Oggi analizziamo la classifica marcatori della serie A 1989/90, campionato che si concluse con la vittoria dello scudetto da parte del Napoli allenato da Bigon. Per i partenopei quello fu il secondo scudetto della loro storia, dopo quello conseguito tre anni prima.

La classifica presente in foto risale al 25 marzo 1990, anche se poi rispetto a quella finale non presenta grosse differenze.

Il capocannoniere di quella stagione fu il grande Marco Van Basten, l’olandese segnò 19 reti. L’attaccante rossonero proprio nel 1989 vinse il suo secondo pallone d’oro dimostrando di essere ancora una volta un fuoriclasse assoluto.

Dietro il bomber del Milan ecco Roberto Baggio con 17 gol, per il numero dieci della Fiorentina il campionato 1989/90 fu quello della consacrazione grazie al quale guadagnò anche la convocazione a Italia ’90.

Al terzo posto, con 16 reti, Diego Armando Maradona. Ovviamente il campionissimo argentino non ha bisogno di presentazioni, ancora una volta la sua classe fu determinante per la vittoria dello scudetto del Napoli.

E’ chiaro che vedere da chi era formato il podio della classifica dei marcatori di quella serie A, mette tanta nostalgia. Stiamo parlando di tre fuoriclasse che hanno segnato un’epoca e che in quel periodo storico, nei loro rispettivi ruoli, erano i più forti al mondo. Questo conferma il livello elevatissimo del nostro campionato, che in quegli anni non aveva eguali al mondo.

Al quarto posto c’era Totò Schillaci con 15 reti, ma a differenza di chi lo precedeva non era il rigorista della squadra. Per il bomber siciliano quella fu una stagione magica: l’ex attaccante del Messina disputò un grande campionato, vinse la Coppa Uefa, fu convocato per la prima volta in nazionale e vinse la classifica marcatori al mondiale di Italia ’90 divenendo il simbolo delle notti magiche. 

A quota 14 gol il tedesco Rudi Völler, calciatore determinante per quella Roma che anche grazie alla sua vena realizzativa conquistò la qualificazione in Uefa.

Appaiati a 13 reti Jurgen Klinsmann dell’Inter e l’argentino Gustavo Abel Dezotti della Cremonese. Purtroppo la squadra lombarda, nonostante i gol del bomber sudamericano, non riuscì ad evitare la retrocessione in B.

Da segnalare anche le 11 reti di Lothar Matthaus e le 10 di Stefano Desideri, centrocampisti che dal punto di vista realizzativo vissero una stagione davvero superlativa.

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C’è una nazionale italiana che è stata completamente dimenticata: quella militare. L’Italia dal 1950 al 2005 vinse ben otto titoli mondiali ed è stata in assoluto la squadra con il maggior numero di vittorie.

La nazionale militare era formata da calciatori che in quel periodo dovevano sottoporsi obbligatoriamente al servizio di leva.

Ci soffermeremo in particolare sulla nazionale del 1987, una compagine fortissima composta quasi esclusivamente da calciatori che giocavano in Serie A; infatti gli azzurri potevano annoverare tra le proprie fila calciatori del calibro di Gianluca Vialli, Ciro Ferrara, Paolo Baldieri, Massimo Brambati, Enrico Cucchi e altri giocatori importanti.

Nel 1987 il campionato del mondo fu disputato in Italia, ad Arezzo, dal 15 al 22 giugno.

L’Italia, allenata da Francesco Rocca, superò abbastanza agevolmente il girone eliminatorio battendo l’Egitto 1-0 e il Marocco con un perentorio 4-0.

In finale gli azzurri dovevano affrontare la Germania Ovest, squadra che schierava elementi di grande qualità come ad esempio Illgner, Bierhoff, Hassler e Reuter.

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Ecco le formazioni che scesero in campo nella finale giocata ad Arezzo il 22 giugno 1987:

ITALIA: Calattini, Ferrara, Gambaro, Pellegrini, Brambati, Ruotolo, Baldieri, Cucchi, Vialli, Notaristefano, Bonetti.

GERMANIA OVEST: Illgner, Gerstner, Kuhlmay, Zenter, Reuter, Kirchoff, Bierhoff, Hassler, Geilenkirchen, Strich, Schupp.

Gli azzurri superarono i tedeschi occidentali con il risultato di 2-0 grazie alle reti di Vialli e Baldieri, che all’epoca erano già stati due elementi di spicco dell’Under 21 allenata da Azeglio Vicini.

Un match che non fu mai in discussione e che dimostrò la netta superiorità tecnica e tattica della nazionale militare italiana.

Nella finalina per il terzo posto l’Egitto riuscì a battere il Belgio con un netto 4-1.

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Il 2 luglio 1982 allo stadio Sarrià di Barcellona era in programma una super sfida: Brasile-Argentina. Era la seconda fase del mondiale, e le due compagini sudamericane, tra le squadre favorite della vigilia, si incrociarono nel girone proprio insieme all’Italia.

C’era grande curiosità nel vedere affrontarsi campioni del calibro di Zico, Maradona, Falcao, Passarella, Kempes, Junior, Socrates e tanti altri calciatori di altissimo profilo.

Le due squadre scesero in campo con le seguenti formazioni:

Brasile: Peres, Leandro, Oscar, Luizinho, Junior, Socrates, Cerezo, Falcão, Zico, Serginho, Eder.

Allenatore: Santana.

Argentina: Fillol, Olguin, Galvan, Tarantini, Ardiles, Barbas, Kempes, Calderon, Maradona, Bertoni. Allenatore: Menotti.

Il match fu giocato in un caldo pomeriggio spagnolo, con le due tifoserie scatenate sugli spalti. Una vera bolgia.

Il Brasile, che iniziò subito a prevalere nel palleggio, passò in vantaggio dopo dieci minuti: Eder tirò uno dei suoi missili su calcio di punizione, la sfera andò a sbattere sulla traversa e Zico fu il più lesto di tutti a ribattere in rete. I brasiliani erano in vantaggio grazie al sinistro micidiale di Eder e all’opportunismo di Zico. La partita per Maradona e compagni era tutta in salita.

Nella ripresa fu sempre il Brasile a tenere in mano le redini del gioco, i verderoro ballavano col pallone e ricamavano gioco con Zico, Falcao, Socrates e Junior. Al 66′ ecco il raddoppio: Eder passò a Zico, che effettuò un bellissimo assist per Falcao, il centrocampista sudamericano con un cross perfetto pescò in aria di rigore Serginho che con un preciso colpo di testa trovò la rete del 2-0. La torcida brasiliana era impazzita, gli argentini erano in grande difficoltà.

Il Brasile era ormai straripante, e al 75′ ancora Zico inventò un assist geniale per Junior, che un bel diagonale siglò il terzo gol.

L’Argentina nei minuti successivi perse la testa, ci furono due interventi durissimi su Zico e Batista. Protagonista di quest’ultimo brutto fallo fu Maradona, che venne espulso. Un match difficile per il fuoriclasse argentino che perse nettamente il confronto con Zico.

Il gol della bandiera per la squadra allenata da Menotti fu siglato da Diaz, entrato nella ripresa.

Per i brasiliani e i suoi tifosi fu un vero tripudio: Socrates e compagni surclassarono l’Argentina dando una lezione di gioco e di stile. I verdeoro sembravano invicincibili ed erano strafavoriti per la vittoria finale. In realtà da italiani sappiamo bene che andò a finire molto diversamente… I brasiliani ebbero la sfortuna di incontrare sulla loro strada un certo Paolo Rossi.

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Azeglio Vicini allenò la nazionale italiana dal 1986 al 1991, in questi cinque anni le gerarchie per quanto riguarda il ruolo del portiere non furono mai in discussione: Zenga era il primo portiere, Tacconi il secondo. Per tutti gli altri numeri uno italiani restava esclusivamente il ruolo di terzo portiere, casella che ad Italia ’90 fu occupata da Gianluca Pagliuca. Ad Euro ’88, all’epoca partecipavano soltanto otto squadre, era prevista la convocazione di soli due portieri.

In realtà Zenga aveva già fatto parte della compagine azzurra durante il periodo di Enzo Bearzot, partecipando al mondiale di Mexico ’86 come terzo portiere.

I due portieroni prima di approdare all’Inter e alla Juventus, andarono a farsi le ossa, negli anni ottanta si usava così, nelle serie inferiori. Zenga giocò in Serie C e B con Savona e Sambenedettese, invece Tacconi militò nel Livorno in C1, con la Sambenedettese in B e con l’Avellino arrivò finalmente in Serie A.

Walter diventò portiere titolare della nazionale a 26 anni, la sua prima partita giocata in maglia azzurra fu l’amichevole Italia-Grecia, match disputato a Bologna l’8 ottobre 1986. La sfida si concluse con il risultato di 2-0 grazie ad una doppietta di Bergomi.

Stefano disputò la sua prima partita da titolare in nazionale il 10 giugno 1987 nell’amichevole di lusso contro l’Argentina giocata a Zurigo. Il portiere della Juventus all’epoca aveva 30 anni e fece un figurone contro i sudamericani, trascinati dal grande Diego Armando Maradona.

Gli azzurri in quell’occasione sfoderarono un’ottima prestazione superando la compagine allenata da Bilardo con il risultato di 3-1. Per i nostri andarono a segno De Napoli, autorete di Garrè e terza rete siglata da Vialli. Per gli argentini il gol della bandiera fu realizzato dal “solito” Maradona.

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La rivalità tra Zenga e Tacconi fu esclusivamente sportiva; infatti tra i due c’era grande rispetto e un bel rapporto d’amicizia che poi è durato nel tempo.

In quel periodo la rivalità fu più che altro creata da tifosi e giornalisti in quanto erano i portieri di Inter e Juventus, due società in lotta da sempre e che erano rappresentate da due tifoserie non certo amiche. Quindi era normale che i tifosi della Juventus spingessero affinchè Tacconi potesse diventare il numero uno della nazionale.

Dal canto loro gli interisti erano convinti di avere in squadra il portiere più forte al mondo, d’altra parte Walter vinse il premio come miglior portiere dell’anno IFFHS per tre anni consecutivi, dal 1989 al 1991.

Il periodo in nazionale di Stefano e Walter durò fino al 1992, con l’avvento in panchina di Arrigo Sacchi le gerarchie nel ruolo di portiere furono completamente sovvertite.

Zenga giocò la sua ultima partita in azzurro con Sacchi nel giugno del 1992 in una partita della U.S. Cup giocata a Boston contro l’Irlanda. Da quel momento in poi il rapporto tra il portiere dell’Inter con la nazionale si interruppe bruscamente. Arrigo Sacchi non diede mai una precisa spiegazione del motivo per il quale un portiere come Zenga non venne più convocato.

Il rapporto di Tacconi con la nazionale si concluse nel 1991, il numero uno della Juve fece in tempo a giocare l’ultima partita con la maglia azzurra proprio in quell’anno (Italia-Belgio 0-0). Stefano con l’Italia disputò in tutto, dal 1987 al 1991, sette gare amichevoli. Non giocò mai partite ufficiali.

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Era l’8 febbraio 1984, si giocava il match degli ottavi di finale di Coppa Italia Triestina-Udinese, un derby molto sentito da parte di entrambe le tifoserie. Erano l’Udinese di Zico e la Triestina di De Falco. La gara terminò con il risultato di 0-0, ma purtroppo questo è soltanto un dettaglio. Questa partita sarà ricordata per ben altro.

La situazione dell’ordine pubblico non era delle più tranquille, tra le opposte tifoserie c’erano già stati scontri prima della partita, ma l’atmosfera si fece incandescente soprattutto dopo la fine del match.

In realtà i tifosi presenti dichiararono che furono soprattutto le cariche della polizia a creare confusione in una situazione che appariva tutto sommato essere tranquilla.

Purtroppo quel pomeriggio accadde una tragedia, che a distanza di quasi quarant’anni non è stata mai del tutto chiarita.

Stefano Furlan era un tifoso ventenne della Triestina, un ragazzo che frequentava abitualmente la curva ed era attaccatissimo alla sua città. Stefano non era un violento, era un ragazzo normale che dopo aver ottenuto il diploma da geometra, in attesa di occupazione, dava una mano da un fiorista e prestava assistenza a disabili.

Furlan dopo la fine della partita si avviò verso la sua Fiat 128 parcheggiata nelle vicinanze, non aveva preso parte ad alcun tipo di scontro. Era un bravo ragazzo, grande tifoso di curva, ma completamente lontano dalle dinamiche della violenza.

Quel giorno il servizio d’ordine allo stadio non era stato affidato ad ufficiali, ma agli inesperti allievi della scuola di polizia. Quest’ultimi notarono Stefano vicino alla sua auto con la sciarpa degli ultras della Triestina e iniziarono a picchiarlo selvaggiamente sia con i manganelli che a mani nude. Il motivo di questo intervento delle forze dell’ordine? Non si è mai capito. Furlan subito dopo fu portato in questura e nella stessa giornata fu rilasciato.

Renata, la madre di Stefano, dichiarò al Corriere dello Sport:

Ho rivisto mio figlio alle ore 21, quando ha aperto la porta era stralunato, pallido. La giacca era diventata uno straccio, aveva le lacrime agli occhi. Mamma, sono stato picchiato, mi diceva, un poliziotto mi ha dato una manganellata sulla testa, poi in questura schiaffi, pugni e calci. Conosco Stefano, non è un violento, gli ho subito creduto. Non stava bene e andò subito a letto”.

Durante la notte le condizioni di salute di Stefano Furlan peggiorarono rapidamente e il ventenne triestino fu ricoverato. In breve tempo entrò in coma. I medici rilevarono diverse gravi fratture craniche, che dopo venti giorni di agonia provocarono la sua morte. Era il primo marzo del 1984.

Il poliziotto che lo aveva colpito, venne riconosciuto da tre testimoni e sospeso dal corpo. Nel novembre 1985 fu condannato a un anno di reclusione con i benefici della legge. Una pena che non merita nemmeno di essere commentata.

La ricostruzione fatta dalla polizia faceva acqua da tutte le parti. Giustificarono l’intervento affermando che Stefano fosse ubriaco e che danneggiava le macchine parcheggiate. Versione completamente smentita dalle testimonianze. Ecco una di queste: “Ho visto un gruppo di poliziotti che correvano. Avevano manganelli e caschi con la visiera. Sono scappata per 3 o 4 metri, poi mi sono fermata. Ho pensato che se fossi scappata ancora le avrei prese. Ho visto Stefano Furlan scivolare in mezzo alla strada mentre stavo scappando, un poliziotto lo ha alzato tenendolo per la giacca. Poi l’ha preso per i capelli e lo ha portato fin sotto il muro, un poliziotto lo teneva da una parte, il secondo dall’altra. Prima col manganello lo hanno colpito sulle gambe perché le allargasse e quando non poteva più aprirle, perché sarebbe caduto a terra, a quel punto lo hanno afferrato per i capelli e il primo poliziotto lo ha sbattuto con la testa sul muro”.

Alla mamma di Stefano furono proposti 80 milioni di lire per ritirare la denuncia, ma Renata non accettò e continuò a dare battaglia in tribunale. Purtroppo non fu mai fatta piena giustizia. L’unico condannato dalla Corte d’Assise fu Alessandro Centrone per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. La pena fu di un anno di reclusione con benefici. Centrone oltre a non aver mai fatto un giorno di prigione, in seguito riprese servizio proprio presso alla questura di Trieste.

A quel punto la famiglia di Furlan, molto delusa dalla giustizia italiana, decise di non ricorrere in appello. Il ministero dell’Interno concederà un risarcimento di poco meno di cento milioni, che arriveranno alla mamma di Stefano dopo tanti anni. Renata Furlan è morta quest’anno, gennaio 2022, all’età di 88 anni.

In seguito la curva dello stadio Nereo Rocco di Trieste fu dedicata proprio a Stefano Furlan. Ancora oggi i ragazzi della curva Furlan organizzano giornate del ricordo per non dimenticare un tifoso triestino che perse la vita a soli vent’anni in modo profondamente ingiusto.

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La Serie B della stagione 1993/94 fu uno dei campionati con il livello tecnico più alto nella storia della cadetteria. Una delle cause fu sicuramente la retrocessione in B della Fiorentina, che poteva contare su un’autentica corazzata con calciatori del calibro di Batistuta, Effenberg, Baiano, Pioli, Iachini e tanti altri giocatori che avevano le qualità per poter giocare tranquillamente in serie A.

In realtà quello più che un campionato cadetto sembrava essere una vera e propria serie A2. Basterebbe dare un’occhiata alla classifica dei marcatori per capire il livello tecnico di quel torneo. Ecco i nomi degli attaccanti più prolifici della serie B 1993-94: Agostini, Bierhoff, Batistuta, Galderisi, Scarafoni, Carnevale, Tovalieri, Chiesa, Inzaghi, Vieri e Hubner. Senza dimenticare giocatori di livello internazionale come Hagi e il già citato Effenberg, un livello pazzesco.

Il campionato fu vinto, come da pronostico, dalla Fiorentina. Anche se l’inizio della stagione per i viola non fu affatto semplice. Batistuta e compagni vennero fuori alla distanza mettendo in mostra la loro indiscutibile qualità ed esperienza, e due giovani molto interessanti come Robbiati e Banchelli, che si ritagliarono un ruolo importante nello scacchiere tattico di Claudio Ranieri.

Le altre tre squadre promosse furono Bari, Brescia e Padova.

I pugliesi potevano contare su un reparto offensivo di altissimo livello con gente come Tovalieri, Protti, Joao Paulo e il tornante Gautieri, calciatori che erano un autentico lusso per la cadetteria.

Il Brescia, allenato dal rumeno Lucescu, aveva in rosa il grande Gheorghe Hagi e giocatori importanti come Sabau, Neri, Schenardi e gli esperti Bonometti e Lerda.

A concludere il poker delle squadre promosse in A c’era il Padova, che vinse lo spareggio promozione contro il Cesena. I veneti, allenati da Sandreani, avevano in rosa calciatori di grande affidabilità come il portiere Bonaiuti, il centrocampista Longhi, il difensore Cuicchi, e in fase offensiva potevano contare su elementi come gli esperti Galderisi e Simonetta e il giovane Pippo Maniero.

Tra le soprese di quel campionato vi fu sicuramente la Fidelis Andria allenata da Attilio Perotti, che disputò una stagione importante quasi sempre a ridosso della zona promozione. Tra i punti di forza di quella squadra c’erano il portiere Mondini e lo stopper Roberto Ripa, entrambi in seguito disputeranno ottimi campionati anche in serie A.

Per quanto riguarda la zona retrocessione, finirono in C Monza, Modena, Ravenna e Pisa. La squadra toscana del presidentissimo Romeo Anconetani perse lo spareggio salvezza contro l’Acireale di mister Papadopulo e del bomber Orazio Sorbello.

E’ chiaro come ogni paragone con la Serie B attuale sarebbe improponibile; infatti pensare di rivedere nel campionato cadetto fuoriclasse di livello internazionale, come accaduto nel 1993, è pura utopia. 

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Faccio parte di quella generazione che ha vissuto da bambino il calcio degli anni ‘80 e da adolescente quello degli anni ‘90. Qual è il motivo che spinge i miei coetanei a rimpiangere il calcio di quegli anni? Credo di averlo spiegato, o almeno ci ho provato, nell’introduzione del mio primo libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (edizioni Ultra).

Il calcio negli ultimi vent’anni è cambiato tanto, a mio avviso in peggio, perdendo completamente il suo lato romantico e popolare. Oggi questo sport è legato quasi esclusivamente a dinamiche di mercato e a tutti quegli aspetti economici che sono in netta antitesi con i valori che uno sport come questo dovrebbe esprimere.
Cosa mi manca di quel calcio? Mi manca l’alto livello tecnico dei calciatori, gli stadi pieni, la schedina del Totocalcio, le partite tutte nella stessa giornata e alla stessa ora, ascoltare le radiocronache e guardare 90° minuto condotto da Paolo Valenti. Potrei continuare, ma mi fermo qui.
Ovviamente era anche un’altra Italia, regnava un’atmosfera completamente diversa. Finita l’epoca buia del terrorismo, una buona ripresa economica aprì le porte a un decennio di ottimismo e spensieratezza.
Questa atmosfera positiva si riversò anche nel calcio, e fu proprio in quegli anni che nella nostra serie A sbarcarono i più grandi fuoriclasse del mondo: Zico, Maradona, Rummenigge, Platini, Falcao, Socrates, Briegel, Boniek… la lista sarebbe lunghissima, ma credo che già bastino questi nomi per dare l’idea del livello stratosferico del campionato italiano di allora.
A noi bambini e adolescenti il calcio trasmetteva sensazioni oggi inimmaginabili, forse anche perché all’epoca c’era più semplicità. Parliamo di una generazione cresciuta senza telefonini, senza internet e senza le Pay Tv.
Noi le partite le ascoltavamo alla radio, nella mitica trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, affezionandoci alle voci di grandi giornalisti come Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Riccardo Cucchi, Livio Forma, Carlo Nesti: nomi che hanno accompagnato gli anni più belli della nostra vita.
Dopo aver ascoltato le radiocronache eravamo pronti a sintonizzarci su Rai Uno per vedere le immagini delle partite trasmesse da 90° minuto, condotto magistralmente da Paolo Valenti. Un vero e proprio rito che si ripeteva tutte le domeniche e che coinvolgeva la maggior parte delle famiglie italiane.
Anche molti dei nostri giochi erano legati al calcio: pensiamo a tutto quello che si creava intorno al mondo delle figurine, quando passavamo interi pomeriggi ad attaccare le immagini dei nostri idoli sugli album o quando sui banchi di scuola, durante la ricreazione, per arricchire la collezione giocavamo allo “schiaffetto”. E come dimenticare i tiratissimi tornei di Subbuteo a casa di amici e cugini?
Un doveroso ricordo va anche alla schedina del Totocalcio. Quanti episodi della nostra vita sono legati a quel semplice foglietto di carta? In un’epoca in cui nel nostro Paese le scommesse sportive non erano ancora legalizzate, realizzare un tredici era il sogno di ogni italiano.
Purtroppo tutto questo ci porta indietro a un mondo che non esiste più, spazzato via da un capitalismo sfrenato che ovviamente ha coinvolto anche il pianeta calcio a livello mondiale.
Per quanto mi riguarda la prima fase di decadenza del calcio cosiddetto romantico è rappresentata dai Mondiali di Italia ’90. Quando penso a quel torneo provo sensazioni contrastanti: da un lato ho ricordi bellissimi legati all’atmosfera carica di passione e ottimismo che si respirava nelle città italiane, dall’altro ancora oggi provo una tristezza infinita ripensando a quella maledetta semifinale Italia-Argentina, che ci vide uscire mestamente da una competizione in cui avevamo davvero tutto per vincere. Le mie prime e uniche lacrime versate per il calcio sono legate proprio a quella partita.
Non dimenticherò mai quel gol di Caniggia e l’ultimo rigore fallito da Serena, in una partita stregata in cui un’Italia fortissima, che fino a quel momento aveva sempre vinto senza subire gol, venne eliminata da un’Argentina che in realtà era lontana parente di quella che quattro anni prima aveva trionfato in Messico. Evidentemente doveva andare così, ma fu un epilogo amarissimo.
Italia ’90 rappresentò anche una grande occasione mancata per tutto il nostro movimento calcistico. In quel periodo era necessario ridare slancio al calcio del Bel Pese con strutture moderne che strizzassero l’occhio al futuro. Si era creata la ghiotta opportunità di costruire finalmente degli stadi moderni che potessero anche essere utilizzati per manifestazioni extra sportive, ma purtroppo vennero solo messe in piedi delle vere e proprie cattedrali nel deserto, strutture che di moderno non avevano praticamente nulla. Inoltre ci furono sprechi di denaro enormi, opere incompiute e ben 24 morti sul lavoro.
L’impressione era che già a partire dagli anni Novanta, soprattutto verso la metà del decennio, il calcio con cui eravamo cresciuti si stesse ormai avviando verso un percorso completamente diverso. Si cominciò a prendere una serie di decisioni che inflissero i primi colpi mortali a quella che era la nostra passione. Pensiamo all’avvento delle pay tv con i loro anticipi e posticipi, alla sentenza Bosman, al grande potere che iniziarono ad acquisire i procuratori e a uno sport che diventava col tempo sempre più schiavo del dio denaro.
Ritengo che la seconda e definitiva caduta del calcio italiano ci sia stata avuta verso la fine degli anni Novanta, quando ormai il livello tecnico delle squadre in tutte le categorie iniziava ad abbassarsi, gli investimenti nei vivai diminuivano e gli stadi incominciavano a svuotarsi.
Nonostante la vittoria degli azzurri nei mondiali del 2006 – un’altra occasione non sfruttata dalle nostre istituzioni calcistiche –, il campionato italiano era ormai avviato verso l’inesorabile declino che col tempo ci ha portato allo sfacelo che è sotto gli occhi di tutti e sul quale è ormai inutile soffermarsi più di tanto.

 

 

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Faccio parte di quella generazione che ha vissuto da bambino il calcio degli anni ‘80 e da adolescente quello degli anni ‘90. Qual è il motivo che spinge i miei coetanei a rimpiangere il calcio di quegli anni? Credo di averlo spiegato, o almeno ci ho provato, nell’introduzione del mio primo libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (edizioni Ultra).
Il calcio negli ultimi vent’anni è cambiato tanto, a mio avviso in peggio, perdendo completamente il suo lato romantico e popolare. Oggi questo sport è legato quasi esclusivamente a dinamiche di mercato e a tutti quegli aspetti economici che sono in netta antitesi con i valori che uno sport come questo dovrebbe esprimere.
Cosa mi manca di quel calcio? Mi manca l’alto livello tecnico dei calciatori, gli stadi pieni, la schedina del Totocalcio, le partite tutte nella stessa giornata e alla stessa ora, ascoltare le radiocronache e guardare 90° minuto condotto da Paolo Valenti. Potrei continuare, ma mi fermo qui.
Ovviamente era anche un’altra Italia, regnava un’atmosfera completamente diversa. Finita l’epoca buia del terrorismo, una buona ripresa economica aprì le porte a un decennio di ottimismo e spensieratezza.
Questa atmosfera positiva si riversò anche nel calcio, e fu proprio in quegli anni che nella nostra serie A sbarcarono i più grandi fuoriclasse del mondo: Zico, Maradona, Rummenigge, Platini, Falcao, Socrates, Briegel, Boniek… la lista sarebbe lunghissima, ma credo che già bastino questi nomi per dare l’idea del livello stratosferico del campionato italiano di allora.
A noi bambini e adolescenti il calcio trasmetteva sensazioni oggi inimmaginabili, forse anche perché all’epoca c’era più semplicità. Parliamo di una generazione cresciuta senza telefonini, senza internet e senza le Pay Tv.
Noi le partite le ascoltavamo alla radio, nella mitica trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, affezionandoci alle voci di grandi giornalisti come Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Riccardo Cucchi, Livio Forma, Carlo Nesti: nomi che hanno accompagnato gli anni più belli della nostra vita.
Dopo aver ascoltato le radiocronache eravamo pronti a sintonizzarci su Rai Uno per vedere le immagini delle partite trasmesse da 90° minuto, condotto magistralmente da Paolo Valenti. Un vero e proprio rito che si ripeteva tutte le domeniche e che coinvolgeva la maggior parte delle famiglie italiane.
Anche molti dei nostri giochi erano legati al calcio: pensiamo a tutto quello che si creava intorno al mondo delle figurine, quando passavamo interi pomeriggi ad attaccare le immagini dei nostri idoli sugli album o quando sui banchi di scuola, durante la ricreazione, per arricchire la collezione giocavamo allo “schiaffetto”. E come dimenticare i tiratissimi tornei di Subbuteo a casa di amici e cugini?
Un doveroso ricordo va anche alla schedina del Totocalcio. Quanti episodi della nostra vita sono legati a quel semplice foglietto di carta? In un’epoca in cui nel nostro Paese le scommesse sportive non erano ancora legalizzate, realizzare un tredici era il sogno di ogni italiano.
Purtroppo tutto questo ci porta indietro a un mondo che non esiste più, spazzato via da un capitalismo sfrenato che ovviamente ha coinvolto anche il pianeta calcio a livello mondiale.
Per quanto mi riguarda la prima fase di decadenza del calcio cosiddetto romantico è rappresentata dai Mondiali di Italia ’90. Quando penso a quel torneo provo sensazioni contrastanti: da un lato ho ricordi bellissimi legati all’atmosfera carica di passione e ottimismo che si respirava nelle città italiane, dall’altro ancora oggi provo una tristezza infinita ripensando a quella maledetta semifinale Italia-Argentina, che ci vide uscire mestamente da una competizione in cui avevamo davvero tutto per vincere. Le mie prime e uniche lacrime versate per il calcio sono legate proprio a quella partita.
Non dimenticherò mai quel gol di Caniggia e l’ultimo rigore fallito da Serena, in una partita stregata in cui un’Italia fortissima, che fino a quel momento aveva sempre vinto senza subire gol, venne eliminata da un’Argentina che in realtà era lontana parente di quella che quattro anni prima aveva trionfato in Messico. Evidentemente doveva andare così, ma fu un epilogo amarissimo.
Italia ’90 rappresentò anche una grande occasione mancata per tutto il nostro movimento calcistico. In quel periodo era necessario ridare slancio al calcio del Bel Paese con strutture moderne che strizzassero l’occhio al futuro. Si era creata la ghiotta opportunità di costruire finalmente degli stadi moderni che potessero anche essere utilizzati per manifestazioni extra sportive, ma purtroppo vennero solo messe in piedi delle vere e proprie cattedrali nel deserto, strutture che di moderno non avevano praticamente nulla. Inoltre ci furono sprechi di denaro enormi, opere incompiute e ben 24 morti sul lavoro.
L’impressione era che già a partire dagli anni Novanta, soprattutto verso la metà del decennio, il calcio con cui eravamo cresciuti si stesse ormai avviando verso un percorso completamente diverso. Si cominciò a prendere una serie di decisioni che inflissero i primi colpi mortali a quella che era la nostra passione. Pensiamo all’avvento delle pay tv con i loro anticipi e posticipi, alla sentenza Bosman, al grande potere che iniziarono ad acquisire i procuratori e a uno sport che diventava col tempo sempre più schiavo del dio denaro.
Ritengo che la seconda e definitiva caduta del calcio italiano ci sia stata avuta verso la fine degli anni Novanta, quando ormai il livello tecnico delle squadre in tutte le categorie iniziava ad abbassarsi, gli investimenti nei vivai diminuivano e gli stadi incominciavano a svuotarsi.
Nonostante la vittoria degli azzurri nei mondiali del 2006 – un’altra occasione non sfruttata dalle nostre istituzioni calcistiche –, il campionato italiano era ormai avviato verso l’inesorabile declino che col tempo ci ha portato allo sfacelo che è sotto gli occhi di tutti e sul quale è ormai inutile soffermarsi più di tanto.

 

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Per noi bambini e adolescenti degli anni ’80 e ‘90 la stagione estiva voleva dire vacanze, ma soprattutto calciomercato! Ricordate quando durante i mesi di giugno e luglio leggevamo tutti i giorni i quotidiani sportivi in attesa che la nostra squadra del cuore piazzasse il grande colpo? Ricordate le famose tabelle in cui erano inseriti i nomi degli acquisti, delle cessioni e delle trattative? Molte volte era proprio leggendo i nomi dei calciatori presenti nelle trattative che sognavamo ad occhi aperti, sogni che spesso svanivano dopo poche settimane, ma era bello anche così.
Per carità, il calciomercato esiste ancora oggi, ma ormai è un qualcosa di completamente diverso che non accende più la nostra fantasia così come faceva un tempo.
E’ chiaro che la crisi economica che attraversa il nostro paese ormai da anni, si sia fatta sentire anche nel calcio, e oggi assistiamo ad un mercato fatto di prestiti, scambi e pochissimi colpi ad effetto. A questo bisogna aggiungere che nel calcio moderno anche calciatori tecnicamente normalissimi hanno quotazioni ormai elevatissime, che sinceramente sono fuori dal mondo. Negli anni ottanta e novanta anche squadre di bassa classifica e addirittura di Serie B, potevano permettersi di acquistare dei nazionali. Oggi è sufficiente giocare un paio di partite in nazionale e sei già considerato un fenomeno, e ovviamente fuori dalla portata di società di seconda e terza fascia.
Per non parlare del fatto che spesso durante il calciomercato del mese di gennaio, le squadre vengano letteralmente rivoluzionate con un numero elevatissimo di movimenti, che si rivelano quasi sempre inutili.
Ai tempi del “nostro calcio” c’era il mercato di novembre, e le squadre in difficoltà cercavano di acquistare quei due o tre elementi per rinforzare la rosa nei settori con maggiori lacune sia tecniche che numeriche.
Potrei dilungarmi a lungo sulle altre differenze tra il calciomercato di oggi e quello di oltre vent’anni fa, ma credo che l’immagine della tabella con arrivi e partenze, allegata a questo articolo, valga più di mille parole.
Solo chi ha vissuto quel periodo da ragazzino può capire di quello che sto parlando. Era sicuramente un altro calcio, ma anche un’altra Italia. C’era maggior semplicità, maggior spensieratezza e ci bastava sfogliare un giornale sportivo con “acquisti”, “cessioni” e “trattative” per essere felici. Senza internet, senza telefonini e senza pay-tv.
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Negli anni ‘80 era normale vedere i bellissimi stemmi delle varie società accompagnate dal nome degli sponsor. Parliamo soprattutto di aziende italiane, che a volte erano dei veri e propri colossi ma a volte potevano essere anche delle piccole realtà locali, che cercavano di emergere a livello nazionale. Questi marchi restavano legati alle società calcistiche per diversi anni tanto che l’abbinamento sponsor-squadra veniva praticamente spontaneo. Purtroppo oggi tante di quelle aziende non esistono più ed i rampanti anni ottanta per l’economia italiana sono ormai solo uno sbiadito ricordo ingiallito dal tempo. Nel calcio di oggi, soprattutto in Serie A, le squadre sono sponsorizzate da grandi multinazionali estere che lasciano poco spazio alla fantasia e all’immaginazione.

Come dimenticare gli sponsor dei gelati Gis ed Alaska rispettivamente di Pescara e Lecce? Purtroppo aziende che non esistono più.

Ricordiamo anche l’Avellino sponsorizzata da Dyal detersivi, l’Atalanta per tanti anni dalla Sit-In ed il Verona con Canon e Ricoh fotocopiatrici. Senza dimenticare il Brescia con la sua mitica birra Wuhrer.

Passiamo ora alla Juventus che aveva come sponsor l’Ariston, l’Inter con la bellissima maglia Misura e la Fiorentina che per anni portava in giro per l’Italia e l’Europa il nome dell’aperitivo Crodino, senza dimenticare la Roma sponsorizzata da una grande azienda italiana come la Barilla.

Per i più golosi ricordiamo Mars e Buitoni per il Napoli e poi un grande marchio per la Sampdoria come Phonola. Ma forse uno degli sponsor più nostalgici di quegli anni è quello del Milan che nella prima metà degli anni ottanta esponeva fieramente sulle proprie divise “Olio Cuore”, diventata poi famosa anche per la pubblicità con il mitico salto della staccionata. Menzioniamo anche Sweda per il Torino , Agfa per l’Udinese e chiudiamo in bellezza con gli sponsor di Bari e Cremonese: Cassa di Risparmio di Puglia e Latte Soresina.

Questa ovviamente è solo una parte, ma se ne ricordate degli altri fatevi avanti!

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