Era il 25 novembre della Stagione 1990/91 quando Bari e Juventus si affrontarono per la decima giornata di serie A.

L’inizio del campionato dalla nuova Juve di Maifredi fu molto positivo; infatti i bianconeri arrivarono a Bari imbattuti e reduci da tre vittorie consecutive in cui rifilarono quattro gol all’Inter e cinque alla Roma.

Il risultato finale di Bari-Juventus appariva quasi scontato, anche perchè i pugliesi avevano diverse assenze importanti come ad esempio quelle di Loseto, Joao Paulo e Răducioiu, tre titolari della compagine allenata da Salvemini.

Le squadre si schierarono in campo con le seguenti formazioni:

Bari: Biato, Brambati, Carrera, Maccoppi, Terracenere, Gérson, Laureri, Lupo, Di Gennaro, Maiellaro, Soda. All. Salvemini

Juventus: Tacconi, Luppi, Bonetti, De Marchi, De Agostini, Corini, Hässler, Marocchi, Fortunato, Baggio, Schillaci. All. Maifredi

Allo stadio San Nicola c’era il pubblico delle grandi occasioni, oltre 58.000 spettatori.

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Il Bari, trascinato dai suoi tifosi, iniziò il match a ritmi elevatissimi e con marcature a uomo asfissianti, con Maccoppi e Brambati che francobollarono Schillaci e Baggio. I pugliesi passarono subito in vantaggio: un grande assist di Maiellaro, protagonista di una partita sontuosa, innescò Soda che con un’azione personale riuscì a trafiggere Tacconi. Il San Nicola a quel punto diventò una bolgia.

Il Bari era scatenato: ancora una volta fu Maiellaro ad inventarsi un bellissimo assist per la corrente Soda anticipato da un goffo intervento di De Marchi, che realizzò il più classico degli autogol. Dopo mezz’ora di gioco il Bari era già in vantaggio per 2-0. Una vera doccia fredda per i ragazzi allenati da Maifredi.

I biancorossi andarono vicini anche alla terza rete, ma un bel tiro di Terracenere si stampò sul palo.

Nel secondo tempo la Juventus si svegliò e iniziò ad aumentare il ritmo: prima Hassler ci provò con un gran tiro dalla distanza, poi Baggio colpì il palo su punizione. Il Bari respinse colpo sul colpo grazie ad una difesa granitica e alla grande prestazione di Biato, protagonista di due interventi determinanti.

Negli ultimi minuti uno scatenato Pietro Maiellaro sfiorò il gol con un gran tiro dal limite deviato da Tacconi.

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Il numero dieci del Bari fu indiscutibilmente il migliore in campo vincendo nettamente la sfida con Roberto Baggio. Sulla Gazzetta dello Sport Maiellaro fu valutato con 8, voto forse anche stretto per la partita incredibile disputata del calciatore pugliese.

Il match si concluse con la meritatissima vittoria dei galletti. Prima sconfitta in campionato per la Juventus e primo campanello d’allarme per Maifredi.

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Era il 13 Settembre 1992, si giocava la seconda giornata del campionato di Serie A.

Allo stadio Adriatico di Pescara si disputava il match Pescara-Milan, una partita spettacolare e ricca di gol, sicuramente tra le più divertenti e spettacolari della stagione. Entrambe le squadre avevano vinto la prima partita: gli abruzzesi superarono a sorpresa la Roma in trasferta, invece i rossoneri ebbero la meglio sul Foggia di Zeman.

Le due compagini si schierarono in campo con le seguenti formazioni:

PESCARA: Savorani, Sivebaek (46′ Alfieri), Nobile, Dicara, Righetti, Mendy, Ferretti, Allegri, Borgonovo, Sliskovic (46′ Palladini), Massara All.: Galeone

MILAN: Antonioli, Tassotti, P. Maldini, Eranio (56′ Massaro), Costacurta, Baresi II, Lentini I (46′ Evani), Rijkaard, Van Basten, Savicevic, Donadoni All.: Capello

Dopo 11 minuti le squadre erano già sul 2-2! Un avvio incredibile.

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Il Pescara grazie ad una doppietta di Allegri, a un gol di Massara e a un autogol di Baresi si portò addirittura sul 4-2. Per il neopromosso Pescara di Galeone un sogno che diventava realtà. Ma Van Basten non fu d’accordo, e in due minuti realizzò una doppietta grazie alla quale i rossoneri pareggiarono i conti. Si andò al riposo sul 4-4. Nella ripresa fu ancora una volta il fuoriclasse olandese, una tripletta per lui, a portare in vantaggio gli uomini di Capello, Il match terminò con il risultato di 4-5.

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I tifosi pescaresi, che avevano cullato il sogno della vittoria, tornarono a casa tristi per la sconfitta ma allo stesso tempo orgogliosi della propria squadra. Per Galeone il grande rammarico di aver segnato quattro gol ad una corazzata come il Milan, impresa difficilissima a quei tempi, e di non aver guadagnato nemmeno un punto.

Curiosità: tra i marcatori, e migliori in campo, di quella gara c’erano  Allegri e Massara, diversi anni dopo il loro destino professionale si legherà proprio a quello del Milan.

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L’Italia allenata da Cesare Maldini arrivava alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 come campione d’Europa in carica. Gli azzurri potevano contare su una rosa di alto livello ed erano considerati tra i favoriti per una medaglia.

La squadra era formata da tre fuori quota: Pagliuca, Crippa e Branca, e da calciatori del calibro di Cannavaro, Nesta, Galante, Del Vecchio, Buffon, Tommasi, Morfeo, Lucarelli e tanti altri giovani talenti. Ci sarebbe dovuto essere anche Panucci, ma il difensore del Milan si infortunò proprio durante la preparazione alle Olimpiadi, al suo posto fu convocato Sartor.

L’Italia fu inserita nel gruppo C con Ghana, Corea del Sud e Messico. Un girone sulla carta abbordabile, ma che purtroppo si rivelò essere molto più complicato del previsto.

Gli azzurri iniziarono la loro avventura olimpica contro il Messico, il match fu giocato il 21 luglio. Sin dalle prime battute fu chiaro come i messicani corressero il doppio rispetto ai nostri. Cannavaro e compagni furono in difficoltà per tutta la partita, e a cinque minuti dalla fine i messicani passarono in vantaggio con un preciso tiro di Palencia. Una sconfitta pesante per i ragazzi di Maldini, che da quel momento in poi non potevano più sbagliare.

Due giorni dopo ad attendere gli azzurri c’era il temibile Ghana. Una partita determinante in chiave qualificazione, visto che la compagine africana aveva perso la gara d’esordio contro la Corea del Sud.

Gli azzurri partirono bene trascinati dall’esperienza di Crippa e Branca. Fu proprio l’attaccante dell’Inter a portare in vantaggio i nostri all’ 8′ con un bel destro al volo, sfruttando al meglio un bellissimo assist di Nesta proveniente dalla sinistra. Purtroppo il vantaggio durò poco più di cinque minuti; infatti Saba con una botta violentissima da trenta metri superò Pagliuca.

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Al 44′ l’Italia ebbe nuovamente l’opportunità di riportarsi in vantaggio: Crippa, dopo una bella iniziativa personale, venne steso in area guadagnando un calcio di rigore. Dal dischetto Branca trasformò con tranquillità, la squadra di Maldini chiuse il primo tempo in vantaggio.

Al 65′ ecco l’episodio che condizionò in maniera negativa il match degli azzurrini: Galante si fece sorprendere da un rimpallo e contrastò in area l’attaccante ghanese. L’arbitro spagnolo García-Aranda fischiò rigore ed espulsione. Ahinful trasformò il penalty.

Per l’Italia, a quel punto, la situazione si fece complicatissima, Crippa e compagni erano sul 2-2 e con un uomo in meno. Alla fine della partita mancavano ancora venticinque minuti, con il Ghana che sembrava essere in condizioni fisiche decisamente migliori rispetto a quelle dei nostri.

Al 74′ ci fu la rete del vantaggio della squadra africana, fu ancora Saba con uno splendido tiro a superare Pagliuca. I calciatori italiani cercarono di reagire, ma lo fecero in maniera confusa. L’avventura degli azzurri alle Olimpiadi era già terminata dopo soltanto due partite.

Nell’ultimo match del girono la compagine italiana superò la Corea del Sud grazie ad una doppietta di Branca, sempre lui, che con quattro gol fu il bomber della squadra e l’unico giocatore azzurro ad essere riuscito a far gol in quella competizione.

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Per la squadra olimpica italiana, dopo la delusione di quattro anni prima a Barcellona, un’altra partecipazione incolore alle Olimpiadi. L’impressione fu che i nostri arrivarono ad Atlanta già abbastanza spremuti, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista mentale. Anche le convocazioni e le scelte di Cesare Maldini non convinsero del tutto, ad esempio sprecare un fuori quota per convocare un portiere quando in rosa hai Buffon, già portiere titolare del Parma, sembrò uno spreco. Così come apparve discutibile la scelta di lasciare a casa Signori e Protti, entrambi capocannonieri della serie A 1995/96. Uno dei due avrebbe fatto sicuramente comodo. Senza dimenticare che c’era anche un certo Gianluca Vialli, che aveva dato la sua disponibilità per partecipare alle Olimpiadi.

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Nell’estate del 1991 Giovanni Trapattoni lasciò la panchina dell’Inter dopo un ciclo vincente; infatti i nerazzurri in pochi anni avevano vinto uno scudetto, una Coppa Uefa e una Supercoppa italiana.

Al posto del Trap arrivò Corrado Orrico, ex allenatore della Lucchese e famoso per la sua “gabbia”, un particolare tipo di allenamento inventato dal mister toscano. Quella di Orrico fu un’autentica scommessa della società del presidente Pellegrini, una scommessa che a distanza di anni possiamo dire essere stata un po’ azzardata.

Orrico giocava in una maniera diametralmente opposta rispetto a Trapattoni, con una difesa a zona, pressing ed in generale con un modulo offensivo. Inoltre il mister ex Lucchese non aveva mai gestito un gruppo di prime donne come quello dell’Inter e quindi anche la gestione di calciatori del genere era un’incognita.

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Molti addetti ai lavori nella scelta di Pellegrini avevano visto un modo per scimmiottare la fortunata scelta del Milan con Sacchi e quella meno fortunata della Juve con Maifredi. In realtà c’erano delle differenze: Orrico aveva già 51 anni, era già un tecnico molto esperto, e in A aveva allenato l’Udinese nella stagione 1979/80. Dopo una carriera caratterizzata da alti e bassi, Orrico si rilanciò nella Lucchese. Con i toscani il buon Corrado vinse il campionato di C1 e nella serie B 1990/91 arrivò a soli due punti dalla promozione in serie A.

Orrico ereditò da Trapattoni una squadra che appariva alla fine di un ciclo, tra l’altro anche il mercato estivo fu abbastanza povero: arrivarono Marcello Montanari dalla Lucchese, un fedelissimo del tecnico toscano, Angelo Orlando, il centrocampista della Roma Stefano Desideri, Massimo Ciocci, che ritornava dal prestito al Cesena, e in prestito dalla Juve il giovane Dino Baggio.

L’ Inter apparve in difficolta sin dall’inizio della stagione, terribile per i nerazzurri soprattutto il periodo di fine settembre quando prima persero 2-1 la partita d’andata del primo turno di Coppa Uefa contro il Boavista, e poi furono sconfitti nettamente in casa della Sampdoria 4-0.

Da quel momento in poi la stagione dei ragazzi di Orrico diventò complicatissima. I nerazzurri furono eliminati al primo turno della Coppa Uefa; infatti a San Siro nella gara di ritorno contro il Boavista non riuscirono ad andare oltre lo 0-0 e in campionato Bergomi e compagni si resero protagonisti di una sfilza di pareggi e di vittorie risicate contro squadre che lottavano per non retrocedere. Nonostante tutto l’Inter era ancora in zona Uefa, ma il 19 gennaio, all’ultima giornata del girone d’andata, arrivò la partita che pose fine all’avventura del tecnico toscano sulla panchina dell’Inter. Atalanta-Inter terminò 1-0 in favore dei bergamaschi grazie ad una rete realizzata dall’attaccante brasiliano Bianchezi.

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Orrico, scuro in volta, si presentò in sala stampa rassegnando le dimissioni. Un gesto coerente da parte dell’allenatore dell’Inter, che si assunse tutte le responsabilità.

Responsabilità che in realtà non furono soltanto le sue, che ad onor del vero non fu messo nelle condizioni ideali per rendere al meglio e che per quanto riguarda il calciomercato, a parte l’acquisto di Montanari, non fu mai accontentato.

Su quell’Inter nel nostro libro “L’Altro calcio anni ottanta e novanta” (Edizioni Ultra sport) Massimo Ciocci, attaccante dell’Inter, ha ricordato quella difficile esperienza: «Ritornai all’Inter con grande entusiasmo e molte aspettative, ma purtroppo capitai nel momento sbagliato. La squadra era in una fase di cambiamento con un allenatore nuovo ed una squadra che appariva essere alla fine di un ciclo. Gli stessi tedeschi (Matthaus, Brehme e Klinsmann) erano al loro ultimo anno ed avevano ormai già dato tutto nei campionati precedenti. Con mister Orrico avevo un buon rapporto, ma purtroppo le sue idee tattiche il più delle volte erano in contrasto con tutto l’ambiente. Fu un’annata storta in tutti i sensi e naturalmente in quel clima difficile non riuscii ad esprimermi al meglio. Fu un vero peccato, anche perché il mister mi faceva giocar spesso, ma le cose non andarono nel verso giusto».

La panchina dell’ Inter, dopo l’esonero di Orrico, venne affidata a Luis Suarez, anche questa una scelta azzardata visto che l’ex gloria nerazzurra non allenava una squadra di club da quasi 15 anni. L’Inter col tecnico spagnolo fece peggio rispetto al periodo di Orrico chiudendo il campionato all’ottavo posto, fuori dalle coppe ed eliminata dalla Juventus in Coppa Italia ai quarti di finale.

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La Serie B della stagione 1993/94 fu uno dei campionati con il livello tecnico più alto nella storia della cadetteria. Una delle cause fu sicuramente la retrocessione in B della Fiorentina, che poteva contare su un’autentica corazzata con calciatori del calibro di Batistuta, Effenberg, Baiano, Pioli, Iachini e tanti altri giocatori che avevano le qualità per poter giocare tranquillamente in serie A.

In realtà quello più che un campionato cadetto sembrava essere una vera e propria serie A2. Basterebbe dare un’occhiata alla classifica dei marcatori per capire il livello tecnico di quel torneo. Ecco i nomi degli attaccanti più prolifici della serie B 1993-94: Agostini, Bierhoff, Batistuta, Galderisi, Scarafoni, Carnevale, Tovalieri, Chiesa, Inzaghi, Vieri e Hubner. Senza dimenticare giocatori di livello internazionale come Hagi e il già citato Effenberg, un livello pazzesco.

Il campionato fu vinto, come da pronostico, dalla Fiorentina. Anche se l’inizio della stagione per i viola non fu affatto semplice. Batistuta e compagni vennero fuori alla distanza mettendo in mostra la loro indiscutibile qualità ed esperienza, e due giovani molto interessanti come Robbiati e Banchelli, che si ritagliarono un ruolo importante nello scacchiere tattico di Claudio Ranieri.

Le altre tre squadre promosse furono Bari, Brescia e Padova.

I pugliesi potevano contare su un reparto offensivo di altissimo livello con gente come Tovalieri, Protti, Joao Paulo e il tornante Gautieri, calciatori che erano un autentico lusso per la cadetteria.

Il Brescia, allenato dal rumeno Lucescu, aveva in rosa il grande Gheorghe Hagi e giocatori importanti come Sabau, Neri, Schenardi e gli esperti Bonometti e Lerda.

A concludere il poker delle squadre promosse in A c’era il Padova, che vinse lo spareggio promozione contro il Cesena. I veneti, allenati da Sandreani, avevano in rosa calciatori di grande affidabilità come il portiere Bonaiuti, il centrocampista Longhi, il difensore Cuicchi, e in fase offensiva potevano contare su elementi come gli esperti Galderisi e Simonetta e il giovane Pippo Maniero.

Tra le soprese di quel campionato vi fu sicuramente la Fidelis Andria allenata da Attilio Perotti, che disputò una stagione importante quasi sempre a ridosso della zona promozione. Tra i punti di forza di quella squadra c’erano il portiere Mondini e lo stopper Roberto Ripa, entrambi in seguito disputeranno ottimi campionati anche in serie A.

Per quanto riguarda la zona retrocessione, finirono in C Monza, Modena, Ravenna e Pisa. La squadra toscana del presidentissimo Romeo Anconetani perse lo spareggio salvezza contro l’Acireale di mister Papadopulo e del bomber Orazio Sorbello.

E’ chiaro come ogni paragone con la Serie B attuale sarebbe improponibile; infatti pensare di rivedere nel campionato cadetto fuoriclasse di livello internazionale, come accaduto nel 1993, è pura utopia. 

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Faccio parte di quella generazione che ha vissuto da bambino il calcio degli anni ‘80 e da adolescente quello degli anni ‘90. Qual è il motivo che spinge i miei coetanei a rimpiangere il calcio di quegli anni? Credo di averlo spiegato, o almeno ci ho provato, nell’introduzione del mio primo libro “L’altro calcio anni ottanta e novanta” (edizioni Ultra).

Il calcio negli ultimi vent’anni è cambiato tanto, a mio avviso in peggio, perdendo completamente il suo lato romantico e popolare. Oggi questo sport è legato quasi esclusivamente a dinamiche di mercato e a tutti quegli aspetti economici che sono in netta antitesi con i valori che uno sport come questo dovrebbe esprimere.
Cosa mi manca di quel calcio? Mi manca l’alto livello tecnico dei calciatori, gli stadi pieni, la schedina del Totocalcio, le partite tutte nella stessa giornata e alla stessa ora, ascoltare le radiocronache e guardare 90° minuto condotto da Paolo Valenti. Potrei continuare, ma mi fermo qui.
Ovviamente era anche un’altra Italia, regnava un’atmosfera completamente diversa. Finita l’epoca buia del terrorismo, una buona ripresa economica aprì le porte a un decennio di ottimismo e spensieratezza.
Questa atmosfera positiva si riversò anche nel calcio, e fu proprio in quegli anni che nella nostra serie A sbarcarono i più grandi fuoriclasse del mondo: Zico, Maradona, Rummenigge, Platini, Falcao, Socrates, Briegel, Boniek… la lista sarebbe lunghissima, ma credo che già bastino questi nomi per dare l’idea del livello stratosferico del campionato italiano di allora.
A noi bambini e adolescenti il calcio trasmetteva sensazioni oggi inimmaginabili, forse anche perché all’epoca c’era più semplicità. Parliamo di una generazione cresciuta senza telefonini, senza internet e senza le Pay Tv.
Noi le partite le ascoltavamo alla radio, nella mitica trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, affezionandoci alle voci di grandi giornalisti come Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Riccardo Cucchi, Livio Forma, Carlo Nesti: nomi che hanno accompagnato gli anni più belli della nostra vita.
Dopo aver ascoltato le radiocronache eravamo pronti a sintonizzarci su Rai Uno per vedere le immagini delle partite trasmesse da 90° minuto, condotto magistralmente da Paolo Valenti. Un vero e proprio rito che si ripeteva tutte le domeniche e che coinvolgeva la maggior parte delle famiglie italiane.
Anche molti dei nostri giochi erano legati al calcio: pensiamo a tutto quello che si creava intorno al mondo delle figurine, quando passavamo interi pomeriggi ad attaccare le immagini dei nostri idoli sugli album o quando sui banchi di scuola, durante la ricreazione, per arricchire la collezione giocavamo allo “schiaffetto”. E come dimenticare i tiratissimi tornei di Subbuteo a casa di amici e cugini?
Un doveroso ricordo va anche alla schedina del Totocalcio. Quanti episodi della nostra vita sono legati a quel semplice foglietto di carta? In un’epoca in cui nel nostro Paese le scommesse sportive non erano ancora legalizzate, realizzare un tredici era il sogno di ogni italiano.
Purtroppo tutto questo ci porta indietro a un mondo che non esiste più, spazzato via da un capitalismo sfrenato che ovviamente ha coinvolto anche il pianeta calcio a livello mondiale.
Per quanto mi riguarda la prima fase di decadenza del calcio cosiddetto romantico è rappresentata dai Mondiali di Italia ’90. Quando penso a quel torneo provo sensazioni contrastanti: da un lato ho ricordi bellissimi legati all’atmosfera carica di passione e ottimismo che si respirava nelle città italiane, dall’altro ancora oggi provo una tristezza infinita ripensando a quella maledetta semifinale Italia-Argentina, che ci vide uscire mestamente da una competizione in cui avevamo davvero tutto per vincere. Le mie prime e uniche lacrime versate per il calcio sono legate proprio a quella partita.
Non dimenticherò mai quel gol di Caniggia e l’ultimo rigore fallito da Serena, in una partita stregata in cui un’Italia fortissima, che fino a quel momento aveva sempre vinto senza subire gol, venne eliminata da un’Argentina che in realtà era lontana parente di quella che quattro anni prima aveva trionfato in Messico. Evidentemente doveva andare così, ma fu un epilogo amarissimo.
Italia ’90 rappresentò anche una grande occasione mancata per tutto il nostro movimento calcistico. In quel periodo era necessario ridare slancio al calcio del Bel Pese con strutture moderne che strizzassero l’occhio al futuro. Si era creata la ghiotta opportunità di costruire finalmente degli stadi moderni che potessero anche essere utilizzati per manifestazioni extra sportive, ma purtroppo vennero solo messe in piedi delle vere e proprie cattedrali nel deserto, strutture che di moderno non avevano praticamente nulla. Inoltre ci furono sprechi di denaro enormi, opere incompiute e ben 24 morti sul lavoro.
L’impressione era che già a partire dagli anni Novanta, soprattutto verso la metà del decennio, il calcio con cui eravamo cresciuti si stesse ormai avviando verso un percorso completamente diverso. Si cominciò a prendere una serie di decisioni che inflissero i primi colpi mortali a quella che era la nostra passione. Pensiamo all’avvento delle pay tv con i loro anticipi e posticipi, alla sentenza Bosman, al grande potere che iniziarono ad acquisire i procuratori e a uno sport che diventava col tempo sempre più schiavo del dio denaro.
Ritengo che la seconda e definitiva caduta del calcio italiano ci sia stata avuta verso la fine degli anni Novanta, quando ormai il livello tecnico delle squadre in tutte le categorie iniziava ad abbassarsi, gli investimenti nei vivai diminuivano e gli stadi incominciavano a svuotarsi.
Nonostante la vittoria degli azzurri nei mondiali del 2006 – un’altra occasione non sfruttata dalle nostre istituzioni calcistiche –, il campionato italiano era ormai avviato verso l’inesorabile declino che col tempo ci ha portato allo sfacelo che è sotto gli occhi di tutti e sul quale è ormai inutile soffermarsi più di tanto.

 

 

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Per noi bambini e adolescenti degli anni ’80 e ‘90 la stagione estiva voleva dire vacanze, ma soprattutto calciomercato! Ricordate quando durante i mesi di giugno e luglio leggevamo tutti i giorni i quotidiani sportivi in attesa che la nostra squadra del cuore piazzasse il grande colpo? Ricordate le famose tabelle in cui erano inseriti i nomi degli acquisti, delle cessioni e delle trattative? Molte volte era proprio leggendo i nomi dei calciatori presenti nelle trattative che sognavamo ad occhi aperti, sogni che spesso svanivano dopo poche settimane, ma era bello anche così.
Per carità, il calciomercato esiste ancora oggi, ma ormai è un qualcosa di completamente diverso che non accende più la nostra fantasia così come faceva un tempo.
E’ chiaro che la crisi economica che attraversa il nostro paese ormai da anni, si sia fatta sentire anche nel calcio, e oggi assistiamo ad un mercato fatto di prestiti, scambi e pochissimi colpi ad effetto. A questo bisogna aggiungere che nel calcio moderno anche calciatori tecnicamente normalissimi hanno quotazioni ormai elevatissime, che sinceramente sono fuori dal mondo. Negli anni ottanta e novanta anche squadre di bassa classifica e addirittura di Serie B, potevano permettersi di acquistare dei nazionali. Oggi è sufficiente giocare un paio di partite in nazionale e sei già considerato un fenomeno, e ovviamente fuori dalla portata di società di seconda e terza fascia.
Per non parlare del fatto che spesso durante il calciomercato del mese di gennaio, le squadre vengano letteralmente rivoluzionate con un numero elevatissimo di movimenti, che si rivelano quasi sempre inutili.
Ai tempi del “nostro calcio” c’era il mercato di novembre, e le squadre in difficoltà cercavano di acquistare quei due o tre elementi per rinforzare la rosa nei settori con maggiori lacune sia tecniche che numeriche.
Potrei dilungarmi a lungo sulle altre differenze tra il calciomercato di oggi e quello di oltre vent’anni fa, ma credo che l’immagine della tabella con arrivi e partenze, allegata a questo articolo, valga più di mille parole.
Solo chi ha vissuto quel periodo da ragazzino può capire di quello che sto parlando. Era sicuramente un altro calcio, ma anche un’altra Italia. C’era maggior semplicità, maggior spensieratezza e ci bastava sfogliare un giornale sportivo con “acquisti”, “cessioni” e “trattative” per essere felici. Senza internet, senza telefonini e senza pay-tv.
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Analizziamo la classifica marcatori della serie A 1994/95, una stagione che vide la vittoria dello scudetto della Juventus, che tornò a vincere il campionato dopo nove anni di digiuno.

Tra i primi dieci cannonieri troviamo ben otto italiani e soltanto due calciatori stranieri (Balbo e Batistuta). Inutile dire che oggi ammirare una classifica marcatori con un numero così alto di bomber nostrani sarebbe praticamente impossibile.

Il capo cannoniere fu il grande Gabriel Batistuta. L’argentino dopo aver disputato un campionato di serie B con la Fiorentina, fu protagonista di una grande stagione realizzando 26 reti e dimostrando di essere ormai diventato quel fuoriclasse che avrebbe potuto risollevare le sorti della compagine viola dopo anni difficili. Al secondo posto con 22 gol posto ecco un altro argentino: Abel Balbo della Roma, che negli anni novanta segnava con una continuità disarmante.

Chiudevano il podio della classifica marcatori, con 19 reti a testa, Ruggiero Rizzitelli del Torino e Gianfranco Zola del Parma, quest’ultimo dopo la delusione del mondiale di Usa ‘94 riuscì a riscattarsi immediatamente mettendo in luce tutto il suo talento. Calciatore che forse avrebbe meritato maggior considerazione durante i campionati del mondo.

A quota 17 gol ecco un bel quartetto di attaccanti italiani: Sandro Tovalieri, Gianluca Vialli, Beppe Signori e Marco Simone. Tovalieri in quel campionato realizzò il suo record personale di reti in Serie A, Vialli e Signori ancora una volta confermarono di essere tra i migliori bomber italiani e Marco Simone, nonostante la concorrenza spietata presente nel Milan, riuscì a disputare la sua migliore stagione in maglia rossonera.

Con 15 gol ecco “penna bianca” Fabrizio Ravanelli, che superò di una lunghezza Enrico Chiesa, una delle rivelazioni di quel campionato, che siglò 14 reti con la maglia della Cremonese aiutando la compagine lombarda a conquistare una meritatissima salvezza.

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Negli anni ’80 e ’90 nella nostra serie A arrivavano i migliori calciatori del panorama mondiale. Questo riguardava non solo le grandi squadre, ma anche compagini medio-piccole in cui spesso venivano acquistati giocatori stranieri di qualità, che facevano parte dello loro rispettive nazionali.

Ecco una breve carrellata dei calciatori stranieri presenti in serie A nella stagione 1990/91, quando esisteva ancora la limitazione di massimo tre stranieri per squadra.

L’Atalanta si presentava ai nastri di partenza del campionato con il “solito” svedese Stromberg, ormai un pilastro della squadra, e due attaccanti di altissimo livello come il brasiliano Evair e l’argentino Caniggia, quest’ultimo grande protagonista ai mondiali di Italia ‘90. Il Bari, oltre ai confermatissimi brasiliani Gerson e Joao Paulo, per completare l’attacco aveva acquistato il rumeno Florin Raducioiu, calciatore di grande caratura tecnica ma che dal punto di vista realizzativo dimostrò in seguito diverse lacune. Il Bologna utilizzò in tutto quattro stranieri: la stella ungherese Detari, il bulgaro Iliev, lo svizzero Türkyılmaz ed il tedesco Waas.

Il Cagliari poteva contare su un grandissimo trio uruguaiano composto da Francescoli, calciatore di classe infinita, Herrera ed il giovane attaccante Fonseca, che agli ultimi campionati del mondo aveva dimostrato tutte le sue qualità. Il Cesena poteva annoverare tra le sue file Amarildo, Jozic e lo svedese Holmqvist.

La Fiorentina, allenata dal brasiliano Lazaroni, oltre alle conferme di Dunga e Kubik acquistò la punta rumena Lacatus, calciatore che arrivava in Toscana con numeri importanti ma che in Italia fu una mezza delusione. Il Genoa di Osvaldo Bagnoli poteva schierare tre stranieri che erano una vera e propria garanzia: il fortissimo attaccante Aguilera, il mitico terzino brasiliano Branco (micidiali le sue punizioni) ed il vice-capocannoniere di Italia ‘90, il cecoslovacco Tomáš Skuhravý.

L’Inter confermò in blocco i suoi tre tedeschi Matthaus, Brehme e Klinsmann, così come il Milan fece con i suoi tre fuoriclasse olandesi Van Basten, Gullit e Rijkaard, d’altra parte come dargli torto…

La Juventus targata Gigi Maifredi optò per il brasiliano Julio Cesar, difensore proveniente dal Montpellier, e per il talentuoso centrocampista tedesco Thomas Hassler. La Lazio riconfermò il solido centrocampista argentino Troglio ed in avanti aveva una coppia d’attacco da far tremare i polsi: Ruben Sosa-Riedle. Il Lecce, allenato da un giovane Boniek, acquistò dalla Juve Sergeij Alejnikov e dal Vasco da Gama l’interessante Mazinho, oltre a loro c’era l’attaccante argentino Pasculli, che ormai nella città salentina era un vera e propria istituzione.

Anche il Napoli, come Milan e Inter, confermò in blocco i suoi talenti (Maradona, Alemao e Careca). Il neoprosso Parma scelse un trio nuovo di zecca: il portiere brasiliano Taffarel (primo portiere straniero nella storia della Serie A), il belga Grun, protagonista sia ai mondiali di Mexico ‘86 che di Italia ‘90 ed il talentuoso svedese Brolin. Il Pisa puntò sui giovani argentini Simeone e Chamot, sull’olandese Been e sul danese Larsen, calciatore che due anni dopo vinse i campionati europei con la sua Danimarca.

La Roma poteva contare su calciatori di grande affidabilità come i tedeschi Voller e Berthold ed il difensore brasiliano Aldair. La Sampdoria dopo le riconferme di Katanec e del mitico Cerezo, riuscì a strappare a mezza Europa il calciatore sovietico Oleksij Mychajlyčenko, che però non riuscì mai ad adattarsi al nostro campionato. Per concludere, il Torino allenato da Emiliano Mondonico oltre agli attaccanti Skoro e Muller, riuscì a mettere a segno un grande colpo di mercato: l’ex calciatore del Real Madrid e della nazionale spagnola Martin Vazquez.

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Oggi abbiamo avuto il piacere di ascoltare Daniele Carnasciali ex terzino della Fiorentina e della nazionale. 

Lei è arrivato alla Fiorentina dal Brescia nella stagione 1992-93. In quel campionato la società viola fu protagonista di una campagna acquisti importante; infatti oltre a lei arrivarono giocatori come Effenberg, Brian Laudrup e Baiano. Dopo un avvio di campionato positivo ci fu il sorprendente esonero di Radice e l’arrivo di Agroppi. Da quel momento iniziò il tracollo della Fiorentina e la retrocessione in B. La causa di quella retrocessione fu esclusivamente da addebitare al cambio di allenatore o c’erano anche altri problemi?

In quel campionato stavamo facendo molto bene e fino al mese di Gennaio eravamo in piena zona Uefa. La svolta negativa avvenne con l’esonero di Radice dopo la sconfitta contro l’Atalanta, dove tra l’altro avevamo disputato un’ottima partita e perdemmo solo per colpa di un episodio sfortunato. Con il cambio di allenatore iniziammo ad avere diversi problemi a livello tattico. Soprattutto i nuovi arrivati Laudrup ed Effenberg, che fino a quel momento erano stati fondamentali per il nostro gioco, ebbero grosse difficoltà ad adattarsi al cambio di modulo attuato da Agroppi. Fu questa la causa principale di quella clamorosa retrocessione, perché per il resto lo spogliatoio era unito e dal punto di vista tecnico eravamo forti.

Nella sua carriera con la Fiorentina, con cui ha giocato fino al 1997, a quali ricordi è maggiormente legato?

I momenti più belli con la maglia viola sono stati sicuramente la vittoria della Coppa Italia nella stagione 1995-96 e la vittoria della Supercoppa nella stagione successiva dove in finale riuscimmo a battere il Milan con una doppietta di Batistuta. Poi non posso dimenticare la convocazione in nazionale nella mia prima stagione in Serie A. Fu una grandissima soddisfazione.

Ai tempi di Arrigo Sacchi è stato nel giro della nazionale. Addirittura fu convocato dal mister di Fusignano quando con la Fiorentina giocava in Serie B. In quegli anni si aspettava di esser preso maggiormente in considerazione per eventi importanti come i mondiali del 1994 e gli europei del 1996?

Il rammarico più grande è per USA ‘94. Con la Fiorentina stavo facendo molto bene e Arrigo Sacchi mi convocò più di una volta, ma probabilmente fu proprio il fatto di giocare in Serie B a penalizzarmi. Evidentemente il mister non se la sentì di portare al mondiale un calciatore che proveniva dalla serie cadetta. Se fossi rimasto in A molto probabilmente le cose sarebbero andate diversamente, ma a Firenze mi trovavo bene e ho preferito scendere di categoria. Successivamente con l’addio di Sacchi alla nazionale e l’arrivo di Cesare Maldini non ho più avuto spazio in maglia azzurra.

Cosa ne pensa dal punto di vista tecnico del calcio di oggi? Non crede che in Italia in questo momento vi sia una certa sopravvalutazione di alcuni calciatori ed un forte abbassamento del livello tecnico sia in Serie A che nelle serie inferiori?

Purtroppo oggi si punta poco sulla qualità tecnica, conta molto di più la fisicità di un calciatore. Quando ho iniziato a giocare era l’esatto contrario: l’aspetto tecnico era molto più importante rispetto a quello atletico. E’ un calcio molto diverso, ormai è diventato soprattutto mediatico e quindi tutto viene amplificato.

Lavora ancora nel mondo del calcio?

Ho completamente lasciato il mondo del calcio. La mia è stata una scelta ben precisa. Dopo aver smesso di giocare le proposte non mancavano, ma ho preferito fare altro. La mia avventura in questo sport è finita quando ho appeso gli scarpini al chiodo.

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