Il Torino nella stagione 1987/88 disputò un buon campionato. La squadra allenata da Gigi Radice chiuse al sesto posto, a pari punti con la Juventus, mettendo in mostra giovani molto interessanti come Cravero, Benedetti, Lorieri, Bresciani e l’austriaco Polster. Tra l’altro i granata in quell’annata giocarono anche la finale di Coppa Italia, dove ai tempi supplementari si arresero alla Sampdoria di Vialli e Mancini.
Visto che la Samp, quarta in classifica, vinse la Coppa Italia e avrebbe partecipato alla Coppa delle Coppe, si liberò un posto per la Coppa Uefa. Come scritto in precedenza, seste in classifica c’erano appaiate Torino e Juventus. Quindi per stabilire la quarta squadra italiana che si sarebbe qualificata per la Uefa, era necessario lo spareggio.
La stagione dei bianconeri era stata tutt’altro che positiva, la squadra allenata da Marchesi fu subito eliminata in Coppa Uefa e in campionato fece sempre fatica. Platini non fu sostituito adeguatamente, e l’acquisto dell’attaccante gallese Ian Rush si rivelò sbagliato. L’unico modo per salvare quella stagione era proprio battere il Torino, in un derby ovviamente molto sentito da entrambe le tifoserie.
Lo spareggio Uefa si giocò allo stadio comunale di Torino il 23 maggio 1988 alle ore 20.30.
La partita, come da pronostico, era piuttosto nervosa e le due squadre stentavano a rendersi pericolose. Nella ripresa sia la Juve che il Torino ebbero diverse occasioni per passare in vantaggio ma i due portieri, Tacconi e Lorieri, erano entrambi in giornata di grazia, e così i novanta minuti si conclusero a reti bianche
Ormai le squadre erano stanche, e nei tempi supplementari accadde poco. Sarebbero stati i calci di rigore a decretare la compagine torinese vittoriosa.
Nei tiri dal dischetto per i granata furono determinanti in negativo gli errori di Comi e Benedetti. Per la Juventus sbagliò solamente il difensore Sergio Brio. Il rigore decisivo per la vittoria bianconera fu siglato da Rush, che in quel modo salvò parzialmente una stagione negativa, sia a livello personale che per la Juve.
Per i granata fu la stagione dei rimpianti; infatti dopo aver perso la Coppa Italia, e la qualificazione in Coppa delle Coppe, dovette dire addio anche alla Coppa Uefa.

 

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Il Bari nella stagione 1989/90 ritornò in A dopo tre campionati di purgatorio nella serie cadetta.
I biancorossi partivano già da un’ottima base di partenza, grazie alla quale avevano vinto il campionato di B. In quella squadra giocavano calciatori che erano un vero lusso per la cadetteria, parliamo di gente del calibro di Maiellaro, Di Gennaro, G. Loseto, Perrone , Mannini, A. Carbone ecc.
Quindi per disputare una buona serie A e puntare ad una salvezza tranquilla, la compagine dei galletti andava solo puntellata.
La casella dei tre calciatori stranieri era completamente scoperta, visto che la società del presidente Matarrese era riuscita ad arrivare in massima serie esclusivamente con giocatori italiani. Gli ultimi stranieri dei biancorossi erano stati gli inglesi Cowans e Rideout, entrambi ceduti nel 1988.
Il direttore sportivo Franco Janich cercò di assicurare a mister Gaetano Salvemini tre rinforzi dall’estero per ogni reparto.
Per la difesa fu prelevato dall’ Argentinos Juniors il nazionale argentino Nestor Lorenzo, per rinforzare il centrocampo arrivò il brasiliano Gerson, acquistato dal Palmeiras, e per il reparto avanzato il Bari puntò su Joao Paulo, talentuoso attaccante del Guaranì, che era già nel giro della nazionale brasiliana e aveva anche partecipato alle Olimpiadi di Seul ‘88, manifestazione in cui il suo Brasile conquistò la medaglia d’argento dopo aver perso la finale contro l’Unione Sovietica.
Apparve chiaro sin da subito come Joao Paulo fosse un calciatore di un altissimo livello tecnico, che non ebbe particolari problemi ad adattarsi al calcio italiano. Tra l’altro il Bari con il talento brasiliano e Maiellaro aveva creato una coppia di funamboli con cui poter aspirare anche a qualcosa in più di una semplice salvezza. Non dimentichiamo che quella squadra aveva anche due ottimi attaccanti come l’esperto Monelli ed il giovane Scarafoni. Niente male per una neopromossa!
Anche Gerson riuscì a ritagliarsi uno spazio importante nello scacchiere tattico di Salvemini, e fu immediatamente amato dal pubblico barese per la sua grande generosità. Tra le caratteristiche migliori dell’ex Palmeiras c’erano sicuramente una grande corsa unita ad una buona abilità nel palleggio.
Dei tre sudamericani quello che ebbe maggiori difficoltà fu sicuramente Lorenzo. Il difensore argentino era molto abile nel gioco aereo, ma molto spesso effettuava giocate che facevano tremare i tifosi biancorossi, visto che non aveva certo dei piedi vellutati. Sembrava essere inadatto al calcio italiano dove comunque un difensore doveva restare estremamente concentrato per tutti i novanta minuti. Per il suo modo di giocare era più adatto ad un calcio fisico, come era ad esempio il calcio inglese di quegli anni; infatti dopo una sola stagione si trasferì in Inghilterra allo Swindon Town. Il difensore riscattò parzialmente la sua stagione negativa giocando la finale di Italia ‘90 con la maglia dell’Argentina, dove disputò una buona gara.
In generale possiamo affermare che il trio sudamericano aumentò il tasso qualitativo del Bari, soprattutto l’acquisto di Joao Paulo risultò essere determinante. La squadra di Salvemini in quella stagione conquistò il nono posto, a soli tre punti dalla qualificazione in Uefa. Ancora oggi questo è il miglior risultato del Bari nell’epoca del calcio moderno.
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Il Venezia nella stagione 1998/99 ritornò in A dopo oltre 30 anni. Un grande risultato ottenuto dalla squadra del vulcanico presidente Maurizio Zamparini.
La società era stata protagonista di un ottimo calciomercato, con cui aveva rinforzato notevolmente la rosa. Arrivarono calciatori importanti come Filippo Maniero, Sergio Volpi, Fabian Valtolina, Massimo Taibi, Fabio Bilica, Daniele Carnasciali e altri elementi con cui la compagine veneta avrebbe potuto ambire, almeno sulla carta, ad una tranquilla salvezza.
In realtà l’avvio di stagione per il Venezia fu tutt’altro che semplice, i lagunari nella prima parte del campionato non riuscirono a prendere confidenza con la serie A, e ben presto si ritrovarono in piena zona retrocessione. La svolta arrivò nel mercato invernale quando la società di Zamparini riuscì a portare in laguna Alvaro Recoba, talentuoso attaccante dell’Inter. Grazie all’arrivo del calciatore uruguaiano e ad un ritrovato spirito di squadra, gli uomini di Novellino furono protagonisti di una grande rimonta che portò il Venezia non solo a salvarsi, ma anche a chiudere la stagione a metà classifica. Un grande risultato.
A beneficiare maggiormente dell’arrivo di Recoba fu sicuramente bomber Pippo Maniero, che per caratteristiche si integrava benissimo con l’attaccante sudamericano. Indimenticabile il suo gol di tacco contro l’Empoli proprio su assist dell’ex Inter. Un gol bellissimo, che andrebbe visto e rivisto. Maniero in quella stagione siglò 12 reti, stabilendo il suo record personale di gol in serie A. Risultato che avrebbe poi superato nel 2001/02, quando sempre con la maglia del Venezia realizzò 18 gol.
Tra le partite più belle giocate da Recoba e compagni ci fu sicuramente la grande vittoria con il risultato di 4-1 contro la Fiorentina allenata da Giovanni Trapattoni. In quella gara Recoba mise in mostra tutto il suo talento realizzando una tripletta che stese i viola.
Ecco la formazione iniziale del Venezia in quella partita giocata il 14 marzo 1999:
Taibi, Carnasciali, Luppi, Pavan, Dal Canto, Valtolina, Volpi, Miceli, Pedone, Recoba, Maniero.
Il Venezia nel campionato successivo, dopo aver vissuto una stagione molto complicata caratterizzata da ben quattro cambi in panchina, retrocesse in Serie B. I lagunari vissero solo un anno di purgatorio, visto che con Cesare Prandelli in panchina ritornarono immediatamente in A.
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Dopo il successo del primo volume torniamo in libreria con il nuovo lavoro: “Storie di un altro calcio: 11 Protagonisti degli anni Ottanta e Novanta”.

Attraverso le storie di undici calciatori degli anni Ottanta e Novanta ripercorreremo il calcio di quel periodo meraviglioso con ANEDDOTI ESCLUSIVI, curiosità e storie che ancora oggi provocano in noi grande nostalgia. Abbiamo cercato di far rivivere il calcio di quell’epoca dorata non solo sotto l’aspetto tecnico, ma anche dal punto di vista dei rapporti umani, molto distanti da quelli che regolano oggi il mondo del pallone.

I calciatori intervistati sono i seguenti: Marco Negri, Massimo Agostini, Marco Nappi, Nicola Di Leo, Stefano Carobbi, Pietro Mariani, Luigi Garzya, Antonio Di Gennaro, Domenico Progna, Alberto Urban, Fabian Valtolina.

Il libro è acquistabile in tutte le librerie e su tutte le piattaforme web.

AMAZON: https://www.amazon.it/dp/8892780050/

IBS: https://www.ibs.it/storie-di-altro-calcio-11-libro-giovanni-fusco/e/9788892780057

LA FELTRINELLI: https://www.lafeltrinelli.it/libri/fusco-giovanni/storie-un-altro-calcio-vol/9788892780057

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Il 24 febbraio 1993 si disputò ad Oporto la partita Portogallo-Italia, match di qualificazione ai mondiali di Usa ‘94.
Gli azzurri venivano da tre prestazioni poco brillanti, in cui avevano ottenuto due pareggi contro Svizzera e Scozia, e una vittoria striminzita contro Malta. Un altro passo falso contro il Portogallo avrebbe voluto dire mettere in serio pericolo la qualificazione ai mondiali.
Sacchi era già stato messo in discussione dalla critica, le sue scelte non convincevano e la squadra sembrava ancora essere priva di un’identità ben precisa.
L’avversario era particolarmente ostico, parliamo di un Portogallo che poteva annoverare tra le sue fila elementi del calibro di Futre, Figo, Fernando Couto, Vitor Baia, Rui Barros e tanti altri calciatori di livello internazionale.
Sacchi per l’occasione sostituì l’indisponibile Baresi con una garanzia come Vierchowod, e affidò il reparto offensivo a Roberto Baggio, Signori (schierato a sinistra) e Casiraghi. Gli azzurri dovevano vincere, anche un pareggio avrebbe potuto compromettere il cammino verso il mondiale statunitense.
L’avvio della squadra azzurra fu esaltante: al secondo minuto un bel lancio di Maldini pescò in area R.Baggio, che con un stop incredibile fermò il pallone con il destro e con un preciso sinistro superò Vitor Baia. Un grandissimo gol!
Ma il grande avvio della nostra nazionale non si fermò al gol del “divin codino”, al 25’ un assist perfetto di Albertini trovò in profondità il taglio di Casiraghi, cha da bomber navigato anticipò la difesa lusitana e depositò in rete. Portogallo-Italia 0-2! Sicuramente la nazionale più bella della gestione Sacchi nel corso di quelle qualificazioni.
Purtroppo dopo pochi minuti dal suo gol, Casiraghi fu costretto a lasciare il campo. Al suo posto entrò il talentuoso Gigi Lentini, a quel punto Signori lasciò la fascia sinistra al milanista e tornò nel suo ruolo, facendo coppia in attacco con Baggio. Il primo tempo terminò con gli azzurri padroni del campo.
Il Portogallo iniziò la ripresa con un piglio diverso affacciandosi diverse volte dalle parti di Pagliuca. Al 57’ ecco il pareggio dei lusitani: Futre da calcio d’angolo innescò Fernando Couto, che con un colpo di testa superò Pagliuca. In realtà il gol era da annullare, vista la netta carica sul portiere azzurro, ma l’arbitro fu di un altro parere. A quel punto lo stadio di Oporto diventò un’autentica bolgia, e per Maldini e compagni la partita iniziò a complicarsi.
Ad ammutolire nuovamente il pubblico portoghese ci pensò Dino Baggio, che al 74’ con una delle sue bombe siglò il terzo gol per gli azzurri. Il giovane centrocampista con un tiro potentissimo diretto verso l’incrocio dei pali superò l’incolpevole Vitor Baia. Una partita praticamente chiusa.
L’Italia, dopo due pareggi e una brutta prova contro Malta, riuscì finalmente a convincere e a rilanciarsi in ottica qualificazione. Finalmente il 4-4-2 di Sacchi iniziava a dare i suoi frutti, anche se la strada che portava negli Stati Uniti era ancora lunga.

 

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Il Vicenza nella stagione 1994/95 fu allenato da mister Guidolin, e da quel momento per la compagine veneta iniziò un grande ciclo, ricco di vittorie e soddisfazioni.
Dopo aver vinto il campionato di B, i biancorossi affrontarono la serie A (stagione 1995/96) con l’obiettivo della salvezza, ma in realtà Otero e compagni chiusero con un sorprendente nono posto, esattamente a metà classifica. Un risultato impensabile alla vigilia del campionato.
Il Vicenza era una squadra giovane formata da calciatori quasi tutti esordienti in massima serie, ma che sin da subito dimostrò di potersi ritagliare uno spazio importante.
I biancorossi riuscirono ad ottenere la loro prima vittoria alla seconda giornata contro la Fiorentina con il risultato di 1-0. Ecco la formazione con cui gli uomini di Guidolin ebbero la meglio sulla compagine viola di Batistuta e Rui Costa:
Mondini, Sartor, Bjorklund, Lopez, Pistone, Rossi, Di Carlo, Maini, Lombardini, Otero, Murgita.
Questi nomi, fino a qualche tempo prima sconosciuti, iniziarono a rimanere scolpiti nella mente anche dei tifosi avversari e la squadra vicentina incominciò ad essere amata e apprezzata da tutti gli esteti del calcio.
Era diventato davvero un piacere vedere quegli undici calciatori in maglia biancorossa mettere in difficoltà squadroni costruiti a suon di miliardi.
Un altro ricordo indelebile di quel periodo erano le immagini filmate provenienti dallo stadio Romeo Menti di Vicenza con quel fastidiosissimo palo di sostegno della copertura della tribuna, che impediva una visione nitida della partita. Era davvero un’altra epoca…
Il Vicenza nella stagione 1996-97 cercò di rinforzare la squadra con gli innesti di elementi interessanti come l’esperto attaccante Cornacchini, il giovane talento laziale Iannuzzi, il difensore Beghetto ed il giovanissimo camerunese Wome. Il campionato dei vicentini fu subito molto positivo, e nel mese di novembre la compagine veneta era addirittura al primo posto.
Il segreto di quella squadra era rappresentato prima di tutto da un gruppo solido e molto unito. L’uomo fondamentale per quel Vicenza dei miracoli fu sicuramente Guidolin. Ancora oggi l’impressione è che questo allenatore abbia avuto una carriera inferiore rispetto alle sue grandissime qualità; infatti nonostante dopo l’esperienza vicentina sia riuscito a conseguire ottimi risultati, resta il dubbio di quello che avrebbe potuto fare alla guida di una grande squadra. Molto probabilmente anche il fatto di non essere un personaggio particolarmente mediatico, in un calcio che verso la metà degli anni novanta iniziava a trasformarsi, sicuramente non lo ha favorito.
Ecco il parere di Mondini, portiere di quel Vicenza, su Francesco Guidolin. Intervista raccolta nel mio libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (Ultra editrice): «Per la mia carriera mister Guidolin fu determinante. E’ stato lui a volermi a Vicenza e a farmi esordire in A. Mi ha dato degli spunti importanti e mi ha fatto diventare un portiere moderno. E’ un allenatore che adatta le sue idee alle caratteristiche dei calciatori che ha a disposizione. La sua abilità dal punto di vista tattico era quella di riuscire sempre a trovare i punti deboli delle squadra avversarie. Ogni domenica ci dava opzioni diverse per affrontare al meglio qualsiasi tipo di situazione durante la partita. Era proprio grazie alle sue magistrali letture tattiche se quel Vicenza riusciva a mettere alle corde anche squadre nettamente superiori tecnicamente».
La stagione 1996-97 per i vicentini si chiuse in maniera trionfale con la sorprendente vittoria della Coppa Italia battendo in finale il Napoli.
La finale prevedeva la doppia partita di andata e ritorno. Nel primo match giocato a Napoli l’8 maggio 1997, i partenopei la spuntarono con il risultato di 1-0 (rete di Pecchia). La partita di ritorno si disputò a Vicenza il 29 maggio 1997. Il Vicenza passò in vantaggio nel primo tempo con una rete di Maini. Nella ripresa il risultato non si sbloccò e furono necessari i tempi supplementari. A questo punto arrivò il capolavoro degli uomini di Guidolin, che con caparbietà e determinazione riuscirono prima a raddoppiare con Maurizio Rossi, entrato nel secondo tempo, e dopo a triplicare grazie alla rete del giovane talento Alessandro Iannuzzi. Il Vicenza con questa vittoria ottenne un risultato storico.
Nella stagione successiva la squadra veneta disputò una grandissima Coppa delle Coppe, e trascinata dai gol di Pasquale Luiso arrivò fino alle semifinali, dove la la squadra di Guidolin fu eliminata dal Chelsea allenato da Gianluca Vialli. Quella fu l’ultima stagione del tecnico veneto sulla panchina vicentina, una grande avventura durata quattro anni, che portò il Vicenza ad ottenere risultati incredibili.

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Faccio parte di quella generazione che ha vissuto da bambino il calcio degli anni ‘80 e da adolescente quello degli anni ‘90. Qual è il motivo che spinge i miei coetanei a rimpiangere il calcio di quegli anni? Credo di averlo spiegato, o almeno ci ho provato, nell’introduzione del mio primo libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (edizioni Ultra).
Il calcio negli ultimi vent’anni è cambiato tanto, a mio avviso in peggio, perdendo completamente il suo lato romantico e popolare. Oggi questo sport è legato quasi esclusivamente a dinamiche di mercato e a tutti quegli aspetti economici che sono in netta antitesi con i valori che uno sport come questo dovrebbe esprimere.
Cosa mi manca di quel calcio? Mi manca l’alto livello tecnico dei calciatori, gli stadi pieni, la schedina del Totocalcio, le partite tutte nella stessa giornata e alla stessa ora, ascoltare le radiocronache e guardare 90° minuto condotto da Paolo Valenti. Potrei continuare, ma mi fermo qui.
Ovviamente era anche un’altra Italia, regnava un’atmosfera completamente diversa. Finita l’epoca buia del terrorismo, una buona ripresa economica aprì le porte a un decennio di ottimismo e spensieratezza.
Questa atmosfera positiva si riversò anche nel calcio, e fu proprio in quegli anni che nella nostra serie A sbarcarono i più grandi fuoriclasse del mondo: Zico, Maradona, Rummenigge, Platini, Falcao, Socrates, Briegel, Boniek… la lista sarebbe lunghissima, ma credo che già bastino questi nomi per dare l’idea del livello stratosferico del campionato italiano di allora.
A noi bambini e adolescenti il calcio trasmetteva sensazioni oggi inimmaginabili, forse anche perché all’epoca c’era più semplicità. Parliamo di una generazione cresciuta senza telefonini, senza internet e senza le Pay Tv.
Noi le partite le ascoltavamo alla radio, nella mitica trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, affezionandoci alle voci di grandi giornalisti come Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Riccardo Cucchi, Livio Forma, Carlo Nesti: nomi che hanno accompagnato gli anni più belli della nostra vita.
Dopo aver ascoltato le radiocronache eravamo pronti a sintonizzarci su Rai Uno per vedere le immagini delle partite trasmesse da 90° minuto, condotto magistralmente da Paolo Valenti. Un vero e proprio rito che si ripeteva tutte le domeniche e che coinvolgeva la maggior parte delle famiglie italiane.
Anche molti dei nostri giochi erano legati al calcio: pensiamo a tutto quello che si creava intorno al mondo delle figurine, quando passavamo interi pomeriggi ad attaccare le immagini dei nostri idoli sugli album o quando sui banchi di scuola, durante la ricreazione, per arricchire la collezione giocavamo allo “schiaffetto”. E come dimenticare i tiratissimi tornei di Subbuteo a casa di amici e cugini?
Un doveroso ricordo va anche alla schedina del Totocalcio. Quanti episodi della nostra vita sono legati a quel semplice foglietto di carta? In un’epoca in cui nel nostro Paese le scommesse sportive non erano ancora legalizzate, realizzare un tredici era il sogno di ogni italiano.
Purtroppo tutto questo ci porta indietro a un mondo che non esiste più, spazzato via da un capitalismo sfrenato che ovviamente ha coinvolto anche il pianeta calcio a livello mondiale.
Per quanto mi riguarda la prima fase di decadenza del calcio cosiddetto romantico è rappresentata dai Mondiali di Italia ’90. Quando penso a quel torneo provo sensazioni contrastanti: da un lato ho ricordi bellissimi legati all’atmosfera carica di passione e ottimismo che si respirava nelle città italiane, dall’altro ancora oggi provo una tristezza infinita ripensando a quella maledetta semifinale Italia-Argentina, che ci vide uscire mestamente da una competizione in cui avevamo davvero tutto per vincere. Le mie prime e uniche lacrime versate per il calcio sono legate proprio a quella partita.
Non dimenticherò mai quel gol di Caniggia e l’ultimo rigore fallito da Serena, in una partita stregata in cui un’Italia fortissima, che fino a quel momento aveva sempre vinto senza subire gol, venne eliminata da un’Argentina che in realtà era lontana parente di quella che quattro anni prima aveva trionfato in Messico. Evidentemente doveva andare così, ma fu un epilogo amarissimo.
Italia ’90 rappresentò anche una grande occasione mancata per tutto il nostro movimento calcistico. In quel periodo era necessario ridare slancio al calcio del Bel Pese con strutture moderne che strizzassero l’occhio al futuro. Si era creata la ghiotta opportunità di costruire finalmente degli stadi moderni che potessero anche essere utilizzati per manifestazioni extra sportive, ma purtroppo vennero solo messe in piedi delle vere e proprie cattedrali nel deserto, strutture che di moderno non avevano praticamente nulla. Inoltre ci furono sprechi di denaro enormi, opere incompiute e ben 24 morti sul lavoro.
L’impressione era che già a partire dagli anni Novanta, soprattutto verso la metà del decennio, il calcio con cui eravamo cresciuti si stesse ormai avviando verso un percorso completamente diverso. Si cominciò a prendere una serie di decisioni che inflissero i primi colpi mortali a quella che era la nostra passione. Pensiamo all’avvento delle pay tv con i loro anticipi e posticipi, alla sentenza Bosman, al grande potere che iniziarono ad acquisire i procuratori e a uno sport che diventava col tempo sempre più schiavo del dio denaro.
Ritengo che la seconda e definitiva caduta del calcio italiano ci sia stata avuta verso la fine degli anni Novanta, quando ormai il livello tecnico delle squadre in tutte le categorie iniziava ad abbassarsi, gli investimenti nei vivai diminuivano e gli stadi incominciavano a svuotarsi.
Nonostante la vittoria degli azzurri nei mondiali del 2006 – un’altra occasione non sfruttata dalle nostre istituzioni calcistiche –, il campionato italiano era ormai avviato verso l’inesorabile declino che col tempo ci ha portato allo sfacelo che è sotto gli occhi di tutti e sul quale è ormai inutile soffermarsi più di tanto.

 

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Il neopromosso Verona si apprestava ad affrontare la Serie A con fiducia, ma allo stesso tempo consapevole che l’unico obiettivo al quale poteva aspirare era quello del raggiungimento della salvezza.
Gli anni del grande Verona di Bagnoli erano ormai lontani, e gli scaligeri dopo l’ottima stagione in B cercavano conferme in massima serie.
Sulla panchina gialloblu fu riconfermato Eugenio Fascetti, specialista nelle promozioni, che questa volta era chiamato a fare la differenza anche in A.
La campagna acquisti della società veronese ebbe come fiore all’occhiello l’acquisto di un grande talento come Dragan Stojkovic.
Stojkovic era un centrocampista offensivo dotato di grande tecnica, che dopo aver incantato con la Stella Rossa e ai mondiali di Italia ‘90, memorabile la sua doppietta contro la Spagna, si era trasferito in Francia al Marsiglia. Nel campionato francese il calciatore jugoslavo giocò pochissime partite a causa di un grave infortunio al ginocchio. Il Verona, nonostante alcuni dubbi legati alla sue condizioni fisiche, decise di acquistare Stojkovic sborsando circa 9 miliardi di lire.
Un altro rinforzo importante fu quello dell’attaccante rumeno Florin Raducioiu, calciatore dall’indubbio talento, ma che alla prima esperienza in Italia nelle file del Bari aveva dimostrato di essere forse ancora acerbo per il nostro campionato. Gli scaligeri puntarono anche sull’usato sicuro, assicurandosi gli ingaggi di calciatori esperti come Renica, Luca Pellegrini e Celeste Pin.
La squadra sembrava essere all’altezza della situazione, ma dopo le prime giornate emersero notevoli difficoltà. Il Verona perse le prime tre partite, ma riuscì a riscattarsi con due vittorie casalinghe consecutive contro Bari e Cremonese. Purtroppo i due calciatori che avrebbero dovuto fare la differenza, Stojkovic e Raduciou, delusero le aspettative. L’attaccante rumeno era molto bravo dal punto di vista tecnico, ma sbagliava gol clamorosi, e col passare delle giornate quegli errori iniziarono a pesare come macigni.
Stojkovic anche a Verona, come era già successo in Francia, era spesso infortunato e tra l’altro i continui impegni con la sua nazionale non permisero un tranquillo recupero. Forse la migliore partita di Dragan in Serie A fu quella giocata contro l’Inter il 9 febbraio 1992. In quella occasione il calciatore jugoslavo mise in mostra tutto il suo talento con giocate di altissimo livello, che permisero al Verona di ottenere un importantissimo successo per la lotta salvezza. Il campione della Stella Rossa e di Italia ‘90 sembrava essere tornato, ma purtroppo non fu così. Il centrocampista ex Marsiglia continuava ad avere problemi fisici e quando giocava faceva fatica ad incidere. Intanto la stagione per i veneti si complicò: la classifica iniziava a farsi sempre più complicata e Fascetti fu esonerato. Alla venticinquesima giornata al posto del tecnico viareggino arrivò la coppia Liedholm-Corso, una scelta forse sbagliata. Il cambio in panchina si rivelò inutile, e i gialloblu finirono mestamente in B chiudendo il campionato al terzultimo posto, precedendo Cremonese e Ascoli.
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I Giochi del Mediterraneo, soprattutto nel calcio, non hanno mai ottenuto grande considerazione da parte dei tifosi e degli addetti ai lavori, eppure anche in questo torneo la nostra nazionale ha ottenuto grandi risultati. Nella storia di questa competizione, gli azzurri detengono il record di vittorie (4 medaglie d’oro e tre d’argento).
Una delle migliori squadre italiane fu quella del 1997, anno a cui risale l’ultima vittoria dei Giochi del Mediterraneo da parte degli azzurri.
Quell’edizione fu organizzata in Italia, a Bari, e le partite si giocarono ad Andria, Bari, Barletta, Bisceglie, Brindisi, Foggia, Lecce e Taranto. In quel torneo parteciparono le squadre Under 23, come già accaduto quattro anni prima.
Gli azzurri allenati da Marcoli Tardelli si presentarono con una rosa importante e di qualità:
Portieri: Buffon, Gianello, Sereni
Difensori: Birindelli, Coco, Dal Canto, Grandoni, Innocenti, Pesaresi, Rustico, Zamboni
Centrocampisti: Baronio, Binotto, De Ascentis, Fiore, Giannichedda, Longo
Attaccanti: Campolonghi, Iannuzzi, Lucarelli, Totti, Ventola
Ai nastri di partenza le squadre favorite per la vittoria finale erano tre: Spagna, Italia e Francia. Il torneo era suddiviso in quattro gironi, e l’Italia faceva parte del Gruppo B con Albania e Jugoslavia.
Nella partita d’esordio contro l’Albania, gli uomini di Tardelli vinsero agevolmente con il risultato di 4-0, grazie alle reti di Ventola, Baronio, Iannuzzi e Fiore. La seconda gara contro la Jugoslavia fu più ostica, e terminò 0-0, con gli azzurri che riuscirono a qualificarsi alle semifinali grazie alla differenza reti. Ricordiamo che a passare il turno era solo la prima classificata.
Le due semifinali erano Italia-Spagna e Turchia-Grecia, quest’ultima aveva sconfitto a sorpresa la Francia con un sonoro 3-0.
Gli azzurri riuscirono a superare lo scoglio spagnolo con il risultato di 2-0, grazie alle reti dell’attaccante del Bari Nicola Ventola e del centrocampista del Napoli Raffaele Longo. Nell’altra partita la Turchia ebbe la meglio della Grecia ai tempi supplementari (1-0).
I greci conquistarono il bronzo battendo la Spagna nella finalina per il terzo posto grazie ad un gol di Liberopoulos.
La finalissima Italia-Turchia fu giocata a Bari il 25 giugno 1997.
Ecco la formazione degli azzurri:
Buffon, Birindelli, Grandoni, Innocenti, Dal Canto, Pesaresi, Giannichedda, Baronio, De Ascentis, Totti, Ventola
La Turchia passò in vantaggio con Cetin, la gara per gli uomini di Tardelli sembrò essere subito in salita ma Totti e Ventola in due minuti, con un gol a testa, portarono il risultato sul 2-1. A questo punto gli azzurri si scatenarono, e chiusero il primo tempo sul 3-1 grazie ad un altro gol di Totti, una doppietta per lui.
La seconda frazione di gioco per Baronio e compagni fu una formalità, e l’Italia con i gol di Ventola e Longo chiuse la pratica Turchia con un netto 5-1.
La formazione italiana vinse la medaglia d’oro dopo 30 anni. Ancora oggi quella del 1997, rimane l’ultima vittoria dell’Italia ai Giochi del Mediterraneo.
I mattatori di quell’edizione furono sicuramente Totti, che con le sue giocate e i suoi assist fece deliziò la platea, e Ventola che con quattro gol realizzati fu il capocannoniere della manifestazione.
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L’Ascoli nella stagione 1987/88 cercava la seconda salvezza consecutiva in Serie A, e aveva cercato di rinforzarsi soprattutto in attacco mettendo a segno un grande colpo come quello del nazionale brasiliano Walter Casagrande, proveniente dal Porto. Oltre al calciatore verdeoro, la società di Costantino Rozzi aveva ingaggiato Hugo Maradona, fratello del fuoriclasse del Napoli. In realtà Hugo arrivò in Italia troppo presto, aveva solo diciotto anni ed era ancora acerbo per un campionato così difficile come la serie A dell’epoca. Oltre ai due calciatori sudamericani, arrivarono i napoletani Carannante e Celestini, e i difensori Benetti, Rodia e Miceli.

A guidare l’Ascoli fu riconfermato Ilario Castagner, che nella stagione precedente aveva condotto la squadra marchigiana alla salvezza.

L’inizio del campionato per i bianconeri fu abbastanza positivo, la compagine del presidente Rozzi poteva contare su un’ottima coppia d’attacco composta da Casagrande e da Lorenzo Scarafoni, giovane talento dell’ Under 21. A fine stagione i due attaccanti realizzarono in tutto quindici reti.

L’Ascoli disputò anche un’ottima Coppa Italia, superando agli ottavi di finale il grande Milan di Sacchi. Nella gara d’andata i bianconeri vinsero a S.Siro con il risultato di 0-1 grazie ad un gol di Destro. Nella partita di ritorno il Milan riequilibrò il match grazie alla rete di Virdis. Furono i calci di rigore a decidere chi avrebbe passato il turno, e nei tiri dal dischetto i ragazzi di Castagner prevalsero grazie alla freddezza di Giovannelli, Greco, Benetti e Destro.

La corsa dei marchigiani in quel torneo terminò ai quarti di finale contro la Sampdoria, squadra che poi vinse la Coppa Italia.

L’Ascoli in campionato lottò per la salvezza fino alle ultimissime giornate, centrando l’obiettivo solo grazie ad un punto di vantaggio dall’Avellino, chiudendo a pari merito (24 punti), con Pisa e Pescara.

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