo soffermati sulle sue due grandi stagioni vissute a Perugia, dove realizzò 33 reti.

 

1) Nella stagione 1995-96 approdò a Perugia, squadra costruita per essere promossa in A. Come nacque la trattativa che la portò in Umbria?

 

Venivo da un’ottima stagione col Cosenza in serie B, l’allenatore era Zaccheroni e riuscimmo a salvarci nonostante i nove punti di penalizzazione. Avevo realizzato 19 gol e c’erano diverse squadre interessate al mio cartellino. Ero in scadenza, ma a quei tempi non esisteva ancora il parametro zero e quindi il mio parametro era piuttosto alto, si aggirava intorno ai quattro miliardi. A quel punto si fece vivo il Perugia, la società umbra era molto interessata al mio acquisto. Avevo voluto fortemente il Perugia, rinunciando anche all’offerta in Serie A dell’Atalanta a cui serviva un attaccante per rimpiazzare Ganz ceduto all’Inter. In quel momento non mi sentivo pronto giocare in A e non nascondo che l’offerta del Perugia, a livello economico, era particolarmente allettante.

Tra il Perugia ed il Cosenza ci fu un autentico braccio di ferro perché la società umbra, conoscendo le difficoltà economiche dei calabresi, cercava di allungare i tempi della trattativa. A quel punto iniziai a ricevere diverse telefonate da parte dei dipendenti del Cosenza, nel frattempo rimasti senza stipendio, che mi chiedevano di parlare con il presidente perugino perché pur avendo la mia firma non voleva pagare il parametro. Ero legatissimo all’ambiente cosentino perché mi trattarono bene sin sa subito, così chiamai direttamente Gaucci intimandogli che avrebbe dovuto pagare il Cosenza altrimenti avrei stracciato il precontratto. “Magicamente”, dopo 24 ore dalla mia telefonata, la situazione finalmente si sbloccò e diventai un calciatore del Perugia.

 

2) Dopo un avvio complicato, caratterizzato dall’esonero di Novellino, con l’arrivo di Galeone la squadra cambiò completamente marcia raggiungendo la promozione in A. Cosa portò di nuovo l’ex tecnico del Pescara? Quale fu il suo rapporto con il mister?

 

L’inizio della mia avventura a Perugia fu difficile in quanto rimasi ai box per un problema al piede, che risaliva all’ultima giornata del campionato precedente quando indossavo la maglia del Cosenza. Il piede faceva addirittura fatica ad entrare nello scarpino.

Con Novellino non ebbi un rapporto facile, in quanto il mister era convinto che io fingessi di star male. Il problema era che io facevo davvero fatica, quell’infortunio al piede era molto fastidioso. La squadra sin dalle prime giornate non riusciva ad ottenere risultati positivi, così Gaucci prese in mano le redini della situazione e ingaggiò Galeone. Il presidente, dopo l’ultima sconfitta a Cesena, ci mandò in ritiro punitivo presso un albergo molto spartano. Ricordo che in un’intervista Gaucci disse che ci aveva spedito in un hotel decisamente brutto, affermazione che gli costò anche la denuncia del proprietario di quell’albergo.

Con Galeone ci fu la vera svolta, d’altra parte la nostra era una squadra molto talentuosa. Il mister ci diede un’impronta offensiva, con il suo gioco propositivo ci faceva divertire sia in allenamento che durante le partite. Inoltre ebbe delle grandi intuizioni a livello tattico, come ad esempio lo spostamento di Giunti dal ruolo di trequartista a quello di regista. Essendo un attaccante il mio rapporto con Galeone fu ottimo, in quanto il mister con il suo gioco mi metteva sempre nelle condizioni migliori per far gol. Avevo sempre tante occasioni durante la partita ed ero coinvolto nelle dinamiche della squadra, tutto veniva facile. Con il mister mi sentivo al centro del progetto e ci capivamo al volo.

 

3) In serie A disputò un grande campionato realizzando 15 gol. Purtroppo la squadra, anche un pó a sorpresa visto il grande avvio di campionato, precipitò in B. Che bilancio fa della sua stagione? Non crede che il cambio in panchina Galeone-Scala e i troppi movimenti di mercato influirono negativamente sulla squadra?

 

Giocare in quella Serie A era toccare l’apice perché era il campionato con il maggior numero di talenti al mondo. Riuscii ad esordire subito col botto realizzando il gol con cui vincemmo alla prima giornata contro la Sampdoria di Veron, Mancini e Montella. Il nostro avvio di campionato fu molto positivo e i titoli sui giornali in favore di quel Perugia si sprecavano. Tra l’altro oltre ad ottenere risultati importanti, quella squadra giocava un bel calcio continuando il percorso tattico già iniziato l’anno precedente. In quel periodo ci fu anche la convocazione in nazionale di Federico Giunti, ulteriore dimostrazione che stavamo realizzando qualcosa di importante. Purtroppo in breve tempo iniziarono i problemi: prima ci fu l’esonero di Galeone, nonostante la squadra fosse in una discreta posizione di classifica, poi io fui messo fuori rosa e ci furono una serie di problematiche che minarono la serenità del gruppo. Alla fine retrocedemmo con un bottino di 37 punti e per me fu una delle delusioni più cocenti della mia carriera, nonostante avessi realizzato 15 gol in serie A.

Il cambio di allenatore fu sicuramente affrettato, anche se Galeone fu sostituito da un altro grande tecnico come Nevio Scala. Il problema era che Scala giocava con il 3-5-2, ma noi ormai eravamo abituati al 4-3-3 e in rosa avevamo calciatori adatti soprattutto per quel tipo di gioco. Per il modulo dell’ex allenatore del Parma era fondamentale avere almeno due terzini con grande corsa capaci di fare nel migliore dei modi sia la fase difensiva che quella offensiva e due attaccanti abituati a giocare vicini, giocatori che mancavano all’interno della nostra rosa. Fu un vero peccato, sono convinto che con quel Perugia si sarebbe potuto inaugurare un ciclo importante. Avevamo calciatori forti dal punto di vista tecnico e un presidente visionario che non aveva paura di investire, e invece quella retrocessione vanificò tutto il lavoro svolto da Galeone.

 

4) A Perugia incontró il presidente Luciano Gaucci. Sul suo conto abbiamo ascoltato tanti pareri, a volte anche contraddittori. Qual è la sua opinione su Gaucci e che rapporto riuscì a stabilire con il presidente in quegli anni?

 

Luciano Gaucci era un vero uragano, un presidente tifoso che lavorava sempre con grande entusiasmo. Qualche anno fa partecipai ad una partita di beneficenza a cui presero parte tanti ex calciatori del Perugia di Gaucci, mi guardai intorno e vidi gente come Ravanelli, Materazzi, Olive, Tedesco, Gattuso, Grosso, Nakata, Allegri, Rapaić, Giunti ecc. Questo giusto per far capire l’alto livello tecnico dei calciatori portati in Umbria dal presidente.

Gaucci era un generoso che aveva fiuto per il talento. Non aveva un carattere facile e pretendeva sempre il massimo da noi calciatori. Ricordo che il nostro rapporto non iniziò benissimo; infatti a causa dell’infortunio mi presentai un po’ in sovrappeso e nelle prime giornate delusi le aspettative. Mi disse: “Caro Negri abbiamo speso tanti soldi per lei perché doveva fare la differenza, ma la differenza la doveva fare per noi e non per gli avversari!”. Quelle parole mi fecero reagire immediatamente e dimostrai con i fatti di essere all’altezza di quel Perugia.

 

5) Cosa ne pensa del Perugia attuale? Pensa che la squadra e l’attuale società siano attrezzate per ritornare finalmente in serie A?

 

Il Perugia, dopo la promozione in B, ha cambiato tanto sia a livello tecnico che a livello dirigenziale. Quindi è normale che per ora deve trovare ancora un certo equilibrio, la partenza del campionato è stata abbastanza buona e questo naturalmente è positivo. Certo, il campionato di B è molto lungo e credo che per capire dove possa arrivare questo Perugia bisognerà capire dove sarà in classifica alla fine del girone d’andata. E’ una squadra che con un pizzico di fortuna e qualche acquisto durante il mercato di riparazione potrebbe anche arrivare ai play-off, ma per il momento è prematuro fare qualsiasi tipo di pronostico.

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Era il 7 novembre 1982 quando la Cavese riuscì ad espugnare San Siro. Una giornata storica e indimenticabile per la squadra campana.

La Cavese fu la rivelazione di quel campionato, poi vinto dal Milan, chiudendo la stagione al sesto posto, a soli tre punti dalla promozione in Serie A.

I rossoneri si schierarono in campo con la seguente formazione:

Piotti, Icardi, Pasinato, Tassotti, Baresi, Evani, Cuoghi, Battistini, Jordan, Verza, Serena.

I campani giocarono con i seguenti undici:

Paleari, Gregorio, Pidone, Bitetto, Guida, Guerini, Cupini, Piangerelli, Di Michele , Pavone, Tivelli .

La compagine allenata da Castagner passò in vantaggio al 23’ grazie ad un colpo di testa dell’attaccante scozzese Jordan. In realtà si trattò di un gol fantasma, visto che il pallone non aveva superato completamente la linea di porta.

La partita per il Milan sembrò essere in discesa, ma non fu così. Dopo soli tre minuti dal vantaggio dei rossoneri, ecco il pareggio della Cavese grazie ad un bellissimo tiro dalla distanza di Tivelli, che con un sinistro chirurgico superò Piotti.

Nella ripresa la squadra campana, allenata da Piero Santin, iniziò ad alzare i ritmi sciorinando davvero un gran bel calcio. Al 55’ Pavone, dopo una splendida azione sulla destra, crossò un pallone precisissimo per Di Michele, che con un perfetto colpo di testa portò in vantaggio i campani. Milan-Cavese 1-2.

Curiosità: Peppino Pavone qualche anno più tardi, da direttore sportivo, fu l’artefice del Foggia dei miracoli in Serie A. Fu proprio l’ex calciatore della Cavese a volere a tutti costi Zeman sulla panchina dei satanelli.

Il Milan cercò in tutti i modi di riequilibrare il match, ma la squadra di Santin si difendeva con ordine e ripartiva con grande velocità in contropiede. Tra lo stupore generale, la compagine campana sbancò San Siro sorprendendo il pubblico rossonero e gli addetti ai lavori per quel calcio spumeggiante e coraggioso. Dopo la partita fu coniato il soprannome “Real Cavese”, proprio a voler ribadire la grande impresa ottenuta da Cupini e compagni.

Il Milan, dopo quella brutta sconfitta, riprese il suo cammino verso la Serie A vincendo il campionato con otto punti di vantaggio sulla seconda.

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Il 13 novembre 1991, allo stadio Ferraris di Genova, iniziava l’avventura di Arrigo Sacchi sulla panchina azzurra.

Il mister di Fusignano subentrò ad Azeglio Vicini, che aveva fallito la qualificazione ad Euro ‘92. Sacchi aveva a disposizione due partite, contro Norvegia e Cipro, per iniziare a dare un’identità alla nazionale e cercare qualcosa di diverso che potesse dare nuova linfa ad una squadra che dopo Italia ‘90 non era più riuscita a ritrovarsi.

L’ex allenatore del Milan cercava calciatori che potessero essere propedeutici al suo calcio, quindi si sapeva sin da subito che nelle convocazioni non sarebbero mancate le sorprese.

Nella serie A 1991/92 la grande rivelazione fu il Foggia allenato da Zeman, squadra che praticava un calcio super offensivo e che mise in mostra un grande tridente composto da Rambaudi, Baiano e Signori. Il bomber di quella squadra era Ciccio Baiano, attaccante cresciuto nelle giovanili del Napoli, che dopo aver militato in diverse squadre, a Foggia aveva finalmente trovato la sua dimensione soprattutto grazie al tecnico boemo, che riuscì ad esaltare le sue qualità. Nella stagione precedente, in Serie B, aveva siglato 22 reti condividendo il titolo di capocannoniere con Balbo ed il brasiliano Casagrande.

Il bomber campano iniziò a segnare con grande regolarità anche in A, e così Sacchi lo convocò in nazionale per la sfida contro la Norvegia. Una scelta che visto il grande campionato dei satanelli non era stata poi così sorprendente.

In quel match Baiano ebbe anche il grande onore di giocare come titolare, insieme a lui fecero l’esordio dal primo minuto con la maglia azzurra anche Costacurta e Zola. Una formazione offensiva con tre attaccanti come Vialli, Zola e Baiano.

La partita degli azzurri non fu particolarmente brillante, i ragazzi di Sacchi passarono addirittura in svantaggio dopo la rete siglata al 60’ da Jacobsen, per fortuna a dieci minuti dalla fine ci pensò Rizzitelli, subentrato proprio a Baiano, a riequilibrare le sorti dell’incontro.

Per la punta del Foggia un discreto esordio in nazionale, anche se ovviamente non si poteva pretendere molto di più da una squadra formata da diversi elementi che giocavano insieme per la prima volta.

Baiano giocò in nazionale anche nella seconda partita di Sacchi in panchina contro Cipro, una gara che si disputò proprio nella “sua” Foggia. Ciccio entrò nel secondo tempo al posto di Vialli, quando gli azzurri erano già in vantaggio 2-0 grazie ai gol di Vialli e Roberto Baggio.

Per l’attaccante del Foggia le presenze in nazionale si fermarono a due; infatti nonostante una grande stagione, 16 reti in campionato dietro soltanto a Van Basten e R.Baggio, Baiano non riuscì più a scendere in campo con la maglia azzurra. Nel campionato successivo il bomber campano approdò alla Fiorentina, dove però modificò il suo modo di giocare mettendosi maggiormente al servizio di Batistuta. Questo naturalmente condizionò la sua vena realizzativa e la sua media gol si abbassò bruscamente.

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Il 9 febbraio 1989, allo stadio Brianteo di Monza, si disputò la partita amichevole Inter-Unione Sovietica.

In quegli anni la federazione sovietica organizzò più di una volta amichevoli con squadre di club italiane, ma questo match rivestiva un’importanza particolare perché fu l’ultima gara di Karl-Heinz Rummenigge con la maglia nerazzurra.

In realtà il calciatore tedesco aveva già lasciato l’Inter nel 1987, trasferendosi al Servette in Svizzera, ma per l’occasione giocò nuovamente con la squadra di Trapattoni unendosi ai suoi connazionali Lothar Matthaus e Andreas Brehme.

Ancora oggi la foto che ritrae i tre tedeschi posare insieme con la maglia dell’Inter, viene considerata un autentico cimelio dai collezionisti.

Il match Inter-Urss fu giocato davanti a 10.000 spettatori, che riuscirono a gustarsi anche una bella partita. Ricordiamo che quella era l’Unione Sovietica che qualche mese prima aveva raggiunto la finale degli europei, sconfitta in finale dall’Olanda di Gullit e Van Basten, e che poteva annoverare tra le proprie fila calciatori come Mikhajlichenko, Protasov, Alejnikov, Kuznetzov, Belanov ecc. L’allenatore era il mitico colonnello Valerij Lobanovs’kyj, che proprio a Euro ‘88 aveva incantato tutti con la sua tattica all’avanguardia.

La partita, per la cronaca, terminò con il risultato di 2-2. Per l’Inter andarono a segno Matthaus e Rummenigge, che così coronò il suo ritorno in Italia con un gol. Per la compagine sovietica le reti furono siglate da Belanov, pallone d’oro 1986, e dal centrocampista Borodiuk.

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Il 14 novembre 1987 si disputò la partita Italia-Svezia, gara valevole per la qualificazione ai campionati europei del 1988. Una gara fondamentale per il cammino degli azzurri, che erano costretti a vincere visto che qualche mese prima avevano perso in Svezia con il risultato di 1-0.

Il match si giocava a Napoli, ore 14.30, e per i tifosi partenopei ci fu una piacevole sorpresa; infatti mister Azeglio Vicini convocò ben cinque calciatori del Napoli: Ferrara, Bagni, Romano, Francini e De Napoli. Il giusto premio per una squadra che dopo aver vinto il campionato nell’annata precedente, si stava confermando anche nella stagione 1987/88.

La Svezia era una compagine tosta, che poteva contare su diversi calciatori che giocavano o avrebbero militato nella nostra Serie A. Pensiamo a Stromberg, Thern, Limpar, Corneliusson, Hysen, Ekstrom e Prytz.

Vicini per questo match decisivo schierò la seguente formazione:

Zenga, Bergomi, Francini, Baresi, Ferrara, Bagni, Donadoni, De Napoli, Altobelli, Giannini, Vialli.

Come si può notare, il mister azzurro schierò quattro calciatori del Napoli. Una decisione che naturalmente fece salire ancor di più l’entusiasmo degli oltre sessantamila spettatori partenopei che gremivano lo stadio San Paolo.

Il match si decise nel primo tempo grazie ad uno scatenato Gianluca Vialli. L’attaccante blucerchiato giocò probabilmente una delle sue migliori partite con la maglia della nazionale siglando una doppietta. Al 27’ il bomber della Sampdoria dopo uno scambio con con De Agostini, entrato al posto dell’infortunato Francini, da posizione decentrata fece partire un tiro potentissimo che superò Ravelli, un grandissimo gol da vedere e rivedere.

Gli svedesi reagirono immediatamente e, dopo dieci minuti dallo svantaggio, agguantarono il pareggio grazie ad una precisa conclusione di Larsson.

Il primo tempo volgeva al termine e il risultato di 1-1 appariva ormai scontato, ma al 47’ ecco un’altra perla di Gianluca Vialli: dalla sinistra De Agostini calciò una precisa punizione cercando Altobelli, che con la sua solita furbizia, inventò un bellissimo velo ingannando i difensori scandinavi, la sfera andò verso Vialli che colpì al volo in maniera perfetta superando ancora una volta il portiere avversario. Nella ripresa il risultato non cambierà più e i ragazzi di Vicini conquisteranno una vittoria determinante per la qualificazione ad Euro ‘88.

Vialli fu sicuramente il migliore in campo, ma molto buona fu anche la prestazione dei tre calciatori del Napoli: Ferrara, Bagni e De Napoli. Francini fu particolarmente sfortunato perché dopo soli venti minuti un infortunio lo costrinse a lasciare il terreno di gioco. Francesco Romano non ebbe l’opportunità di scendere in campo, ma Vicini in quel periodo lo considerava un’alternativa importante per il centrocampo della nazionale.

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Nella stagione 1986/87 l’Avellino fu la vera sorpresa della Serie A. La compagine irpina allenata da Luís Vinício disputò un grande campionato chiuso dalla parte sinistra della classifica e a pochi punti da una clamorosa qualificazione in Uefa.

Quella squadra era stata costruita in maniera magistrale. Soprattutto l’arrivo del brasiliano Dirceu permise ai biancoverdi di fare il definitivo salto di qualità. Di quella rosa ricordiamo i giovani Angelo Alessio e Sandro Tovalieri, due certezze come Walter Schachner e Alessandro Bertoni e due elementi di grande carisma come Stefano Colantuono e Franco Colomba.

Nella stagione successiva i biancoverdi volevano confermare gli importanti risultati ottenuti nella stagione precedente, ma purtroppo le cose andarono molto diversamente.

L’Avellino nel frattempo aveva perso due pedine fondamentali come Dirceu e Alessio. La società aveva cercato di rinforzare il reparto offensivo con l’acquisto dell’attaccante greco Nikos Anastopoulos proveniente dall’Olympiakos con cui aveva segnato caterve di gol. Il problema era che in quegli anni il divario tra il campionato greco e quello italiano era abissale, e così che quello che inizialmente sembrava essere un potenziale colpo di mercato si rivelò ben presto un flop.

L’acquisto di Anastopoulos fu un errore che costrinse gli irpini a disputare buona parte del campionato con una punta che purtroppo non riusciva a far gol. I tifosi avellinesi aspettarono che prima o poi il bomber della nazionale greca riuscisse a sbloccarsi, ma fu un’attesa vana.

Nel girone di ritorno, con l’esonero di Vinicio e l’arrivo di Bersellini, la squadra migliorò il proprio rendimento, Anastopoulos fu accantonato e il mister iniziò a puntare sugli altri attaccanti presenti in rosa. La compagine biancoverde disputò un grande girone di ritorno, che praticamente a livello di punti fu sulla falsariga del campionato precedente, quello in cui sfiorarono la qualificazione in Uefa.

Purtroppo la speranza di salvarsi dallo spettro della serie cadetta svanì nella gara giocata a Como e terminata con il risultato di 1-1. In quel match gli irpini, a pochi minuti dalla fine, siglarono un gol regolarissimo, che fu inspiegabilmente annullato dall’arbitro. E’ chiaro che quella mancata vittoria, tra l’altro contro una diretta concorrente per non retrocedere, fu determinante per la retrocessione in B.

Così, dopo dieci anni di permanenza in massima serie, si concluse la grande avventura dell’Avellino in Serie A.

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Il rapporto di Roberto Baggio con la nazionale è sempre stato travagliato, non sempre il campione di Caldogno ha avuto la considerazione che meritava in azzurro.

Il divin codino con la maglia della nazionale ha collezionato 56 presenze, un numero importante, ma forse troppo poche per uno con il suo talento. Ancor di più se consideriamo che Baggio in maglia azzurra ha siglato 27 reti, una media gol pazzesca (quasi una rete ogni due partite). Ancora oggi l’ex numero dieci della Fiorentina è il quarto marcatore di sempre nella storia della nazionale, meglio di lui hanno fatto soltanto Riva, Meazza e Piola.

Dopo il mondiale di Usa ‘94 le apparizioni di Baggio in nazionale furono soltanto due. Una risalente al match Italia-Croazia, valevole per le qualificazioni a Euro ‘96, e l’ultima nella partita Italia-Slovenia. Era il 6 settembre 1995, da quel momento in poi il rapporto di Roberto con la maglia azzurra si interruppe bruscamente.

Baggio nella stagione 1995/96 passò al Milan dove, nonostante la vittoria dello scudetto, non riuscì ad esprimersi ad altissimi livelli. Capello lo sostituiva in quasi tutte le partite e forse il dualismo tra Roberto e Savicevic, calciatore con caratteristiche abbastanza simili a quelle del fuoriclasse di Caldogno, non fu gestito nel migliore dei modi.

Nel frattempo Sacchi in nazionale accantonò completamente il calciatore del Milan, che ormai non veniva nemmeno convocato. Una situazione difficile da sopportare per uno come lui e soprattutto per un giocatore che grazie ai suoi gol aveva portato l’Italia a disputare la finale del mondiale americano. Purtroppo a causa delle decisioni del tecnico di Fusignano, il divin codino non partecipò agli Europei del 1996 giocati in Inghilterra.

Nella stagione successiva sulla panchina del Milan arrivò Tabarez ma le cose non migliorarono. Il tecnico uruguaiano, anche a causa della grave crisi di risultati, non considerò più Roberto come titolare, preferendogli Marco Simone. Tabarez, in grande difficoltà, nel dicembre 1996 decise di dimettersi. Al suo posto arrivò Arrigo Sacchi, che non riuscì a dare una svolta alla stagione rossonera. Tra Baggio e Sacchi c’erano diverse ruggini risalenti al passato e il talento veneto iniziò ad essere sempre più accantonato e relegato in panchina.

In nazionale il sostituto di Sacchi fu Cesare Maldini, ex allenatore dell’Under 21. Il mitico Cesarone, alla ricerca di un calciatore che potesse dare qualità ed esperienza alla squadra, convocò inaspettatamente Roberto Baggio, che non indossava la maglia azzurra da quasi due anni.

Maldini non si fece condizionare dal fatto che ormai Roberto non giocasse più come titolare nella sua squadra di club, e lo convocò per la partita contro la Polonia che si giocò a Napoli il 30 aprile 1997. Match valevole per la qualificazione al mondiale di Francia ‘98.

Baggio partì dalla panchina ed entrò in campo al posto di Zola al 51’ con gli azzurri già in vantaggio di due gol. Come nelle favole il numero dieci azzurro dopo dieci minuti dal suo ingresso riuscì a segnare con un’azione delle sue, dimostrando ancora una volta tutto il suo infinito talento e facendo capire che chi l’aveva tenuto fuori dalla nazionale per quasi due anni non aveva capito nulla.

L’ultima rete di Roberto in nazionale risaliva alla semifinale di Usa ‘94 Italia-Bulgaria, gara in cui l’ex calciatore viola siglò una doppietta. Così grazie alla convocazione di Cesare Maldini, Baggio tornò a far centro con gli azzurri dopo quasi tre anni. Troppo tempo per uno come lui.

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Il Genoa nella stagione 1990/91 ripartì con diverse novità. Franco Scoglio lasciò i grifoni dopo due annate esaltanti, in cui aveva prima riportato la squadra in serie A e dopo l’aveva condotta ad una tranquilla salvezza. A prendere il posto del professore di Lipari sarebbe stato Osvaldo Bagnoli, che dopo ben nove stagioni lasciò la guida del Verona, squadra con cui nel 1985 conquistò un incredibile scudetto.

Il Genoa del presidente Spinelli aveva progetti ambiziosi, che si intuirono sin da subito grazie ad una campagna acquisti di grande livello.

I rossoblù erano riusciti ad acquistare due calciatori stranieri di altissimo profilo come il cecoslovacco Tomáš Skuhravý e il brasiliano Branco, giocatori che avevano disputato un ottimo mondiale (Italia ‘90) e che si rivelarono sin da subito fondamentali per il destino dei grifoni. Completarono il calciomercato rossoblù due centrocampisti importanti come Onorati e Bortolazzi, che avevano alle spalle già diversi campionati in A, e l’esperto attaccante Pacione.

Il Genoa, rispetto all’annata precedente, appariva nettamente rinforzato. Soprattutto la coppia d’attacco composta da Aguilera e Skuhravý prometteva faville, i due si integravano benissimo e potevano essere l’arma in più della compagine allenata da Bagnoli.

Le prime giornate di campionato per Signorini e compagni furono un po’ al di sotto delle aspettative, la squadra faceva fatica a vincere e a sviluppare un gioco all’altezza della situazione. La svolta avvenne il 25 novembre 1990 grazie alla vittoria nel derby della lanterna. Una partita che i rossoblù vinsero con il risultato di 1-2, grazie alle reti di Eranio e Branco, per i blucerchiati andò a segno Vialli. Da quel momento i ragazzi di Bagnoli cambiarono decisamente marcia e iniziarono a segnare con grande regolarità grazie alla coppia Aguilera- Skuhravý e grazie a Branco, che sui calci piazzati era un cecchino quasi infallibile. Il girone d’andata si chiuse in bellezza con la vittoria in trasferta a Torino contro la Juventus.

Il Genoa nella seconda parte del campionato era diventata una vera e propria macchina da gol, ormai i calciatori avevano assimilato al meglio i dettami tattici di mister Bagnoli e la conquista di un posto in Europa appariva essere un obiettivo ormai alla portata della società di Spinelli.

I grifoni nelle ultime sei partite conquistarono nove punti restando imbattuti e chiudendo il campionato al quarto posto, un grandissimo risultato.

Aguilera e Skuhravý disputarono una stagione di altissimo livello, entrambi siglarono 15 reti. In quel campionato fecero meglio di loro soltanto Matthaus con 16 reti, e Vialli con 19.

Per il Genoa arrivò finalmente, dopo anni difficili, la qualificazione in Coppa Uefa grazie a quel quarto posto che ancora oggi per i grifoni è il miglior piazzamento di sempre dal secondo dopoguerra.

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