Nella stagione 1990/91 il Lecce si apprestava a disputare il suo terzo campionato consecutivo in Serie A con una novità importante: il tecnico Carletto Mazzone, passato nel frattempo al Pescara, fu sostituito con il polacco Zbigniew Boniek. L’ex calciatore della Juventus era al suo debutto in panchina ed esordire così presto alla guida di una squadra di serie A era sicuramente una banco di prova particolarmente impegnativo e rischioso.

I giallorossi si rinforzarono con l’arrivo di Sergeij Alejnikov, proveniente dalla Juve, e del brasiliano Mazinho. Due acquisti importanti e di livello internazionale, che si andavano ad inserire in un gruppo già ben rodato. La compagine salentina in campionato partì in maniera positiva disputando una grande fase iniziale e alla fine del girone d’andata era vicinissima alla zona Uefa, un grande risultato e per certi versi inaspettato. Per Boniek ed i suoi ragazzi terribili gli elogi si sprecavano e i giallorossi sembravano ormai essere diventati una realtà del calcio italiano.

Purtroppo nel girone di ritorno le cose cambiarono radicalmente. La squadra iniziò ad avere un vistoso calo di rendimento e ci furono una serie di infortuni molto lunghi come quelli di Garzya, Marino e Benedetti, pedine fondamentali nello scacchiere del tecnico polacco.

La rosa di quel Lecce era numericamente piuttosto striminzita e così non aveva sostituti all’altezza dei titolari infortunati e nel giro di pochissimi mesi da essere tra le pretendenti per un posto in Europa precipitò in zona retrocessione.

Nelle ultime dieci giornate Conte e compagni crollarono ed i giallorossi retrocessero mestamente in B chiudendo la stagione al quart’ultimo posto.

I salentini risalirono in massima serie soltanto due anni dopo con Bruno Bolchi in panchina.

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Riprendono le interviste esclusive di Altro Calcio anni ‘80-’90. Oggi abbiamo incontrato Ricardo Paciocco ex attaccante di Milan, Lecce, Pisa e Reggina.

Prima di tutto ci tolga una curiosità: quando eravamo bambini e collezionavamo le figurine Panini, venivamo incuriositi dal suo nome Ricardo, con una sola C, e dal fatto che fosse nato a Caracas in Venezuela. Ci racconta la storia del suo nome e delle sue origini venezuelane ?

Ricardo era il nome di mio nonno, molto comune in Venezuela. In realtà vengo da una famiglia un po’ particolare: mia madre era argentina, mio padre italiano, io sono nato in Venezuela mentre mio fratello in Italia. La mia nonna materna era tedesca e mio nonno era di origini inglesi. Quindi potete immaginare in quale intreccio di culture sia cresciuto. Comunque i dati che hanno sempre riportato sulla mia nascita sono sbagliati; infatti non sono nato a Caracas, ma nella città venezuelana di Valencia. Tornai in Italia quando avevo solo quattro anni.

Ora vivo a Vacri, un piccolo paese in provincia di Chieti situato tra il mare e la montagna.

Come nacque la trattativa che la portò al Milan e che bilancio fa della sua breve avventura in maglia rossonera?

Il mio avvicinamento al calcio è stato molto particolare. Fino all’età di quindici anni non avevo mai praticato questo sport infatti la mia passione, grazie anche a mio padre, era il ciclismo e passavo intere giornate a correre in bici. Una volta nel mio paese provai a giocare in un torneo di calcio e venni notato da un dirigente sportivo,Pierluigi Di Berardino, che mi portò subito nella sua squadra. Nel giro di un anno passai al settore giovanile del Torino, all’epoca uno dei migliori in Italia. In maglia granata vinsi lo scudetto Primavera e successivamente mi feci un po’ le ossa nelle serie inferiori: prima a Roseto degli Abruzzi, poi Teramo e due anni a Jesi in C2 dove riuscii a fare ottime cose e a diventare il cannoniere della squadra. In quel periodo vinsi anche il Guerin d’oro come migliore calciatore della categoria. Dopo quelle stagioni importanti si fece avanti il Milan e così iniziò la mia avventura a Milano, che per un giovane come me fu un grande trampolino di lancio. In maglia rossonera nel mio ruolo avevo tanta concorrenza; infatti c’erano attaccanti come Blissett, Damiani, Serena, Jordan e Incocciati. Così nel novembre 1983 decisi di accettare l’offerta del Lecce in Serie B.

Nel novembre 1983 passò al Lecce con cui giocò fino al 1987, per poi ritornare, dopo un solo anno a Pisa, nella stagione 1988/89. Quali sono i ricordi più belli legati alla esperienza salentina? Quale considera il gol più importante realizzato in maglia giallorossa?

Andare a Lecce fu la mia fortuna. Nel 1984/85 con Fascetti in panchina vincemmo il campionato e fummo promossi in Serie A. Io ero il cannoniere della squadra e per me fu davvero un onore aver contribuito con i miei gol a quella storica promozione. Per quanto riguarda la mia rete più importante in maglia giallorossa, credo sia stata quella realizzata nella Serie A 1988/89 nello scontro decisivo per la salvezza contro il Torino. Era l’ultima partita del campionato e riuscimmo a vincere con il risultato di 3-1. Io realizzai proprio la terza rete con un bel pallonetto da fuori area. Forse non il gol più bello della mia carriera, ma sicuramente quello più “pesante” che permise alla squadra di giocare un altro campionato in A.

Nel 1989 giocava con la Reggina e in una partita contro la Triestina, fondamentale per la promozione in A, realizzò un calcio di rigore decisivo all’ultimo minuto ricorrendo al gesto tecnico della rabona. Un gesto del genere era il frutto di quello che provava in allenamento o era semplicemente istinto?

A Reggio Calabria andai verso fine carriera e mi trovai benissimo. Per quanto riguarda la rabona era una giocata che facevo spesso, ma non avevo mai pensato di utilizzarla per calciare un calcio di rigore in una partita ufficiale. Per me quella fu una sfida vinta con il nostro mister Bruno Bolchi; infatti in allenamento tiravo i calci di rigore modificando molto spesso il mio modo di calciare, facendo ricorso anche alla rabona. Una volta Bolchi mi rimproverò affermando che avrei dovuto calciare i rigori in maniera più seria perché ci dovevamo allenare per le partite ufficiali dove era tutto diverso. Io invece volevo dimostrare a Bolchi che per me tra allenamento e partita ufficiale non c’era troppa differenza e certi gesti tecnici potevo realizzarli tranquillamente anche in sfide importanti. Così all’ultimo minuto di quella famosa gara contro la Triestina sul risultato di 1-1 decisi di calciare il rigore con la rabona e riuscimmo a vincere. Fu sicuramente un rischio, ma ero talmente sicuro di segnare che andai sul dischetto tranquillo. Ancora oggi sono ricordato per quel gol e quindi sono davvero soddisfatto per quella scelta.

L’impressione è che uno con le sue qualità tecniche avrebbe potuto fare qualcosina in più. Cosa le è mancato per la consacrazione definitiva in Serie A?

Le mie qualità migliori erano la tenacia e la determinazione. Come ho già detto iniziai a giocare a calcio molto tardi e in pochissimi anni passai da giocare in un torneo amatoriale a far parte del grande settore giovanile del Torino. Non ho rimpianti, anzi sono felicissimo di quello che sono riuscito a fare nella mia carriera. Molto spesso ho avuto compagni di squadra superiori a me dal punto di vista tecnico, ma inferiori dal punto di vista caratteriale. La mia fortuna è stata proprio quella di essere forte a livello mentale, risorsa fondamentale se vuoi fare il calciatore ad alti livelli.

Di cosa si occupa attualmente?

Quando ho smesso di giocare ho avuto la fortuna di conoscere un colonnello dei Carabinieri con il quale ho collaborato in un’agenzia investigativa. Successivamente ho rilevato questa agenzia e ora mi occupo di investigazione e sicurezza nella zona di Pescara e Chieti. Da due anni collaboro anche come supervisore negli impianti da sci a Passo Lanciano-Maielletta.

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Abbiamo incontrato Paolo Baldieri ex calciatore di Roma, Pisa, Lecce e Avellino. L’attaccante romano fu anche uno dei protagonisti della famosa under 21 allenata da Azeglio Vicini con la quale realizzò 9 reti in 14 presenze.

Quale considera il momento più bello della sua carriera ?

I miei anni più belli li ho vissuti a Pisa. Con i toscani ho giocato dal 1984 al 1986. Avevo appena 20 anni ed ero già titolare in Serie A, la mia carriera era in netta ascesa e avevo grande entusiasmo.

Indimenticabili anche le stagioni a Lecce; infatti con i salentini ho vissuto una seconda giovinezza togliendomi diverse soddisfazioni come ad esempio la promozione in serie A nel 1993.

Da giovane era considerato un grande talento del calcio italiano, tra l’altro conta anche un numero importante di presenze e di gol con l’Under 21. Cosa le è mancato per la definitiva consacrazione?

Mi sono mancate due caratteristiche fondamentali: il carattere e la cattiveria. Queste lacune caratteriali non mi hanno permesso di sfruttare a pieno il mio notevole potenziale. Non avevo grande fiducia nelle mie capacità e spesso mi sottovalutavo. Il problema è che io giocavo fondamentalmente per divertirmi e alla fine posso dire di essermi divertito. Sono riuscito a dare il meglio di me in provincia dove non c’erano troppe pressioni.

Comunque non ho grandi rimpianti anche perché il calcio per me non è mai stata una priorità assoluta. Nella mia vita oltre alla carriera da calciatore ho sempre dato molto spazio alla famiglia e alle mie passioni.

Lei faceva parte della nazionale under 21 che nel 1986 perse la finale dell’Europeo contro la Spagna. Che ricordi ha di quella sfortunata partita?

Per me il ricordo di quella partita è davvero amaro e non solo per la sconfitta. Giocai circa mezz’ora della gara d’andata subentrando a Mancini. Nella partita di ritorno mister Vicini mi spedì inspiegabilmente in tribuna. Ci rimasi malissimo, anche perché se eravamo arrivati in finale era stato anche grazie ai miei gol. Purtroppo contro la Spagna perdemmo ai calci di rigore e in entrambe le partite fummo molto sfortunati. Fino a quel momento il nostro cammino era stato entusiasmante e costellato da una serie di vittorie.

Azeglio Vicini era riuscito a creare davvero un bel gruppo. Eravamo molto uniti e tra di noi c’era grande entusiasmo e voglia di vincere.

Cosa ne pensa del momento attuale del calcio italiano? Non pensa che ci sia una certa sopravvalutazione di alcuni giovani?

E’ vero, ma questo succede perché ormai i talenti italiani sono talmente pochi che non appena se ne intravede uno si tende subito ad osannarlo e ad esagerare con giudizi troppo affrettati. L’altro problema è che il calcio moderno è diventato troppo mediatico e in questo modo viene amplificato tutto ciò che gira intorno a questo mondo.

Di cosa si occupa attualmente?

Ho un bar gelateria a Lecce, ma la mia più grande passione è la pesca; infatti a questo hobby dedico la gran parte del mio tempo libero.

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