Era il 25 novembre della Stagione 1990/91 quando Bari e Juventus si affrontarono per la decima giornata di serie A.

L’inizio del campionato dalla nuova Juve di Maifredi fu molto positivo; infatti i bianconeri arrivarono a Bari imbattuti e reduci da tre vittorie consecutive in cui rifilarono quattro gol all’Inter e cinque alla Roma.

Il risultato finale di Bari-Juventus appariva quasi scontato, anche perchè i pugliesi avevano diverse assenze importanti come ad esempio quelle di Loseto, Joao Paulo e Răducioiu, tre titolari della compagine allenata da Salvemini.

Le squadre si schierarono in campo con le seguenti formazioni:

Bari: Biato, Brambati, Carrera, Maccoppi, Terracenere, Gérson, Laureri, Lupo, Di Gennaro, Maiellaro, Soda. All. Salvemini

Juventus: Tacconi, Luppi, Bonetti, De Marchi, De Agostini, Corini, Hässler, Marocchi, Fortunato, Baggio, Schillaci. All. Maifredi

Allo stadio San Nicola c’era il pubblico delle grandi occasioni, oltre 58.000 spettatori.

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Il Bari, trascinato dai suoi tifosi, iniziò il match a ritmi elevatissimi e con marcature a uomo asfissianti, con Maccoppi e Brambati che francobollarono Schillaci e Baggio. I pugliesi passarono subito in vantaggio: un grande assist di Maiellaro, protagonista di una partita sontuosa, innescò Soda che con un’azione personale riuscì a trafiggere Tacconi. Il San Nicola a quel punto diventò una bolgia.

Il Bari era scatenato: ancora una volta fu Maiellaro ad inventarsi un bellissimo assist per la corrente Soda anticipato da un goffo intervento di De Marchi, che realizzò il più classico degli autogol. Dopo mezz’ora di gioco il Bari era già in vantaggio per 2-0. Una vera doccia fredda per i ragazzi allenati da Maifredi.

I biancorossi andarono vicini anche alla terza rete, ma un bel tiro di Terracenere si stampò sul palo.

Nel secondo tempo la Juventus si svegliò e iniziò ad aumentare il ritmo: prima Hassler ci provò con un gran tiro dalla distanza, poi Baggio colpì il palo su punizione. Il Bari respinse colpo sul colpo grazie ad una difesa granitica e alla grande prestazione di Biato, protagonista di due interventi determinanti.

Negli ultimi minuti uno scatenato Pietro Maiellaro sfiorò il gol con un gran tiro dal limite deviato da Tacconi.

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Il numero dieci del Bari fu indiscutibilmente il migliore in campo vincendo nettamente la sfida con Roberto Baggio. Sulla Gazzetta dello Sport Maiellaro fu valutato con 8, voto forse anche stretto per la partita incredibile disputata del calciatore pugliese.

Il match si concluse con la meritatissima vittoria dei galletti. Prima sconfitta in campionato per la Juventus e primo campanello d’allarme per Maifredi.

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Nella stagione 1993-1994 la Sampdoria era reduce da un campionato difficile chiuso al settimo posto e fuori dalle coppe.

La squadra allenata da Eriksson doveva cercare di riaprire un ciclo e per questo aveva bisogno di calciatori esperti, di personalità, e di livello internazionale. La società del Presidente Mantovani fu protagonista di un ottimo calciomercato rinforzandosi con tre pezzi da novanta: Gullit, Platt ed Evani.

Gullit ed Evani, dopo le grandi stagioni vissute al Milan, cercavano di rivivere una seconda giovinezza in maglia blucerchiata e ci riuscirono alla grande. Soprattutto l’acquisto dell’olandese fu determinante. Ruud dimostrò, con grande carattere, di non essere un calciatore bollito, come qualcuno voleva far credere, realizzando 15 reti e formando una grande coppia in avanti con Roberto Mancini.

David Platt, arrivò dalla Juventus. Anche l’asso della nazionale inglese, dopo una stagione in chiaroscuro con i bianconeri era in cerca di riscatto. Platt diventò ben presto un centrocampista determinante nello scacchiere tattico del tecnico svedese.

In campionato i blucerchiati iniziarono benissimo, era una Samp completamente trasformata rispetto a quella dell’anno precedente. Pagliuca e compagni vinsero 5 delle prime 7 partite. Purtroppo il 14 ottobre 1993 morì il grande presidente Paolo Mantovani, il vero artefice del miracolo Sampdoria, società che dopo la sua morte non riuscirà più a tornare ad alti livelli. Il suo posto fu preso dal figlio Enrico.

La Sampdoria giocava un calcio spumeggiante, Eriksson era riuscito a dare alla squadra un’identità ben precisa. Gullit e Mancini erano i trascinatori, affiancati da un Attilio Lombardo in stato di grazia, che probabilmente giocò la migliore stagione della sua carriera.

La Samp volava anche in Coppa Italia, trofeo che riuscì a vincere dopo aver eliminato nell’ordine Pisa, Roma, Inter, Parma e superando in finale l’ Ancona, vera sorpresa di quel torneo.

La compagine di Eriksson in campionato continuò a giocare con grande continuità anche nel girone di ritorno, tra le squadre d’alta classifica era sicuramente quella che proponeva il calcio più divertente e offensivo. I blucerchiati chiusero la stagione al terzo posto, a tre punti dalla Juve e a sei dalla corazzata Milan.

Per molti tifosi sampdoriani questa squadra fu addirittura superiore rispetto a quella dello scudetto; in effetti i blucerchiati per larghi tratti della stagione sembravano poter dire la loro anche per la vittoria del campionato. Indubbiamente mancava qualcosina a livello di organico, anche perchè il Milan di Capello in quegli anni aveva a disposizione una rosa incredibile con cui era difficile poter competere.

Con la vittoria della Coppia Italia, il terzo posto in campionato e la morte del Presidente Mantovani si chiuse definitivamente un ciclo. Una fantastica avventura quella della Sampdoria, forse durata pochi anni ma che ancora oggi accende i cuori non solo dei tifosi sampdoriani ma anche di tanti altri tifosi italiani. Ecco i libri che leggiamo. Consigli per le vostre letture

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La stagione 1989/90 per le squadre di club italiane fu magica e probabilmente irripetibile.

Le nostre squadre vinsero tutti i trofei continentali: il Milan si aggiudicò la Coppa dei Campioni, la Sampdoria trionfò nella Coppa delle Coppe e la Juventus vinse la Coppa Uefa. A questo va aggiunto che quattro squadre su sei in queste finali erano italiane; infatti la Juve nella finale di Coppa Uefa affrontò la Fiorentina.

Da sottolineare anche la vittoria del Bari in Mitropa Cup in una finale, ancora una volta, tutta italiana. I biancorossi superarono il Genoa allenato da Franco Scoglio.

Il Milan di Arrigo Sacchi riuscì a vincere la Coppa dei Campioni dopo un cammino davvero complicato, dove i rossoneri oltre al bel gioco misero in mostra tutta la loro determinazione e cattiveria agonistica.

Dopo aver superato il primo turno contro i finlandesi dello HJK Helsinki, Baresi e compagni negli ottavi di finale ebbero la meglio sul Real Madrid in un doppio confronto molto complicato.

Nei quarti di finale c’era un durissimo scoglio da superare: il Malines del mitico portiere Michel Preud’homme. Il match durante i 180 minuti si chiuse con il risultato di 0-0, soprattutto grazie ai miracoli del portiere belga.

Durante i tempi supplementari il Milan rimase anche in dieci. Donadoni, bersagliato per tutta la partita dagli interventi del calciatori del Malines, reagì malamente venendo espulso. Il Milan, proprio nel momento più difficile, si portò in vantaggio grazie ad una bella girata di Marco Van Basten. Nel secondo tempo supplementare, grazie ad un grandissimo gol di Marco Simone, il Milan ottenne la qualificazione per il turno successivo.

In semifinale ecco un altro avversario fortissimo: il Bayern Monaco.

Nel match di andata a San Siro, i rossoneri si imposero 1-0 grazie al rigore trasformato da Marco Van Basten. Nella gara di ritorno, giocata il 18 aprile 1990, i tedeschi giocarono una grande partita passando in vantaggio al 59′ grazie ad una rete siglata da Strunz.

Come già accaduto contro il Malines, i rossoneri furono costretti a disputare i tempi supplementari. Durante il primo extra-time arrivò il gol del pareggio grazie ad uno splendido pallonetto di Stefano Borgonovo, una rete pesantissima. Il Bayern con la sua solita tenacia trovò il nuovo vantaggio, il 2-1 però non bastava alla compagine tedesca per superare il turno. Il Milan, per la seconda stagione consecutiva, giocò la finale della Coppa dei Campioni.

I rossoneri in finale affrontarono i portoghesi del Benfica, squadra allenata da Sven-Göran Eriksson, vecchia conoscenza del calcio italiano. La partita fu giocata a Vienna il 23 maggio 1990.

Il match fu molto tattico ed equilibrato, ma nella ripresa venne fuori il maggior tasso tecnico degli uomini di Sacchi. Al 67’ ecco il gol tutto olandese: Van Basten effettuò uno splendido assist per Rijkaard, che con un pregevole esterno destro superò il portiere Silvino. Fu il gol-partita che regalò ai rossoneri la seconda Coppa dei Campioni consecutiva.

La Sampdoria nella stagione 1989/90 giocò per il suo secondo anno consecutivo la Coppa delle Coppe, questa volta con l’obiettivo di vincere la competizione, dopo la finale persa nell’edizione precedente contro il Barcellona.

Il primo turno per i ragazzi di Boskov fu abbastanza agevole; la Sampdoria riuscì a superare i norvergesi del Brann vincendo la gara d’andata, giocata in trasferta, con il risultato di 0-2 e quella di ritorno vinta 1-0 grazie ad una rete del nuovo acquisto Katanec.

Nel secondo turno ad attendere Mancini e compagni c’era il temibile Borussia Dortmund, squadra che poteva annoverare tra le proprie fila calciatori del calibro di Moller, Helmer, Zorc ecc.

Nel match giocato in Germania, il Borussia passò in vantaggio con Wegmann. Quando i tedeschi sembravano ormai essere destinati alla vittoria, a due minuti dalla fine, arrivò la preziosissima rete siglata da Roberto Mancini. A Genova la Sampdoria chiuse la pratica nel secondo tempo grazie ad una doppietta di Gianluca Vialli, che al 74’ realizzò un rigore e a pochi minuti dalla fine, con un bellissimo tocco di esterno destro, portò i blucerchiati al turno successivo.

La Sampdoria, ai quarti di finale, superò in scioltezza gli svizzeri del Grasshoppers con il risultato complessivo di 4-1.

In semifinale per la compagine blucerchiata c’era il duro ostacolo rappresentato dal Monaco. 

Nella gara d’andata, giocata a Monaco il 3 aprile 1990, Weah portò in vantaggio i monegaschi, ma ancora una volta ci pensò Gianluca Vialli con una doppietta a ribaltare il risultato grazie ad un rigore e ad un bellissimo colpo di testa. Il 2-2 finale fu siglato da quella vecchia volpe di Ramon Diaz.

Il match di ritorno fu senza storia, la Samp passò in vantaggio al 9’ grazie alla zampata del mitico Zar Pietro Vierchowod e raddoppiò con Lombardo, che con la sua velocità fu abilissimo a sfruttare un assist proveniente dalla sinistra.

La finale Sampdoria-Anderlecht si sarebbe disputata a Goteborg il 9 maggio 1990. La squadra belga in semifinale aveva superato la Dinamo Bucarest. La compagine allenata da de Mos, ex allenatore del Malines, era temibilissima e poteva schierare diversi elementi della nazionale belga, come ad esempio Grun, Degryse, Vervoort e Nilis. Da segnalare anche la presenza del ventenne “Lulù” Oliveira, che qualche anno dopo fu protagonista di grandi stagioni in Italia soprattutto con le maglie di Cagliari e Fiorentina.

La Samp iniziò sin da subito ad essere pericolosa controllando il gioco, ma il portiere avversario De Wilde, si superò in più di un’occasione effettuando due grandissime parate su un colpo di testa di Vierchowod e su un tiro ravvicinato di Vialli, che poi diventerà il capocannoniere di quell’edizione della Coppa delle Coppe.

Il risultato nel secondo tempo non si schiodò dallo 0-0, e si andò ai tempi supplementari.

Boskov nel secondo tempo aveva optato per l’ingesso in campo di Lombado al posto di Invernizzi, e ai supplementari fece entrare Salsano al posto di Katanec. Due cambi azzeccatissimi, che si rivelarono fondamentali. Al 104’ fu proprio Salsano a far partire un bellissimo tiro dal limite dell’area, De Wilde toccò la sfera che colpì il palo, il pallone stava per ritornare tra le braccia dell’estremo difensore belga a cui questa volta, dopo una partita praticamente perfetta, sfuggì la sfera che finì proprio sui piedi di Vialli, il quale da grande opportunista depositò il pallone in rete. Finalmente la Sampdoria aveva sbloccato la partita!

Pochi minuti dopo, Lombardo scattò velocissimo sulla destra e servì Salsano che appoggiò a Mancini, il numero dieci blucerchiato fece partire un cross perfetto per Vialli, che con uno splendido colpo di testa superò il portiere avversario. Era l’apoteosi! La Sampdoria aveva vinto la Coppa delle Coppe! I tanti tifosi sampdoriani presenti in Svezia impazzirono di gioia per la grande impresa ottenuta da Boskov e i suoi ragazzi.

In Coppa Uefa Fiorentina e Juventus si affrontarono in una finale tutta italiana preceduta da molte polemiche. La più importante riguardava la decisione di disputare la gara di ritorno ad Avellino.

Ma ripercorriamo i fatti che portarono a quella scelta: nella semifinale di ritorno contro il Werder Brema, un tifoso viola venne bloccato per invasione di campo. A quel punto la Uefa decise di squalificare lo stadio di Perugia, e allo stesso tempo non permise di far giocare la compagine toscana nemmeno all’Artemio Franchi, nel frattempo rimesso a nuovo. A quel punto per decidere dove disputare la finale di ritorno c’erano in ballo tre città del sud: Bari, Lecce e Avellino. Addirittura qualcuno ventilò la possibilità di giocare a Montecarlo, ma alla fine si optò per la città irpina.

Questa scelta fece infuriare tutto l’ambiente viola, in quanto Avellino era un noto feudo bianconero e così si iniziò a parlare di una decisione che aveva come unico scopo quello di favorire la Juventus.

La partita d’andata si concluse con il risultato di 3-1 a favore della Juventus, che dopo essere passata in vantaggio nei primi minuti grazie ad una rete di Galia subì il pareggio dell’ex Buso.

Nella ripresa, al 58′, Casiraghi riportò in vantaggio i bianconeri. L’azione del gol fu molto contestata dai calciatori viola che reclamarono per una spinta dell’attaccante juventino a Pin. Lo stesso Casiraghi sembrava essere in netta posizione di fuorigioco. La Juve trovò il terzo gol grazie ad tiro dalla distanza di De Agostini.

La gara d’andata si chiuse 3-1 in favore della squadra allenata da Zoff, che conquistò una vittoria pesante e difficile da ribaltare.

Nel match di ritorno, giocato ad Avellino il 16 maggio 1990, la Juve si difese con ordine e la compagine viola non riuscì a siglare quel gol che avrebbe potuto riaprire la partita.

Si chiuse così una stagione trionfale per il calcio italiano, un 1990 a cui però mancò la ciliegina sulla torta: la vittoria dell’Italia in Coppa Del Mondo. Una vittoria che era decisamente alla portata degli azzurri, ma purtroppo sappiamo tutti come andò a finire…

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Era l’8 febbraio 1984, si giocava il match degli ottavi di finale di Coppa Italia Triestina-Udinese, un derby molto sentito da parte di entrambe le tifoserie. Erano l’Udinese di Zico e la Triestina di De Falco. La gara terminò con il risultato di 0-0, ma purtroppo questo è soltanto un dettaglio. Questa partita sarà ricordata per ben altro.

La situazione dell’ordine pubblico non era delle più tranquille, tra le opposte tifoserie c’erano già stati scontri prima della partita, ma l’atmosfera si fece incandescente soprattutto dopo la fine del match.

In realtà i tifosi presenti dichiararono che furono soprattutto le cariche della polizia a creare confusione in una situazione che appariva tutto sommato essere tranquilla.

Purtroppo quel pomeriggio accadde una tragedia, che a distanza di quasi quarant’anni non è stata mai del tutto chiarita.

Stefano Furlan era un tifoso ventenne della Triestina, un ragazzo che frequentava abitualmente la curva ed era attaccatissimo alla sua città. Stefano non era un violento, era un ragazzo normale che dopo aver ottenuto il diploma da geometra, in attesa di occupazione, dava una mano da un fiorista e prestava assistenza a disabili.

Furlan dopo la fine della partita si avviò verso la sua Fiat 128 parcheggiata nelle vicinanze, non aveva preso parte ad alcun tipo di scontro. Era un bravo ragazzo, grande tifoso di curva, ma completamente lontano dalle dinamiche della violenza.

Quel giorno il servizio d’ordine allo stadio non era stato affidato ad ufficiali, ma agli inesperti allievi della scuola di polizia. Quest’ultimi notarono Stefano vicino alla sua auto con la sciarpa degli ultras della Triestina e iniziarono a picchiarlo selvaggiamente sia con i manganelli che a mani nude. Il motivo di questo intervento delle forze dell’ordine? Non si è mai capito. Furlan subito dopo fu portato in questura e nella stessa giornata fu rilasciato.

Renata, la madre di Stefano, dichiarò al Corriere dello Sport:

Ho rivisto mio figlio alle ore 21, quando ha aperto la porta era stralunato, pallido. La giacca era diventata uno straccio, aveva le lacrime agli occhi. Mamma, sono stato picchiato, mi diceva, un poliziotto mi ha dato una manganellata sulla testa, poi in questura schiaffi, pugni e calci. Conosco Stefano, non è un violento, gli ho subito creduto. Non stava bene e andò subito a letto”.

Durante la notte le condizioni di salute di Stefano Furlan peggiorarono rapidamente e il ventenne triestino fu ricoverato. In breve tempo entrò in coma. I medici rilevarono diverse gravi fratture craniche, che dopo venti giorni di agonia provocarono la sua morte. Era il primo marzo del 1984.

Il poliziotto che lo aveva colpito, venne riconosciuto da tre testimoni e sospeso dal corpo. Nel novembre 1985 fu condannato a un anno di reclusione con i benefici della legge. Una pena che non merita nemmeno di essere commentata.

La ricostruzione fatta dalla polizia faceva acqua da tutte le parti. Giustificarono l’intervento affermando che Stefano fosse ubriaco e che danneggiava le macchine parcheggiate. Versione completamente smentita dalle testimonianze. Ecco una di queste: “Ho visto un gruppo di poliziotti che correvano. Avevano manganelli e caschi con la visiera. Sono scappata per 3 o 4 metri, poi mi sono fermata. Ho pensato che se fossi scappata ancora le avrei prese. Ho visto Stefano Furlan scivolare in mezzo alla strada mentre stavo scappando, un poliziotto lo ha alzato tenendolo per la giacca. Poi l’ha preso per i capelli e lo ha portato fin sotto il muro, un poliziotto lo teneva da una parte, il secondo dall’altra. Prima col manganello lo hanno colpito sulle gambe perché le allargasse e quando non poteva più aprirle, perché sarebbe caduto a terra, a quel punto lo hanno afferrato per i capelli e il primo poliziotto lo ha sbattuto con la testa sul muro”.

Alla mamma di Stefano furono proposti 80 milioni di lire per ritirare la denuncia, ma Renata non accettò e continuò a dare battaglia in tribunale. Purtroppo non fu mai fatta piena giustizia. L’unico condannato dalla Corte d’Assise fu Alessandro Centrone per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi. La pena fu di un anno di reclusione con benefici. Centrone oltre a non aver mai fatto un giorno di prigione, in seguito riprese servizio proprio presso alla questura di Trieste.

A quel punto la famiglia di Furlan, molto delusa dalla giustizia italiana, decise di non ricorrere in appello. Il ministero dell’Interno concederà un risarcimento di poco meno di cento milioni, che arriveranno alla mamma di Stefano dopo tanti anni. Renata Furlan è morta quest’anno, gennaio 2022, all’età di 88 anni.

In seguito la curva dello stadio Nereo Rocco di Trieste fu dedicata proprio a Stefano Furlan. Ancora oggi i ragazzi della curva Furlan organizzano giornate del ricordo per non dimenticare un tifoso triestino che perse la vita a soli vent’anni in modo profondamente ingiusto.

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La stagione 1991/92 per la Juve fu caratterizzata da diversi cambiamenti. I bianconeri venivano da un campionato disastroso dove, dopo un buon inizio, la squadra si era sciolta come neve al sole. La società bianconera, per risollevare le sorti della squadra, cercò di dare una scossa definitiva cambiando completamente indirizzo.

Il calcio champagne di Maifredi fu accantonato, e al posto dell’ex allenatore del Bologna fu scelto Giovanni Trapattoni. Un ritorno per lui, che aveva allenato la Juve per dieci anni, dal 1976 al 1986. La dirigenza bianconera aveva capito che per ritornare a vincere si doveva puntare maggiormente sulla concretezza con un tecnico esperto e con un gioco meno offensivo ma più redditizio.

Con l’avvento del Trap si iniziò a pensare maggiormente alla fase difensiva, la società bianconera puntellò la retroguardia con gli acquisti di due difensori della nazionale tedesca: lo stopper Jürgen Kohler ed il terzino Stefan Reuter, provenienti entrambi dal Bayern Monaco.

Kohler in quel momento era uno dei migliori difensori in circolazione, nel gioco aereo era insuperabile, e si era sempre contraddistinto per la sua grande continuità. Reuter era il classico terzino fluidificante, molto abile soprattutto in fase offensiva grazie ad un’ottima corsa in progressione.

In difesa fu aggiunto un altro tassello importante come Massimo Carrera, proveniente da ottime stagioni in Serie A con la maglia del Bari. In questo modo i bianconeri si erano assicurati una coppia centrale di ferro come era quella formata da Kohler e Carrera. Sempre dalla Puglia, sponda Lecce, arrivò Antonio Conte, centrocampista molto interessante e bravissimo negli inserimenti senza palla. Un altro innesto che dava sostanza e concretezza alla squadra. A Tacconi fu affiancato il giovane Angelo Peruzzi, che poi nella stagione successiva sarebbe diventato il titolare della porta bianconera.

Per quanto riguarda l’attacco, dal Pisa fu prelevato l’attaccante Lamberto Piovanelli. Purtroppo il bomber toscano fu molto sfortunato e, a causa del perdurare di un brutto infortunio, non scese mai in campo. Durante il mercato invernale fu ceduto all’Atalanta. Nonostante questa defezione, la Juventus poteva contare su un reparto offensivo di altissimo livello tecnico, con calciatori del calibro di Roberto Baggio, Schillaci, Di Canio e Casiraghi.

In realtà non tutto andò secondo i piani, soprattutto per quanto riguarda Reuter. L’acquisto del calciatore tedesco si rivelò sbagliato. In realtà l’ex Bayern Monaco fu condizionato sia da un serio problema al menisco, che lo costrinse ad un’operazione, sia dalle scelte tattiche di Trapattoni, che praticamente lo impiegò quasi sempre fuori ruolo. Reuter era un terzino, ma nella Juve fu impiegato come mediano, ruolo che Stefan non riuscì mai a far suo avendo caratteristiche diverse. Così Reuter, dopo una sola stagione, lasciò la maglia bianconera approdando al Borussia Dortmund, squadra con la quale vincerà la Champions League nel 1997 superando in finale proprio la Juventus.

Il nuovo corso di Trapattoni inizialmente fu caratterizzato da alti bassi, ma in poche giornate la squadra trovò la propria identità e fu considerata la vera antagonista del Milan. In realtà nel girone di ritorno Tacconi e compagni persero alcune partite determinanti, che crearono anche un certo malcontento all’interno della tifoseria. Pensiamo ad esempio alle due brutte sconfitte contro Fiorentina e Torino. I bianconeri chiusero male il campionato pareggiando le ultime quattro partite e perdendo la finale di Coppa Italia, dove si arresero al sorprendente Parma allenato da Nevio Scala. Nella partita d’andata i bianconeri si imposero con il risultato di 1-0, gol di R.Baggio. Nel match di ritorno la compagine emiliana riuscì ad avere la meglio grazie alle reti di Melli e Osio. Una delusione per i ragazzi di Trapattoni, che con la vittoria della Coppa Italia avrebbero potuto dare un senso diverso a quella stagione, chiusa al secondo posto sia in campionato che in Coppa.

Trascinatore di quella Juve fu Roberto Baggio, che realizzò ben 18 gol. Meglio di lui fece soltanto il grande Marco Van Basten.

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Il 14 novembre 1987 si disputò la partita Italia-Svezia, gara valevole per la qualificazione ai campionati europei del 1988. Una gara fondamentale per il cammino degli azzurri, che erano costretti a vincere visto che qualche mese prima avevano perso in Svezia con il risultato di 1-0.

Il match si giocava a Napoli, ore 14.30, e tra i tifosi partenopei c’era grande soddisfazione e curiosità visto che Azeglio Vicini aveva convocato cinque calciatori del Napoli: Ferrara, Bagni, Romano, Francini e De Napoli. Il giusto premio per una squadra che, dopo aver vinto il campionato nell’annata precedente, si stava confermando anche nella stagione 1987/88.

La Svezia era una compagine tosta, che poteva contare su diversi calciatori che giocavano e che avrebbero militato in seguito nella nostra Serie A. Parliamo di gente come Stromberg, Thern, Limpar, Corneliusson, Hysen, Ekstrom e Prytz.

Vicini per questo match decisivo schierò la seguente formazione:

Zenga, Bergomi, Francini, Baresi, Ferrara, Bagni, Donadoni, De Napoli, Altobelli, Giannini, Vialli.

Come si può notare, il mister azzurro schierò quattro calciatori del Napoli. Una decisione che naturalmente fece salire ancor di più l’entusiasmo degli oltre sessantamila spettatori partenopei, che gremivano lo stadio San Paolo.

Il match si decise nel primo tempo grazie ad uno scatenato Gianluca Vialli. L’attaccante blucerchiato giocò probabilmente una delle sue migliori partite con la maglia della nazionale siglando una doppietta. Al 27’ il bomber della Sampdoria dopo uno scambio con con De Agostini, entrato al posto dell’infortunato Francini, da posizione decentrata fece partire un tiro potentissimo che superò Ravelli, un grandissimo gol da vedere e rivedere.

Gli svedesi reagirono immediatamente e, dopo dieci minuti dallo svantaggio, agguantarono il pareggio grazie ad una precisa conclusione di Larsson.

Il primo tempo volgeva al termine e il risultato di 1-1 appariva ormai scontato, ma al 47’ ecco un’altra perla di Gianluca Vialli: dalla sinistra De Agostini calciò una precisa punizione cercando Altobelli, che con la sua solita furbizia, inventò un bellissimo velo ingannando i difensori scandinavi, la sfera andò verso Vialli che colpì al volo in maniera perfetta superando ancora una volta il portiere avversario. Nella ripresa il risultato rimase inchiodato sul 2-1,  una vittoria determinante per la qualificazione ad Euro ‘88.

Vialli fu sicuramente il migliore in campo, ma molto buona fu anche la prestazione dei tre calciatori napoletani: Ferrara, Bagni e De Napoli. Francini fu molto sfortunato perché dopo soli venti minuti un infortunio lo costrinse a lasciare il terreno di gioco. Francesco Romano non ebbe l’opportunità di scendere in campo, ma Vicini in quel periodo lo considerava un’alternativa importante per il centrocampo della nazionale.

In realtà l’unico dei cinque calciatori partenopei a non essere convocato ad Euro ’88 fu Salvatore Bagni. Per il centrocampista di Correggio quella contro la Svezia fu la sua penultima partita in nazionale, l’avventura in maglia azzurra per lui si concluderà il 5 dicembre 1987 nel vittorioso match contro il Portogallo, dove i ragazzi di Vicini si imposero con il risultato di 3-0.

 

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Per noi bambini e adolescenti degli anni ’80 e ‘90 la stagione estiva voleva dire vacanze, ma soprattutto calciomercato! Ricordate quando durante i mesi di giugno e luglio leggevamo tutti i giorni i quotidiani sportivi in attesa che la nostra squadra del cuore piazzasse il grande colpo? Ricordate le famose tabelle in cui erano inseriti i nomi degli acquisti, delle cessioni e delle trattative? Molte volte era proprio leggendo i nomi dei calciatori presenti nelle trattative che sognavamo ad occhi aperti, sogni che spesso svanivano dopo poche settimane, ma era bello anche così.
Per carità, il calciomercato esiste ancora oggi, ma ormai è un qualcosa di completamente diverso che non accende più la nostra fantasia così come faceva un tempo.
E’ chiaro che la crisi economica che attraversa il nostro paese ormai da anni, si sia fatta sentire anche nel calcio, e oggi assistiamo ad un mercato fatto di prestiti, scambi e pochissimi colpi ad effetto. A questo bisogna aggiungere che nel calcio moderno anche calciatori tecnicamente normalissimi hanno quotazioni ormai elevatissime, che sinceramente sono fuori dal mondo. Negli anni ottanta e novanta anche squadre di bassa classifica e addirittura di Serie B, potevano permettersi di acquistare dei nazionali. Oggi è sufficiente giocare un paio di partite in nazionale e sei già considerato un fenomeno, e ovviamente fuori dalla portata di società di seconda e terza fascia.
Per non parlare del fatto che spesso durante il calciomercato del mese di gennaio, le squadre vengano letteralmente rivoluzionate con un numero elevatissimo di movimenti, che si rivelano quasi sempre inutili.
Ai tempi del “nostro calcio” c’era il mercato di novembre, e le squadre in difficoltà cercavano di acquistare quei due o tre elementi per rinforzare la rosa nei settori con maggiori lacune sia tecniche che numeriche.
Potrei dilungarmi a lungo sulle altre differenze tra il calciomercato di oggi e quello di oltre vent’anni fa, ma credo che l’immagine della tabella con arrivi e partenze, allegata a questo articolo, valga più di mille parole.
Solo chi ha vissuto quel periodo da ragazzino può capire di quello che sto parlando. Era sicuramente un altro calcio, ma anche un’altra Italia. C’era maggior semplicità, maggior spensieratezza e ci bastava sfogliare un giornale sportivo con “acquisti”, “cessioni” e “trattative” per essere felici. Senza internet, senza telefonini e senza pay-tv.
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L’Inter nella stagione 1988/89 fu protagonista di un calciomercato particolarmente oculato e intelligente, con acquisti che si rivelarono fondamentali per la vittoria dello scudetto.
I nerazzurri avevano ceduto i due stranieri Passarella e Scifo, lasciando liberi due posti per i calciatori esteri. Tra l’altro, proprio a partire dal 1988, gli stranieri tesserabili non erano più due, ma tre. E fu proprio in questa scelta che la società nerazzurra riuscì a compiere un vero e proprio capolavoro.
L’Inter si rinforzò a centrocampo con il tedesco Lothar Matthaus, che all’epoca era una colonna della nazionale della Germania Ovest, e aveva già partecipato a due Mondiali (Spagna ‘82 e Mexico ‘86) e a tre Campionati Europei (1980, 1984 e 1988).
Ad arricchire la colonia di stranieri della compagine allenata da Giovanni Trapattoni ci furono anche Andreas Brehme e l’attaccante argentino Ramon Diaz.
Brehme era il terzino sinistro che mancava all’Inter da tanti anni, bravissimo sia in fase offensiva che difensiva, fu fondamentale dal punto di vista tattico per la squadra nerazzurra. Il calciatore tedesco dopo essersi messo in mostra nelle fila del Kaiserslautern, fece il definitivo salto di qualità con il passaggio al Bayern Monaco, squadra con cui giocò dal 1986 al 1988. Come Matthaus aveva già una lunga militanza nella nazionale tedesca, con la quale esordì nel 1984. Due calciatori davvero di altissimo livello.
L’ultima casella degli stranieri fu occupata dall’argentino Ramon Diaz. Un altro acquisto azzeccatissimo, visto che l’attaccante sudamericano per caratteristiche si integrava alla perfezione con Aldo Serena, con cui formò un tandem offensivo capace di siglare ben 34 gol (all’epoca un bottino davvero notevole).
Tra l’altro Diaz conosceva molto bene il nostro campionato, visto che aveva già giocato con le maglie di Napoli, Avellino e Fiorentina, squadra dalla quale fu prelevato in prestito dall’Inter. In realtà quello di Diaz fu un ripiego; infatti prima di lui i nerazzurri avevano acquistato l’attaccante algerino Rabah Madjer, soprannominato tacco di Allah per il gol di tacco realizzato nella finale di Coppa dei Campioni 1986/87 quando giocava nel Porto. Durante le visite mediche fu rilevato un infortunio muscolare alla coscia, così l’Inter non volle rischiare e rinunciò all’algerino.
Ancora oggi i loro nomi sono associati soprattutto all’Inter dei record, squadra che vinse lo scudetto con ben 58 punti, nessuna squadra sarebbe più riuscita a realizzare quei punti durante il periodo dei 2 punti a vittoria.
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Negli anni ‘80 era normale vedere i bellissimi stemmi delle varie società accompagnate dal nome degli sponsor. Parliamo soprattutto di aziende italiane, che a volte erano dei veri e propri colossi ma a volte potevano essere anche delle piccole realtà locali, che cercavano di emergere a livello nazionale. Questi marchi restavano legati alle società calcistiche per diversi anni tanto che l’abbinamento sponsor-squadra veniva praticamente spontaneo. Purtroppo oggi tante di quelle aziende non esistono più ed i rampanti anni ottanta per l’economia italiana sono ormai solo uno sbiadito ricordo ingiallito dal tempo. Nel calcio di oggi, soprattutto in Serie A, le squadre sono sponsorizzate da grandi multinazionali estere che lasciano poco spazio alla fantasia e all’immaginazione.

Come dimenticare gli sponsor dei gelati Gis ed Alaska rispettivamente di Pescara e Lecce? Purtroppo aziende che non esistono più.

Ricordiamo anche l’Avellino sponsorizzata da Dyal detersivi, l’Atalanta per tanti anni dalla Sit-In ed il Verona con Canon e Ricoh fotocopiatrici. Senza dimenticare il Brescia con la sua mitica birra Wuhrer.

Passiamo ora alla Juventus che aveva come sponsor l’Ariston, l’Inter con la bellissima maglia Misura e la Fiorentina che per anni portava in giro per l’Italia e l’Europa il nome dell’aperitivo Crodino, senza dimenticare la Roma sponsorizzata da una grande azienda italiana come la Barilla.

Per i più golosi ricordiamo Mars e Buitoni per il Napoli e poi un grande marchio per la Sampdoria come Phonola. Ma forse uno degli sponsor più nostalgici di quegli anni è quello del Milan che nella prima metà degli anni ottanta esponeva fieramente sulle proprie divise “Olio Cuore”, diventata poi famosa anche per la pubblicità con il mitico salto della staccionata. Menzioniamo anche Sweda per il Torino , Agfa per l’Udinese e chiudiamo in bellezza con gli sponsor di Bari e Cremonese: Cassa di Risparmio di Puglia e Latte Soresina.

Questa ovviamente è solo una parte, ma se ne ricordate degli altri fatevi avanti!

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Negli anni ’80 e ’90 nella nostra serie A arrivavano i migliori calciatori del panorama mondiale. Questo riguardava non solo le grandi squadre, ma anche compagini medio-piccole in cui spesso venivano acquistati giocatori stranieri di qualità, che facevano parte dello loro rispettive nazionali.

Ecco una breve carrellata dei calciatori stranieri presenti in serie A nella stagione 1990/91, quando esisteva ancora la limitazione di massimo tre stranieri per squadra.

L’Atalanta si presentava ai nastri di partenza del campionato con il “solito” svedese Stromberg, ormai un pilastro della squadra, e due attaccanti di altissimo livello come il brasiliano Evair e l’argentino Caniggia, quest’ultimo grande protagonista ai mondiali di Italia ‘90. Il Bari, oltre ai confermatissimi brasiliani Gerson e Joao Paulo, per completare l’attacco aveva acquistato il rumeno Florin Raducioiu, calciatore di grande caratura tecnica ma che dal punto di vista realizzativo dimostrò in seguito diverse lacune. Il Bologna utilizzò in tutto quattro stranieri: la stella ungherese Detari, il bulgaro Iliev, lo svizzero Türkyılmaz ed il tedesco Waas.

Il Cagliari poteva contare su un grandissimo trio uruguaiano composto da Francescoli, calciatore di classe infinita, Herrera ed il giovane attaccante Fonseca, che agli ultimi campionati del mondo aveva dimostrato tutte le sue qualità. Il Cesena poteva annoverare tra le sue file Amarildo, Jozic e lo svedese Holmqvist.

La Fiorentina, allenata dal brasiliano Lazaroni, oltre alle conferme di Dunga e Kubik acquistò la punta rumena Lacatus, calciatore che arrivava in Toscana con numeri importanti ma che in Italia fu una mezza delusione. Il Genoa di Osvaldo Bagnoli poteva schierare tre stranieri che erano una vera e propria garanzia: il fortissimo attaccante Aguilera, il mitico terzino brasiliano Branco (micidiali le sue punizioni) ed il vice-capocannoniere di Italia ‘90, il cecoslovacco Tomáš Skuhravý.

L’Inter confermò in blocco i suoi tre tedeschi Matthaus, Brehme e Klinsmann, così come il Milan fece con i suoi tre fuoriclasse olandesi Van Basten, Gullit e Rijkaard, d’altra parte come dargli torto…

La Juventus targata Gigi Maifredi optò per il brasiliano Julio Cesar, difensore proveniente dal Montpellier, e per il talentuoso centrocampista tedesco Thomas Hassler. La Lazio riconfermò il solido centrocampista argentino Troglio ed in avanti aveva una coppia d’attacco da far tremare i polsi: Ruben Sosa-Riedle. Il Lecce, allenato da un giovane Boniek, acquistò dalla Juve Sergeij Alejnikov e dal Vasco da Gama l’interessante Mazinho, oltre a loro c’era l’attaccante argentino Pasculli, che ormai nella città salentina era un vera e propria istituzione.

Anche il Napoli, come Milan e Inter, confermò in blocco i suoi talenti (Maradona, Alemao e Careca). Il neoprosso Parma scelse un trio nuovo di zecca: il portiere brasiliano Taffarel (primo portiere straniero nella storia della Serie A), il belga Grun, protagonista sia ai mondiali di Mexico ‘86 che di Italia ‘90 ed il talentuoso svedese Brolin. Il Pisa puntò sui giovani argentini Simeone e Chamot, sull’olandese Been e sul danese Larsen, calciatore che due anni dopo vinse i campionati europei con la sua Danimarca.

La Roma poteva contare su calciatori di grande affidabilità come i tedeschi Voller e Berthold ed il difensore brasiliano Aldair. La Sampdoria dopo le riconferme di Katanec e del mitico Cerezo, riuscì a strappare a mezza Europa il calciatore sovietico Oleksij Mychajlyčenko, che però non riuscì mai ad adattarsi al nostro campionato. Per concludere, il Torino allenato da Emiliano Mondonico oltre agli attaccanti Skoro e Muller, riuscì a mettere a segno un grande colpo di mercato: l’ex calciatore del Real Madrid e della nazionale spagnola Martin Vazquez.

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