Oggi analizziamo la classifica marcatori della serie A 1997/98, un altro campionato con degli altissimi valori tecnici.

In quella stagione sbarcarono nella nostra serie A calciatori del calibro di Ronaldo, Edmundo, Cafù, Recoba, Almeyda e tanti altri elementi di livello internazionale.

Il bomber principe di quel campionato fu il tedesco Oliver Bierhoff, che con i suoi 27 gol portò l’ Udinese al terzo posto. Un grandissimo risultato per la compagine allenata da Zaccheroni.

Dietro di lui due autentici fenomeni del calcio degli anni ‘90: Ronaldo e Roberto Baggio. L’attaccante brasiliano nella sua prima stagione in Italia realizzò 25 reti in campionato, risultando anche determinante per la vittoria in Coppa Uefa. Baggio, passato al Bologna, realizzò 22 gol dimostrando ancora una volta tutta la sua infinita classe. Il “divin codino” riconquistò anche la nazionale, partecipando al suo terzo mondiale consecutivo,quello di Francia’ 98.

Con 21 gol, a pari merito, troviamo altri due campioni di quegli anni: l’argentino Batistuta e Alessandro Del Piero. L’attaccante della Fiorentina in quella stagione non calciò rigori, invece il numero dieci della Juve ne realizzò quattro.

A quota 20 reti ecco “l’aeroplanino” Vincenzo Montella, bomber della Sampdoria che fu una delle rivelazioni di quel campionato. Con 18 gol un altro attaccante che in quegli anni andava sempre in doppia cifra: Filippo Inzaghi, che giocò la sua prima stagione con la maglia della Juventus.

A 16 reti una vera sorpresa di quel campionato: Dario Hubner del Brescia. Il “bisonte” aveva 30 anni ed era al suo esordio in Serie A. Dopo aver segnato caterve di gol nelle serie minori, riuscì a ripetersi anche in massima serie dimostrando di essere arrivato a giocare ad alti livelli troppo tardi. A quota 15 c’era Luís Oliveira, che dopo le grandi stagioni disputate a Cagliari si confermò anche nella Fiorentina, formando con Batistuta ed Edmundo uno dei tridenti più forti del campionato.

Appaiati a 14 gol troviamo il sorprendente Carmine Esposito dell’Empoli e l’esperto Abel Balbo, anche l’argentino presenza immancabile nella classifica marcatori di quegli anni.

Chiudiamo questa carrellata di bomber con Francesco Totti, che a 21 anni riuscì a realizzare 13 gol mettendo in luce tutto il suo grandissimo talento.

Nei primi dodici posti della classifica marcatori della stagione 1997/98, troviamo quattro calciatori stranieri e ben otto italiani. Questo dovrebbe far riflettere sulla qualità dei giocatori italiani di quel periodo…

Oggi purtroppo le cose sono molto diverse, e a malapena riusciamo a piazzare due o tre attaccanti italiani tra i primi dieci marcatori del campionato.

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Nella stagione 1990/91 il Cagliari cercò di costruire una squadra competitiva per ottenere una salvezza tranquilla in serie A, categoria conquistata dopo tanti anni difficili. La società sarda piazzò quattro colpi, che poi si rivelarono fondamentali anche per le stagioni successive. Prima di tutto arrivarono i nazionali uruguaiani Francescoli, Herrera e Fonseca.

Francescoli era già un calciatore affermato e molto conosciuto a livello internazionale. Leader della nazionale uruguaiana, aveva già vinto due coppe America (nel 1983 e nel 1987). Tra l’altro era stato acquistato dall’Olympique Marsiglia e giocava in Europa già da qualche anno.

Herrera era un centrocampista completo e particolarmente duttile, che dopo essere cresciuto calcisticamente nel Penarol si era trasferito in Spagna nel Figueres. Arrivò a Cagliari nel momento migliore della sua carriera ed in nazionale aveva già disputato come titolare la Coppa America del 1989 ed i mondiali di Italia ‘90.

L’attaccante Fonseca, classe 1969, era il più giovane dei tre sudamericani e si era messo in luce proprio nell’estate del 1990 nei mondiali giocati in Italia, dove partito dalla panchina realizzò il gol qualificazione contro la Corea del Sud e giocò come titolare nella partita degli ottavi di finale contro gli azzurri allenati da Vicini.

Fu acquistato dal Nacional, squadra di Montevideo, e dimostrò le sue caratteristiche da bomber di razza anche in Serie A, dove giocò per diversi anni militando in squadre importanti come Napoli, Roma e Juventus.

Un altro rinforzo importante fu quello dell’esperto Gianfranco Matteoli, centrocampista proveniente dall’Inter con cui aveva vinto lo scudetto due anni prima. Il suo apporto fu determinante per quel Cagliari, d’altra parte stiamo parlando di un calciatore che era dotato di grande tecnica e visione di gioco. Giocò in Sardegna fino al 1994 diventando in breve tempo uno degli idoli dei tifosi rossoblu.

Il Cagliari allenato da Claudio Ranieri anche grazie a questi quattro grandi acquisti riuscì a conquistare la salvezza e qualche anno più tardi, questa volta con Mazzone in panchina e senza Fonseca nel frattempo passato al Napoli, Francescoli, Herrera e Matteoli furono tra i protagonisti di quella incredibile stagione che vide la compagine sarda ottenere una storica qualificazione in Coppa Uefa.

 

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Il Torino nella stagione 1984/85 era guidato da Gigi Radice, che ritornò a sedere sulla panchina granata dopo quattro anni.

La società del presidente Sergio Rossi aveva programmi ambiziosi e fu protagonista di un ottimo calciomercato, in cui arrivarono pochi elementi ma che indubbiamente alzarono il tasso tecnico della squadra.

Il grande acquisto fu quello del centrocampista brasiliano Leo Junior proveniente dal Flamengo, calciatore di livello internazionale che si rivelò fondamentale per il campionato del Toro. Oltre al nazionale sudamericano, arrivarono Aldo Serena in prestito dall’Inter e il portiere Silvano Martina dal Genoa. Tre rinforzi “pesanti” in tre ruoli chiave per l’assetto tattico della compagine allenata da Radice.

Il Torino dopo otto giornate era già secondo in classifica, ma il vero capolavoro avvenne nel derby della Mole, dove Junior e compagni riuscirono a battere la Juventus proprio all’ultimo minuto. I bianconeri erano passati in vantaggio con Platini, ma i granata riuscirono a ribaltare il risultato prima con Francini e poi grazie alla rete realizzata da Aldo Serena.

Dopo quella vittoria il Torino diventò una seria candidata per lo scudetto, e nella giornata successiva c’era lo scontro diretto contro il sorprendente Verona, che era prima in classifica e precedeva gli uomini di Radice di un solo punto.

Nella gara Torino-Verona, giocata il 25 novembre 1984, la spuntarono gli scaligeri con il risultato di 2-1. Una vittoria pesantissima per i ragazzi allenati da Osvaldo Bagnoli.

I granata, nonostante questa sconfitta, continuarono a disputare un ottimo campionato, che li portò a rimanere nei piani alti della classifica per tutta la stagione.

Alla fine chiusero al secondo posto, distanziati di quattro punti dal Verona. Un grande risultato quello del Torino che riuscì a precedere squadre come Inter, Milan e Juventus.

Tra le note più liete della stagione ci fu sicuramente il grande affiatamento della coppia d’attacco formata da Walter Schachner e Aldo Serena, quest’ultimo cannoniere della squadra con 9 reti. Determinante anche l’apporto di Junior, che al suo esordio nel campionato italiano dimostrò ancora una volta tutta la sua classe e carisma.

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Nella serie A della stagione 1988/89 ci furono due novità importanti: il numero delle squadre partecipanti passò da 16 a 18, e si potè tesserare un terzo calciatore straniero, fino ad allora il tetto massimo era di due.

Partiamo in ordine alfabetico dall’Ascoli, che in quel campionato schierava il confermatissimo attaccante brasiliano Casagrande e due calciatori nel giro della nazionale jugoslava come Arslanović e Cvetković.

L’Atalanta poteva contare su tre giocatori di livello internazionale come gli svedesi Stromberg, un’istituzione ormai a Bergamo, e Robert Prytz. In quella stagione arrivò anche il bomber brasiliano Evair, che si dimostrò subito all’altezza della situazione siglando dieci gol nel suo primo anno in Italia.

Il Bologna allenato da Gigi Maifredi si affidò a Stéphane Demol, colonna della nazionale belga, al finlandese Mika Aaltonen e al cileno Hugo Rubio. In realtà questo tris d’acquisti si rivelò fallimentare e completamente al di sotto delle aspettative, la loro avventura in Emilia durò soltanto una stagione.

Il Cesena confermò Davor Jozic e puntò sullo svedese Holmqvist, che però non convinse.

Il Como acquistò il centrocampista brasiliano Milton, che si affiancò a Dan Corneliusson. Tutto ciò però non bastò per salvare i lariani da un’amara retrocessione.

La Fiorentina puntò nuovamente sullo svedese Hysen e acquistò dal Pisa Carlos Dunga, calciatore che era già nel giro della nazionale brasiliana, di cui diventò in breve tempo una colonna.

L’Inter cambiò completamente strategia e acquistò i due fortissimi tedeschi Lothar Matthäus e Andreas Brehme. Il terzo straniero sarebbe dovuto essere l’algerino Rabah Madjer, ma un infortunio pregresso fece sospendere il suo ingaggio. A quel punto la società nerazzurra virò sull’argentino della Fiorentina Ramón Díaz. Furono davvero tre innesti fondamentali per la vittoria dello scudetto.

La Juventus, oltre al confermatissimo Laudrup, acquistò il portoghese “tascabile” Rui Barros, calciatore che risultò prezioso per la squadra bianconera, realizzando 12 reti nella sua prima stagione in Serie A.

La Lazio, ritornata in A, puntò sugli uruguaiani Gutierrez e Ruben Sosa, un grande acquisto, e sull’argentino Gustavo Dezotti.

Il Lecce di Carletto Mazzone riconfermò gli argentini Barbas e Pasculli, ormai due bandiere della squadra salentina, che indossavano la maglia giallorossa dal 1985.

Il Milan completò il mosaico olandese aggiungendo Frank Rijkaard, che insieme a Gullit e Van Basten formava un terzetto di altissimo livello, che si rivelò fondamentale per la conquista della Coppa dei Campioni.

Il Napoli ripartì da Maradona e Careca, coppia incredibile, al quale aggiunse il nazionale brasiliano Alemao, elemento utilissimo per il centrocampo dei partenopei.

Il Pescara allenato da Galeone fece affidamento su un tris di brasiliani: il fortissimo e inossidabile Junior, Edmar e Tita.

Il Pisa del presidentissimo Romeo Anconetani, oltre all’inglese Paul Elliot già presente in rosa l’anno precedente, acquistò l’olandese Mario Been e l’attaccante belga Francis Severeyns, quest’ultimo fece bene in Coppa Italia ma in campionato rimase a secco.

La Roma confermò il grande Rudi Völler, e acquistò i brasiliani Andrade e Renato. I due sudamericani si rivelarono completamente inadatti al campionato italiano. Andrade per la sua lentezza fu soprannominato “er moviola” mentre Renato diventò famoso soprattutto per quello che faceva fuori dal rettangolo di gioco.

La Sampdoria, che aveva già in rosa Cerezo, acquistò dal Barcellona Víctor Muñoz che con la sua esperienza diede un buon contributo alla causa blucerchiata.

Il Torino puntò sui brasiliani Edu e Müller, quest’ultimo capocannoniere della squadra con 11 reti, e sullo jugoslavo Škoro. Una stagione davvero negativa per i granata, che retrocessero clamorosamente in B.

Il Verona allenato da Osvaldo Bagnoli acquistò la coppia argentina Troglio e Caniggia, provenienti entrambi dal River Plate, e confermò il difensore tedesco Thomas Berthold

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Andrea Tentoni era il classico centravanti di peso, molto forte fisicamente e abilissimo nel gioco aereo. Una delle sue caratteristiche principali era quella di avere una grande progressione palla al piede, qualità che lo rendeva micidiale in contropiede.

Tentoni, proveniente dalla Vis Persaro, fu acquistato dalla Cremonese nella stagione 1992/93 e da quel momento per lui iniziò una favola, forse breve, ma comunque ricca di soddisfazioni.

Andrea nel suo primo campionato in maglia grigiorossa mise a segno 16 gol (senza rigori) in Serie B, chiudendo al terzo posto nella classifica marcatori. Meglio di lui fecero soltanto Oliver Bierhoff con 20 reti e Totò De Vitis con 19. Ma non finisce qui, in quella stagione la Cremonese allenata da Gigi Simoni fu promossa in Serie A, e per chiudere in bellezza conquistò anche la Coppa Anglo-Italiana battendo il Derby County nella finale giocata a Wembley, vero tempio del calcio mondiale. Tra i marcatori di quella partita, terminata 3-1 in favore dei lombardi, c’era ovviamente anche Tentoni che così concluse una stagione praticamente perfetta sia per lui che per la Cremonese.

Nell’annata successiva la Cremonese giocò in Serie A, ma Tentoni non risentì affatto del salto di categoria e continuò a segnare come aveva sempre fatto, dimostrando di essere un attaccante determinante anche nel campionato più difficile del mondo.

Mister Gigi Simoni, parlando del suo pupillo, dichiarò: “Tentoni è il più forte centravanti d’ Italia se si gioca in contropiede, bravissimo comunque in campo e fuori. Non è poco“. Anche grazie ai suo gol, la Cremonese fu protagonista di un ottimo campionato, che si concluse con un bel 10° posto.

Le grandi prestazioni di Tentoni non passarono inosservate, e si iniziò a parlare anche di una sua possibile convocazione in nazionale. Quello era l’anno del mondiale di Usa’94, e Sacchi cercava un altro centravanti di peso, visto che l’unico che aveva in nazionale era Gigi Casiraghi.

Il mister di Fusignano iniziò a seguire il centravanti riminese, che per il posto al mondiale sembrava essere in ballottaggio con Andrea Silenzi, calciatore con caratteristiche abbastanza simili a quelle di Tentoni,

Alla fine Sacchi rinunciò all’idea del secondo ariete e convocò Daniele Massaro.

La stagione di Tentoni si concluse con 11 reti in campionato, bottino che sarebbe potuto essere ancora più cospicuo se il bomber non si fosse fermato per qualche settimana a causa della varicella.

A quel punto la carriera di Andrea, che aveva appena 25 anni, sembrava essere in grande ascesa, ma purtroppo non fu così. Dal 1994 in poi Tentoni non riuscì più a giocare ad alti livelli. Dopo la retrocessione della Cremonese andò al Piacenza (stagione 1996/97), ma in Emilia l’ex attaccante grigiorosso sembrava essere la brutta copia di quello ammirato a Cremona, chiudendo la stagione con un solo gol all’attivo.

Da quel momento iniziò la sua parabola discendente, giocò nel Chievo, nel Pescara, e a Rimini, sua città natale, dove chiuse la sua carriera a soli 31 anni.

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La Lega nazionale Professionisti nel 1986 organizzò un torneo estivo a cui presero parte dodici squadre di serie A. Le quattro compagini escluse erano le semifinaliste in Coppa Italia ( Fiorentina, Roma, Como e Sampdoria).

Il torneo fu giocato dal 4 maggio al 19 giugno, e ovviamente non parteciparono gli azzurri convocati da Bearzot al mondiale di Mexico ‘86.

Le squadre furono suddivise in tre gironi da quattro. Passavano il turno le prime due classificate, che poi sarebbero state suddivise in altri due gironi da tre squadre.

Ecco la suddivisione: nel girone 1 erano presenti Juventus, Verona, Pisa e Atalanta. Passarono il turno Pisa e Juventus, con i toscani che chiusero a reti inviolate.

Il girone 2 era composto da Inter, Bari, Avellino e Napoli. Un po’ a sorpresa le due compagini qualificate furono Avellino e Bari. Molto deludente il Napoli, che subì quattro reti dai biancorossi e cinque dagli iripini.

Nel girone 3 erano presenti Milan, Torino, Udinese e Lecce. Passarono alla fase successiva Torino e Udinese con i granata davvero scatenati, visto che in tre partite realizzarono ben undici reti.

Ecco la suddivisione dei gironi nella seconda fase:

Girone 1: Torino, Bari e Pisa

Girone 2: Juventus, Avellino e Udinese

I due gironi furono vinti a sorpresa da Bari e Avellino. Da segnalare le ottime prestazioni degli inglesi Cowans e Rideout per i pugliesi, e di Bertoni e Alessio per la squadra irpina.

La finale Avellino-Bari fu giocata a Benevento il 19 giugno 1986.

Ecco le formazioni:

Avellino: Di Leo, Garuti, Ferroni, Murelli, Amodio, Zandonà, Agostinelli, Pecoraro (88 Grasso), Di Lascio (75 Romano), Benedetti, Alessio (85 Greco) All. Robotti

Bari: Imparato, Cavasin, Cuccovillo, Sclosa, Loseto, Sola, Cupini, Giusto (56 Bergossi), Roselli, Cowans, Rideout All.Bolchi

L’Avellino vinse la finale con il risultato di 3-2 grazie alle reti Alessio, doppietta per lui, e di Benedetti. Per i biancorossi andarono a segno Rideout e Sclosa.

Il capocannoniere della manifestazione fu Alessandro Bertoni con 7 reti, dietro di lui Alessio, Mariani e Rideout con 6 gol a testa

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Gli azzurrini nel 1990 stavano disputando un ottimo campionato europeo Under 21. Ai quarti di finale erano riusciti a superare la fortissima Spagna: nella gara d’andata, giocata ad Ancona, i ragazzi di Cesare Maldini vinsero con il risultato di 3-1, grazie alla doppietta di Stroppa e ad un gol di Casiraghi. Per gli iberici il gol della bandiera fu siglato da Hierro. Nella partita di ritorno la Spagna vinse 1-0, punteggio che permise a Marco Simone e compagni di  qualificarsi per il turno successivo.

Purtroppo il sogno degli azzurrini si interruppe in semifinale, quando furono eliminati da una fortissima Jugoslavia. Il livello di quella squadra era davvero impressionante: tra le sue fila c’era gente del calibro di Savicevic, Boban, Prosinečki, Jarni, Suker, Mihajlović, Boksic, Mijatović e tanti altri calciatori di altissimo livello tecnico. Nonostante il valore degli avversari, gli azzurrini riuscirono a pareggiare in Jugoslavia (0-0) e a fermare gli avversari sul 2-2 (per gli azzurri gol di Marco Simone e autogol di Dukic) nella gara di ritorno giocata in Italia. Purtroppo ciò non bastò a qualificarsi per la finale, a causa dei due gol siglati in trasferta da Suker e Boban.

Ecco le formazioni della partita di ritorno Italia-Jugoslavia giocata a Parma il 9 maggio 1990:

Italia: Peruzzi, Costacurta, Garzya, Benedetti, Fuser, Carbone, Salvatori, Stroppa, Piacentini, Casiraghi, Simone

Jugoslavia: Leković, Mihajlović, Panadić, Đukić, Brnović, Jarni, Boban, Savicevic, Novak, Prosinečki, Suker

Quell’europeo fu vinto dall’Unione Sovietica, un’altra squadra davvero di altissimo livello che aveva in rosa alcuni calciatori che in futuro avrebbero giocato nella nostra Serie A: Shalimov, Dobrovolski, Kanchelskis e Kolyvanov.

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Il Piacenza dal 1995 al 2000 disputò ben cinque stagioni consecutive in Serie A.

Dopa la retrocessione in B, la compagine emiliana stravinse il campionato cadetto 1994/95 con cinque giornate d’anticipo.

Quel Piacenza si avvaleva di un tridente offensivo di altissimo livello composto da Totò De Vitis, Filippo Inzaghi e Gianpiero Piovani, che realizzarono in tutto 42 reti, numeri da capogiro per l’epoca.

La squadra allenata da Gigi Cagni era di nuovo in A, e da quel momento iniziò la favola della società biancorossa, che restò nella massima serie per cinque stagioni consecutive diventando un modello da imitare.

In quegli anni il Piacenza diventò molto popolare, anche perché in Serie A era l’unica squadra ad avere una rosa composta esclusivamente da calciatori di nazionalità italiana. Una politica societaria che durò per diverse stagioni, fino al 2001-02, e che portò i suoi frutti.

Uno dei protagonisti di quel Piacenza era Gianpiero Piovani, che nel nostro libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (Edizioni Ultra sport) ha voluto ricordare la scelta di avvalersi solo di giocatori italiani:

«Ho giocato nel Piacenza per undici anni e non ho mai avuto un compagno di squadra straniero. La società aveva una filosofia ben precisa e preferì puntare sulla crescita del settore giovanile, dal quale in quegli anni vennero fuori giocatori importanti, che furono poi determinanti in prima squadra. Una linea che noi calciatori sposammo in pieno. Anche per gli allenatori era più comodo avere in squadra giocatori della stessa nazionalità, in quanto alcuni concetti tattici erano difficili da spiegare ad un ragazzo che parlava un’altra lingua e che aveva anche dal punto di vista calcistico una cultura diversa dalla nostra. Posso dire a distanza di tanti anni che anche questo fu uno dei segreti di quel Piacenza».

L’epoca targata Gigi Cagni terminò nel 1996. Successivamente, la società emiliana cambiò quattro allenatori in altrettante stagioni (Mutti, Guerini, Materazzi, Simoni).

Il Piacenza retrocesse in B nel 2000, ma ritornò in massima serie dopo soltanto un anno di purgatorio con Walter Novellino in panchina.

1996–97 Piacenza Football Club
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Il Cesena nella stagione 1987/88, era una squadra neopromossa in Serie A allenata dal giovane Alberto Bigon, che aveva preso il posto dell’esperto Bruno Bolchi.

La società romagnola puntava alla salvezza, e aveva effettuato diversi acquisti. Arrivarono due calciatori esperti come il mitico Agostino Di Bartolomei e Davor Jozic, all’epoca già titolare nella nazionale della Jugoslavia. Furono acquistati anche calciatori interessanti come l’attaccante Giuseppe Lorenzo, il terzino Armenise ed il giovane Alessandro Bianchi, un ritorno per lui.

Dopo un avvio di campionato particolarmente stentato, la compagine allenata da Bigon riuscì a trovare la propria identità, e dall’ottava all’undicesima giornata ottenne ben quattro vittorie consecutive, che diedero la svolta alla stagione dei romagnoli.

Tra i punti di forza di quella squadra c’erano bomber Rizzitelli (autore di 9 reti), che nel febbraio 1988 conquistò addirittura la sua prima convocazione in nazionale, il portiere Sebastiano Rossi, l’esterno di centrocampo Alessandro Bianchi, e gli esperti Cavasin, Cuttone, Di Bartolomei e Jozic.

Una rosa costruita con intelligenza, in cui si creò il giusto mix tra giovani di qualità in rampa di lancio e calciatori d’esperienza.

Nel girone di ritorno vi fu un leggero calo di rendimento, ma la squadra del presidente Lugaresi non fu mai coinvolta seriamente nella lotta per non retrocedere.

Alla fine del campionato Sebastiano Rossi e compagni chiusero al nono posto in classifica, un grande risultato per una provinciale neopromossa in Serie A.

Dopo quell’ottima stagione, le due giovani stelle Ruggiero Rizzitelli e Alessandro Bianchi furono ceduti rispettivamente alla Roma e all’Inter.

Per Rizzitelli arrivò anche la convocazione agli europei del 1988, dove però mister Azeglio Vicini non lo fece mai scendere in campo.

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Mychajlyčenko arrivò alla Sampdoria nella stagione 1990-91 con un curriculum importante. Il centrocampista sovietico, con la Dinamo Kiev, vinse tre campionati e diverse coppe nazionali. Anche con la propria nazionale riuscì a ritagliarsi grandi soddisfazioni, riuscendo a vincere le Olimpiadi di Seul nel 1988 e raggiungendo il secondo posto ad Euro’88, competizione nella quale la compagine di Lobanovski aveva sorpreso tutti con un gioco moderno e spumeggiante.

In realtà nonostante le buone qualità tecniche e fisiche, Mychajlyčenko non riuscì mai ad adattarsi al nostro campionato. Un destino comune alla maggior parte dei suoi connazionali, che in quel periodo approdarono in Europa. Troppo diverso lo stile di vita tra l’occidente e l’Unione Sovietica, dove il calcio veniva ancora vissuto come uno sport, lontano anni luce dal mondo patinato della Serie A e degli altri grandi campionati europei.

Boskov dopo qualche mese relegò Mychajlyčenko in panchina, facendogli disputare in tutto 20 partite. Un vero peccato, se pensiamo che quella, tra l’altro, fu una grande stagione per la Sampdoria, che riuscì a conquistare il suo primo e unico scudetto. Il pupillo di Lobanovski nella stagione successiva fu ceduto agli scozzesi dei Glasgow Rangers, squadra in cui terminerà la sua carriera nel 1996.

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