Eccoci finalmente arrivati al 9 giugno, gli azzurri affrontavano l’Austria nella prima partita del mondiale. Partire con una vittoria sarebbe stato fondamentale in ottica qualificazione e soprattutto avrebbe caricato a mille i tifosi italiani, che sarebbero potuti essere l’arma in più per i ragazzi di Vicini.

C’era molto ottimismo ma anche un pizzico di preoccupazione, in quanto gli azzurri non giocavano una partita “vera” da due anni, visto che erano stati qualificati d’ufficio a quel mondiale rappresentando il paese organizzatore della manifestazione. Fino a quel momento Baresi e compagni avevano disputato soltanto gare amichevoli. Certo, Vicini aveva avuto tutto il tempo per fare esperimenti senza l’ansia del risultato, e questo rappresentava indubbiamente un vantaggio, ma allo stesso tempo non c’era stato un banco di prova importante per capire il reale valore della squadra.

La rosa sembrava essere di altissimo livello, l’unica pecca era la mancanza di una prima punta che potesse fare la differenza anche in un mondiale. Vicini dal 1988 convocò in quel ruolo diversi calciatori e alla fine, anche un po’ a sorpresa, portò a Italia ‘90 Totò Schillaci. Il bomber siciliano era reduce da una grande stagione con la Juventus, ma con la nazionale aveva collezionato una sola presenza e fino ad un anno prima giocava in B.

A Italia ‘90 c’erano ventidue potenziali titolari, e per Vicini c’era davvero l’imbarazzo della scelta. Il fatto che uno come Roberto Mancini non sia mai riuscito a scendere in campo, rende perfettamente l’idea di quanto fosse forte quella nazionale.

Per la gara contro l’Austria ero ottimista visto che gli unici due calciatori che potevano incutere un po’ di timore erano gli attaccanti Polster, vecchia conoscenza del nostro calcio, e Herzog, giovane talento austriaco che in seguito fu protagonista di un’ottima carriera giocando in squadre prestigiose come Bayern Monaco e Werder Brema.

Gli azzurri in quella partita scesero in campo con la seguente formazione:

Zenga, Bergomi, Baresi, Ferri, Maldini, Ancelotti, Donadoni, De Napoli, Vialli, Giannini, Carnevale.

Non c’erano state grosse novità rispetto a quello che era l’undici titolare che si immaginava alla vigilia, anche se sinceramente l’attacco composto da Vialli e Carnevale non mi convinceva. Lasciare in panchina due numeri dieci come Baggio e Mancini mi appariva uno spreco.

Lo stadio Olimpico di Roma era gremito e c’era un boato assordante. Le notti magiche erano iniziate!

Nel primo tempo gli azzurri dimostrarono subito di essere nettamente superiori agli austriaci, costruendo un notevolissimo numero di azioni da gol. Purtroppo Carnevale sbagliò almeno due occasioni clamorose per portare in vantaggio l’Italia. Giannini e Donadoni diedero grande qualità al nostro centrocampo, disputando una partita di altissimo livello.

Il primo tempo si concluse con il risultato di 0-0, ma c’era grandissimo rammarico. I ragazzi di Vicini avevano prodotto davvero tanto e potevano essere in vantaggio almeno di due gol.

Era emerso, così come si era già notato nelle amichevoli di preparazione al mondiale, il problema del gol. La squadra giocava bene e con qualità, ma concretizzava pochissimo.

 

Il secondo tempo iniziò sulla falsa riga del primo, Italia all’arrembaggio e l’Austria a difendersi, a volte ricorrendo anche alle maniere forti.

Dopo dieci minuti dall’inizio della ripresa ricordo che mio padre iniziò a gridare: “Vicini fai entrare Schillaci! Ma perché non lo fai entrare? E’ l’unico opportunista che può risolvere la partita”. Da premettere che con mio padre avevamo seguito insieme quasi tutte le partite di Coppa Uefa vinta dalla Juventus, ed eravamo diventati entrambi grandi estimatori del bomber siciliano.

A mezz’ora dalla fine, Vicini accontentò mio padre e fece entrare Schillaci al posto di Carnevale. Dopo soli tre minuti dall’ingresso in campo dell’ex calciatore del Messina, ecco l’apoteosi: bellissimo passaggio in verticale di Donadoni per Vialli, che dalla destra inventò un assist perfetto per Schillaci che con un bellissimo colpo di testa portò in vantaggio l’Italia. Finalmente! Mio padre, invece di essere contento, era ancora più incazzato con Vicini: “Ma che cacchio li hai portati a fare Schillaci, Baggio e Mancini! Quelli più forti li lasci in panchina!” Io ovviamente ero felicissimo, ero un bambino di dieci anni e non mi fregava nulla della tattica e di chi giocasse in quel momento. Anche se col tempo mi sono reso conto che probabilmente quella grande rosa non fu gestita nel modo giusto.

La partita era finita, l’Italia era partita col piede giusto. In strada si sentivano già suonare i primi clacson, e io andai a dormire con la convinzione che avevamo davvero tutto per vincere quel mondiale.

Ero fortunato a vivere quel momento in un’età giusta, quando siamo pronti per sognare e quando tutto ci sembra essere possibile.

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Era il 13 Settembre 1992, si giocava la seconda giornata del campionato di Serie A.

Allo stadio Adriatico di Pescara si disputava il match Pescara-Milan, una partita spettacolare e ricca di gol, sicuramente tra le più divertenti e spettacolari della stagione. Entrambe le squadre avevano vinto la prima partita: gli abruzzesi superarono a sorpresa la Roma in trasferta, invece i rossoneri ebbero la meglio sul Foggia di Zeman.

Le due compagini si schierarono in campo con le seguenti formazioni:

PESCARA: Savorani, Sivebaek (46′ Alfieri), Nobile, Dicara, Righetti, Mendy, Ferretti, Allegri, Borgonovo, Sliskovic (46′ Palladini), Massara All.: Galeone

MILAN: Antonioli, Tassotti, P. Maldini, Eranio (56′ Massaro), Costacurta, Baresi II, Lentini I (46′ Evani), Rijkaard, Van Basten, Savicevic, Donadoni All.: Capello

Dopo 11 minuti le squadre erano già sul 2-2! Un avvio incredibile.

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Il Pescara grazie ad una doppietta di Allegri, a un gol di Massara e a un autogol di Baresi si portò addirittura sul 4-2. Per il neopromosso Pescara di Galeone un sogno che diventava realtà. Ma Van Basten non fu d’accordo, e in due minuti realizzò una doppietta grazie alla quale i rossoneri pareggiarono i conti. Si andò al riposo sul 4-4. Nella ripresa fu ancora una volta il fuoriclasse olandese, una tripletta per lui, a portare in vantaggio gli uomini di Capello, Il match terminò con il risultato di 4-5.

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I tifosi pescaresi, che avevano cullato il sogno della vittoria, tornarono a casa tristi per la sconfitta ma allo stesso tempo orgogliosi della propria squadra. Per Galeone il grande rammarico di aver segnato quattro gol ad una corazzata come il Milan, impresa difficilissima a quei tempi, e di non aver guadagnato nemmeno un punto.

Curiosità: tra i marcatori, e migliori in campo, di quella gara c’erano  Allegri e Massara, diversi anni dopo il loro destino professionale si legherà proprio a quello del Milan.

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L’Italia allenata da Cesare Maldini arrivava alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 come campione d’Europa in carica. Gli azzurri potevano contare su una rosa di alto livello ed erano considerati tra i favoriti per una medaglia.

La squadra era formata da tre fuori quota: Pagliuca, Crippa e Branca, e da calciatori del calibro di Cannavaro, Nesta, Galante, Del Vecchio, Buffon, Tommasi, Morfeo, Lucarelli e tanti altri giovani talenti. Ci sarebbe dovuto essere anche Panucci, ma il difensore del Milan si infortunò proprio durante la preparazione alle Olimpiadi, al suo posto fu convocato Sartor.

L’Italia fu inserita nel gruppo C con Ghana, Corea del Sud e Messico. Un girone sulla carta abbordabile, ma che purtroppo si rivelò essere molto più complicato del previsto.

Gli azzurri iniziarono la loro avventura olimpica contro il Messico, il match fu giocato il 21 luglio. Sin dalle prime battute fu chiaro come i messicani corressero il doppio rispetto ai nostri. Cannavaro e compagni furono in difficoltà per tutta la partita, e a cinque minuti dalla fine i messicani passarono in vantaggio con un preciso tiro di Palencia. Una sconfitta pesante per i ragazzi di Maldini, che da quel momento in poi non potevano più sbagliare.

Due giorni dopo ad attendere gli azzurri c’era il temibile Ghana. Una partita determinante in chiave qualificazione, visto che la compagine africana aveva perso la gara d’esordio contro la Corea del Sud.

Gli azzurri partirono bene trascinati dall’esperienza di Crippa e Branca. Fu proprio l’attaccante dell’Inter a portare in vantaggio i nostri all’ 8′ con un bel destro al volo, sfruttando al meglio un bellissimo assist di Nesta proveniente dalla sinistra. Purtroppo il vantaggio durò poco più di cinque minuti; infatti Saba con una botta violentissima da trenta metri superò Pagliuca.

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Al 44′ l’Italia ebbe nuovamente l’opportunità di riportarsi in vantaggio: Crippa, dopo una bella iniziativa personale, venne steso in area guadagnando un calcio di rigore. Dal dischetto Branca trasformò con tranquillità, la squadra di Maldini chiuse il primo tempo in vantaggio.

Al 65′ ecco l’episodio che condizionò in maniera negativa il match degli azzurrini: Galante si fece sorprendere da un rimpallo e contrastò in area l’attaccante ghanese. L’arbitro spagnolo García-Aranda fischiò rigore ed espulsione. Ahinful trasformò il penalty.

Per l’Italia, a quel punto, la situazione si fece complicatissima, Crippa e compagni erano sul 2-2 e con un uomo in meno. Alla fine della partita mancavano ancora venticinque minuti, con il Ghana che sembrava essere in condizioni fisiche decisamente migliori rispetto a quelle dei nostri.

Al 74′ ci fu la rete del vantaggio della squadra africana, fu ancora Saba con uno splendido tiro a superare Pagliuca. I calciatori italiani cercarono di reagire, ma lo fecero in maniera confusa. L’avventura degli azzurri alle Olimpiadi era già terminata dopo soltanto due partite.

Nell’ultimo match del girono la compagine italiana superò la Corea del Sud grazie ad una doppietta di Branca, sempre lui, che con quattro gol fu il bomber della squadra e l’unico giocatore azzurro ad essere riuscito a far gol in quella competizione.

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Per la squadra olimpica italiana, dopo la delusione di quattro anni prima a Barcellona, un’altra partecipazione incolore alle Olimpiadi. L’impressione fu che i nostri arrivarono ad Atlanta già abbastanza spremuti, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista mentale. Anche le convocazioni e le scelte di Cesare Maldini non convinsero del tutto, ad esempio sprecare un fuori quota per convocare un portiere quando in rosa hai Buffon, già portiere titolare del Parma, sembrò uno spreco. Così come apparve discutibile la scelta di lasciare a casa Signori e Protti, entrambi capocannonieri della serie A 1995/96. Uno dei due avrebbe fatto sicuramente comodo. Senza dimenticare che c’era anche un certo Gianluca Vialli, che aveva dato la sua disponibilità per partecipare alle Olimpiadi.

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Nell’estate del 1991 Giovanni Trapattoni lasciò la panchina dell’Inter dopo un ciclo vincente; infatti i nerazzurri in pochi anni avevano vinto uno scudetto, una Coppa Uefa e una Supercoppa italiana.

Al posto del Trap arrivò Corrado Orrico, ex allenatore della Lucchese e famoso per la sua “gabbia”, un particolare tipo di allenamento inventato dal mister toscano. Quella di Orrico fu un’autentica scommessa della società del presidente Pellegrini, una scommessa che a distanza di anni possiamo dire essere stata un po’ azzardata.

Orrico giocava in una maniera diametralmente opposta rispetto a Trapattoni, con una difesa a zona, pressing ed in generale con un modulo offensivo. Inoltre il mister ex Lucchese non aveva mai gestito un gruppo di prime donne come quello dell’Inter e quindi anche la gestione di calciatori del genere era un’incognita.

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Molti addetti ai lavori nella scelta di Pellegrini avevano visto un modo per scimmiottare la fortunata scelta del Milan con Sacchi e quella meno fortunata della Juve con Maifredi. In realtà c’erano delle differenze: Orrico aveva già 51 anni, era già un tecnico molto esperto, e in A aveva allenato l’Udinese nella stagione 1979/80. Dopo una carriera caratterizzata da alti e bassi, Orrico si rilanciò nella Lucchese. Con i toscani il buon Corrado vinse il campionato di C1 e nella serie B 1990/91 arrivò a soli due punti dalla promozione in serie A.

Orrico ereditò da Trapattoni una squadra che appariva alla fine di un ciclo, tra l’altro anche il mercato estivo fu abbastanza povero: arrivarono Marcello Montanari dalla Lucchese, un fedelissimo del tecnico toscano, Angelo Orlando, il centrocampista della Roma Stefano Desideri, Massimo Ciocci, che ritornava dal prestito al Cesena, e in prestito dalla Juve il giovane Dino Baggio.

L’ Inter apparve in difficolta sin dall’inizio della stagione, terribile per i nerazzurri soprattutto il periodo di fine settembre quando prima persero 2-1 la partita d’andata del primo turno di Coppa Uefa contro il Boavista, e poi furono sconfitti nettamente in casa della Sampdoria 4-0.

Da quel momento in poi la stagione dei ragazzi di Orrico diventò complicatissima. I nerazzurri furono eliminati al primo turno della Coppa Uefa; infatti a San Siro nella gara di ritorno contro il Boavista non riuscirono ad andare oltre lo 0-0 e in campionato Bergomi e compagni si resero protagonisti di una sfilza di pareggi e di vittorie risicate contro squadre che lottavano per non retrocedere. Nonostante tutto l’Inter era ancora in zona Uefa, ma il 19 gennaio, all’ultima giornata del girone d’andata, arrivò la partita che pose fine all’avventura del tecnico toscano sulla panchina dell’Inter. Atalanta-Inter terminò 1-0 in favore dei bergamaschi grazie ad una rete realizzata dall’attaccante brasiliano Bianchezi.

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Orrico, scuro in volta, si presentò in sala stampa rassegnando le dimissioni. Un gesto coerente da parte dell’allenatore dell’Inter, che si assunse tutte le responsabilità.

Responsabilità che in realtà non furono soltanto le sue, che ad onor del vero non fu messo nelle condizioni ideali per rendere al meglio e che per quanto riguarda il calciomercato, a parte l’acquisto di Montanari, non fu mai accontentato.

Su quell’Inter nel nostro libro “L’Altro calcio anni ottanta e novanta” (Edizioni Ultra sport) Massimo Ciocci, attaccante dell’Inter, ha ricordato quella difficile esperienza: «Ritornai all’Inter con grande entusiasmo e molte aspettative, ma purtroppo capitai nel momento sbagliato. La squadra era in una fase di cambiamento con un allenatore nuovo ed una squadra che appariva essere alla fine di un ciclo. Gli stessi tedeschi (Matthaus, Brehme e Klinsmann) erano al loro ultimo anno ed avevano ormai già dato tutto nei campionati precedenti. Con mister Orrico avevo un buon rapporto, ma purtroppo le sue idee tattiche il più delle volte erano in contrasto con tutto l’ambiente. Fu un’annata storta in tutti i sensi e naturalmente in quel clima difficile non riuscii ad esprimermi al meglio. Fu un vero peccato, anche perché il mister mi faceva giocar spesso, ma le cose non andarono nel verso giusto».

La panchina dell’ Inter, dopo l’esonero di Orrico, venne affidata a Luis Suarez, anche questa una scelta azzardata visto che l’ex gloria nerazzurra non allenava una squadra di club da quasi 15 anni. L’Inter col tecnico spagnolo fece peggio rispetto al periodo di Orrico chiudendo il campionato all’ottavo posto, fuori dalle coppe ed eliminata dalla Juventus in Coppa Italia ai quarti di finale.

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Alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, l’Italia del calcio tornava dopo 24 anni. L’ultima Olimpiade a cui gli azzurri avevano preso parte era stata quella di Roma nel 1960.

Mister Bearzot aveva a disposizione un’ottima squadra con la quale si puntava al podio. Ecco la lista completa dei convocati per la manifestazione:

Tancredi, Ferri, F. Galli, Nela, Tricella, Vierchowod, Bagni, F. Baresi, Battistini, Sabato, Vignola, Zenga, Fanna, Massaro, Briaschi, Iorio, Serena.

L’Italia era stata inserita nel Gruppo D con Stati Uniti, Egitto e Costa Rica. Un girone che sulla carta appariva piuttosto abbordabile, ma che in realtà nascondeva parecchie insidie.

Nella prima partita, giocata il 29 luglio 1984, gli azzurri affrontarono l’Egitto. Gli azzurri si schierarono in campo con la seguente formazione: 1 TANCREDI 2 FERRI, 4 NELA, 5 TRICELLA , 6 VIERCHOWOD, 7 BAGNI, 8 F. BARESI, 9 BATTISTINI, 13 FANNA, 16 IORIO, 17 SERENA.

La partita fu un’autentica battaglia, l’Italia passò in vantaggio al 63’ grazie ad un bel colpo di testa di Serena, dopo un perfetto assist di Fanna. Pochi minuti dopo il vantaggio italiano, ecco il fattaccio: Sedky, dopo essere stato espulso, colpì con un pugno Aldo Serena, a quel punto gli animi si surriscaldarono. Sebino Nela, per difendere il suo compagno, cercò di inseguire il calciatore egiziano per farsi giustizia da solo, ma anche lui fu mandato sotto la doccia subendo ben tre giornate di squalifica. Alla fine della partita l’Egitto contò tre espulsi, dimostrando di aver capito davvero poco del significato dello spirito olimpico.

Anche Pizzul durante la telecronaca rimase sorpreso dalla cattiveria degli egiziani definendo Sedky come un “energumeno antisportivo”.

Evidentemente con questo atteggiamento la compagine egiziana cercò di intimorire gli azzurri, che invece dimostrarono tutto il loro carattere.

Molti giornali americani condannarono la violenza di Italia-Egitto prendendosela anche con i calciatori italiani.

Il Los Angeles Times intitolò “L’Italia sconfigge l’Egitto in un match violentissimo”. E poi aggiunse: “Il sangue è corso liberamente in un incontro caratterizzato da falli brutali e dal gioco duro di entrambe le squadre. E’ stata certamente una delle scene più terribili a cui gli spettatori del Rose Bowl hanno dovuto assistere. Non una manifestazione di spirito olimpico, bensì un duro combattimento. La prossima volta che Italia e Egitto giocano contro farebbero meglio a chiamare Don King per organizzare il match”.

In realtà considerazioni abbastanza ingenerose nei confronti degli azzurri, che avevano reagito per difendersi dalle continue provocazioni violente degli avversari.

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C’è una nazionale italiana che è stata completamente dimenticata: quella militare. L’Italia dal 1950 al 2005 vinse ben otto titoli mondiali ed è stata in assoluto la squadra con il maggior numero di vittorie.

La nazionale militare era formata da calciatori che in quel periodo dovevano sottoporsi obbligatoriamente al servizio di leva.

Ci soffermeremo in particolare sulla nazionale del 1987, una compagine fortissima composta quasi esclusivamente da calciatori che giocavano in Serie A; infatti gli azzurri potevano annoverare tra le proprie fila calciatori del calibro di Gianluca Vialli, Ciro Ferrara, Paolo Baldieri, Massimo Brambati, Enrico Cucchi e altri giocatori importanti.

Nel 1987 il campionato del mondo fu disputato in Italia, ad Arezzo, dal 15 al 22 giugno.

L’Italia, allenata da Francesco Rocca, superò abbastanza agevolmente il girone eliminatorio battendo l’Egitto 1-0 e il Marocco con un perentorio 4-0.

In finale gli azzurri dovevano affrontare la Germania Ovest, squadra che schierava elementi di grande qualità come ad esempio Illgner, Bierhoff, Hassler e Reuter.

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Ecco le formazioni che scesero in campo nella finale giocata ad Arezzo il 22 giugno 1987:

ITALIA: Calattini, Ferrara, Gambaro, Pellegrini, Brambati, Ruotolo, Baldieri, Cucchi, Vialli, Notaristefano, Bonetti.

GERMANIA OVEST: Illgner, Gerstner, Kuhlmay, Zenter, Reuter, Kirchoff, Bierhoff, Hassler, Geilenkirchen, Strich, Schupp.

Gli azzurri superarono i tedeschi occidentali con il risultato di 2-0 grazie alle reti di Vialli e Baldieri, che all’epoca erano già stati due elementi di spicco dell’Under 21 allenata da Azeglio Vicini.

Un match che non fu mai in discussione e che dimostrò la netta superiorità tecnica e tattica della nazionale militare italiana.

Nella finalina per il terzo posto l’Egitto riuscì a battere il Belgio con un netto 4-1.

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Il 2 luglio 1982 allo stadio Sarrià di Barcellona era in programma una super sfida: Brasile-Argentina. Era la seconda fase del mondiale, e le due compagini sudamericane, tra le squadre favorite della vigilia, si incrociarono nel girone proprio insieme all’Italia.

C’era grande curiosità nel vedere affrontarsi campioni del calibro di Zico, Maradona, Falcao, Passarella, Kempes, Junior, Socrates e tanti altri calciatori di altissimo profilo.

Le due squadre scesero in campo con le seguenti formazioni:

Brasile: Peres, Leandro, Oscar, Luizinho, Junior, Socrates, Cerezo, Falcão, Zico, Serginho, Eder.

Allenatore: Santana.

Argentina: Fillol, Olguin, Galvan, Tarantini, Ardiles, Barbas, Kempes, Calderon, Maradona, Bertoni. Allenatore: Menotti.

Il match fu giocato in un caldo pomeriggio spagnolo, con le due tifoserie scatenate sugli spalti. Una vera bolgia.

Il Brasile, che iniziò subito a prevalere nel palleggio, passò in vantaggio dopo dieci minuti: Eder tirò uno dei suoi missili su calcio di punizione, la sfera andò a sbattere sulla traversa e Zico fu il più lesto di tutti a ribattere in rete. I brasiliani erano in vantaggio grazie al sinistro micidiale di Eder e all’opportunismo di Zico. La partita per Maradona e compagni era tutta in salita.

Nella ripresa fu sempre il Brasile a tenere in mano le redini del gioco, i verderoro ballavano col pallone e ricamavano gioco con Zico, Falcao, Socrates e Junior. Al 66′ ecco il raddoppio: Eder passò a Zico, che effettuò un bellissimo assist per Falcao, il centrocampista sudamericano con un cross perfetto pescò in aria di rigore Serginho che con un preciso colpo di testa trovò la rete del 2-0. La torcida brasiliana era impazzita, gli argentini erano in grande difficoltà.

Il Brasile era ormai straripante, e al 75′ ancora Zico inventò un assist geniale per Junior, che un bel diagonale siglò il terzo gol.

L’Argentina nei minuti successivi perse la testa, ci furono due interventi durissimi su Zico e Batista. Protagonista di quest’ultimo brutto fallo fu Maradona, che venne espulso. Un match difficile per il fuoriclasse argentino che perse nettamente il confronto con Zico.

Il gol della bandiera per la squadra allenata da Menotti fu siglato da Diaz, entrato nella ripresa.

Per i brasiliani e i suoi tifosi fu un vero tripudio: Socrates e compagni surclassarono l’Argentina dando una lezione di gioco e di stile. I verdeoro sembravano invicincibili ed erano strafavoriti per la vittoria finale. In realtà da italiani sappiamo bene che andò a finire molto diversamente… I brasiliani ebbero la sfortuna di incontrare sulla loro strada un certo Paolo Rossi.

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Azeglio Vicini allenò la nazionale italiana dal 1986 al 1991, in questi cinque anni le gerarchie per quanto riguarda il ruolo del portiere non furono mai in discussione: Zenga era il primo portiere, Tacconi il secondo. Per tutti gli altri numeri uno italiani restava esclusivamente il ruolo di terzo portiere, casella che ad Italia ’90 fu occupata da Gianluca Pagliuca. Ad Euro ’88, all’epoca partecipavano soltanto otto squadre, era prevista la convocazione di soli due portieri.

In realtà Zenga aveva già fatto parte della compagine azzurra durante il periodo di Enzo Bearzot, partecipando al mondiale di Mexico ’86 come terzo portiere.

I due portieroni prima di approdare all’Inter e alla Juventus, andarono a farsi le ossa, negli anni ottanta si usava così, nelle serie inferiori. Zenga giocò in Serie C e B con Savona e Sambenedettese, invece Tacconi militò nel Livorno in C1, con la Sambenedettese in B e con l’Avellino arrivò finalmente in Serie A.

Walter diventò portiere titolare della nazionale a 26 anni, la sua prima partita giocata in maglia azzurra fu l’amichevole Italia-Grecia, match disputato a Bologna l’8 ottobre 1986. La sfida si concluse con il risultato di 2-0 grazie ad una doppietta di Bergomi.

Stefano disputò la sua prima partita da titolare in nazionale il 10 giugno 1987 nell’amichevole di lusso contro l’Argentina giocata a Zurigo. Il portiere della Juventus all’epoca aveva 30 anni e fece un figurone contro i sudamericani, trascinati dal grande Diego Armando Maradona.

Gli azzurri in quell’occasione sfoderarono un’ottima prestazione superando la compagine allenata da Bilardo con il risultato di 3-1. Per i nostri andarono a segno De Napoli, autorete di Garrè e terza rete siglata da Vialli. Per gli argentini il gol della bandiera fu realizzato dal “solito” Maradona.

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La rivalità tra Zenga e Tacconi fu esclusivamente sportiva; infatti tra i due c’era grande rispetto e un bel rapporto d’amicizia che poi è durato nel tempo.

In quel periodo la rivalità fu più che altro creata da tifosi e giornalisti in quanto erano i portieri di Inter e Juventus, due società in lotta da sempre e che erano rappresentate da due tifoserie non certo amiche. Quindi era normale che i tifosi della Juventus spingessero affinchè Tacconi potesse diventare il numero uno della nazionale.

Dal canto loro gli interisti erano convinti di avere in squadra il portiere più forte al mondo, d’altra parte Walter vinse il premio come miglior portiere dell’anno IFFHS per tre anni consecutivi, dal 1989 al 1991.

Il periodo in nazionale di Stefano e Walter durò fino al 1992, con l’avvento in panchina di Arrigo Sacchi le gerarchie nel ruolo di portiere furono completamente sovvertite.

Zenga giocò la sua ultima partita in azzurro con Sacchi nel giugno del 1992 in una partita della U.S. Cup giocata a Boston contro l’Irlanda. Da quel momento in poi il rapporto tra il portiere dell’Inter con la nazionale si interruppe bruscamente. Arrigo Sacchi non diede mai una precisa spiegazione del motivo per il quale un portiere come Zenga non venne più convocato.

Il rapporto di Tacconi con la nazionale si concluse nel 1991, il numero uno della Juve fece in tempo a giocare l’ultima partita con la maglia azzurra proprio in quell’anno (Italia-Belgio 0-0). Stefano con l’Italia disputò in tutto, dal 1987 al 1991, sette gare amichevoli. Non giocò mai partite ufficiali.

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Eravamo alla vigilia dei mondiali di Italia ’90 e a Cagliari c’era grande preoccupazione per l’arrivo degli hooligans. La città sarda avrebbe ospitato le partite dell’Inghilterra, e le forze dell’ordine italiane si organizzarono per cercare di prevenire i possibili scontri.

Scotland Yard inviò alla polizia un elenco con 800 nomi di tifosi pericolosi. Il nome più popolare della lista era quello di Paul Scarrott, che in quegli anni rappresentava il volto degli hoolingans. Scarrott aveva già accumulato oltre 40 condanne per rissa, anche se in realtà nel 1990 era già nella sua parabola discendente a causa della sua salute precaria; infatti Paul nonostante la sua giovane età, 34 anni, aveva seri problemi di dipendenza da alcol. Il suo nome divenne popolarissimo nel mondo del tifo inglese soprattutto a partire dalla metà degli settanta. In seguito, per circa dieci anni, si era distinto per una serie di azioni violente.

Scarrott era un grande tifoso del Nottingham Forest, leader della Forest Executive Crew, si era tatuato all’interno del labbro inferiore la parola “forest” proprio in onore della sua squadra del cuore. 

L’hooligan inglese era arrivato a Roma qualche giorno prima dall’inizio del mondiale e aveva subito annunciato: “Sono il più grande teppista del mondo, non mi fermeranno mai. Vogliamo batterci con gli olandesi e dare loro una bella passata di calci. Li aspetteremo, con bombe lacrimogene, alla stazione Termini”. In realtà i propositi bellicosi di Scarrott durarono pochissimo tempo; infatti Paul, arrivato in Italia con un passaporto falso, fu subito identificato dalla Polizia italiana e arrestato.

Al momento dell’arresto si trovava in compagnia di alcuni clochard alla Stazione Termini mentre beveva un bottiglione da cinque litri di vino Frascati. Storica la foto del suo arresto mentre si metteva in posa sorridente in compagnia degli agenti.

Dopo questo episodio, sul destino di Paul Scarrott calò il silenzio. Di lui non si seppe più nulla e si persero completamente le tracce, fino a quando nel 1996 a Barcellona venne ritrovato un cadavere. Era quello di Paul, il corpo fu identificato proprio grazie al tatuaggio “forest”. Scarrott si era trasferito in Spagna da qualche anno e viveva di espedienti. Sempre più schiavo dell’alcol, morì a soli 40 anni stroncato da un infarto.

Le hooligan Paul Scarrott expulsé d’ltalie lors du Mondial de football le 5 juin 1990 à Rome, ltalie. (Photo by Livio ANTICOLI/Gamma-Rapho via Getty Images)
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L’Italia Under 21 del biennio 1990-1992, era un gruppo di qualità formato da tanti calciatori che avevano già un buon numero di presenze in Serie A. Il reparto con più talento era indubbiamente il centrocampo, che poteva contare su calciatori del calibro di Albertini, Corini, Dino Baggio, Marcolin e Massimo Orlando. Da segnalare anche i due portieri Antonioli e Peruzzi, quest’ultimo in seguito protagonista di una grande carriera, e gli attaccanti Melli, Buso e Muzzi.

L’avvio di quell’europeo per gli azzurrini non fu certo memorabile. I ragazzi allenati da Cesare Maldini furono inseriti nel girone di qualificazione con Norvegia, URSS e Ungheria. Proprio in quel gruppo l’Under 21 italiana subì la sconfitta più pesante della sua storia. In Norvegia, il 5 giugno 1991, la compagine nordica superò gli azzurrini con un tennistico 6-0. Dopo quel match, il presidente della Federazione italiana Antonio Matarrese criticò aspramente Cesare Maldini, reo secondo lui di proporre un calcio vecchio e ormai superato.

Dopo quella brutta battuta d’arresto gli azzurrini reagirono prontamente e, con una serie di vittorie, si qualificarono alla fase finale del Campionato Europeo.

Ecco la rosa completa dei calciatori impiegati da Maldini nella fase finale:

Antonioli, Peruzzi, Bonomi, Favalli, Luzardi, Malusci Matrecano. Rossini Taccola, Verga, Villa, Albertini, D. Baggio, Corini, Marcolin, M. Orlando, Sordo, Bertarelli, Buso, Melli, Muzzi.

Ai quarti di finale l’Italia eliminò la Cecoslovacchia, superata 1-2 all’andata grazie ad una doppietta di Melli, e 2-0 nella partita di ritorno giocata a Padova, con le reti di Luzardi e Bertarelli. Gli azzurrini, grazie a questa vittoria, si qualificano automaticamente alle Olimpiadi di Barcellona 1992.

In semifinale la nostra Under 21 affrontava la temibile Danimarca. Un match sulla carta complicato, ma che fu intepretato sin da subito nella maniera giusta. Nella gara d’andata, giocata ad Aalborg, Albertini e compagni si imposero con il risultato di 0-1, rete di Buso.

Nella partita decisiva, giocata a Perugia, i ragazzi terribili di Maldini chiusero la pratica danese grazie ai gol di Buso e Muzzi.

L’Italia era in finale, dove avrebbe cercato di conquistare il suo primo titolo continentale. Era la seconda finale per gli azzurrini, dopo quella persa contro la Spagna nel 1986.

La partita d’andata, giocata a Ferrara il 28 maggio 1992, davanti a oltre 16.000 spettatori, vide la vittoria degli azzurrini con il risultato di 2-0 grazie alle reti di Buso e Sordo. La partita di ritorno si giocò a Växjö in Svezia il 3 giugno 1992.

Ecco la fomazione iniziale con cui l’Italia scese in campo in quella partita decisiva:

Antonioli; Favalli, Matrecano, Bonomi, Taccola, Rossini; Albertini, Corini, Marcolin; Buso, Melli

Fu un match complicato, gli svedesi passarono in vantaggio al 56’ grazie ad un gol dell’ altissimo attaccante Simpson. L’Italia difese il risultato con le unghie e con i denti, riuscendo a portare a casa il primo trofeo continentale Under 21 della sua storia.

Renato Buso, capocannoniere di quell’europeo, vinse anche il premio come miglior giocatore della fase finale.

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