Era il 21 dicembre 1986 e a Roma alla tredicesima giornata di campionato si disputava la partita Roma-Milan. Entrambe le squadre erano allenate da tecnici svedesi: i giallorossi dall’emergente Eriksson mentre i rossoneri dell’esperto Liedholm.

Ecco le formazioni della partita:

ROMA:Tancredi, Oddi, Baroni, Nela, Boniek, Desideri, Berggreen, Giannini (75′ Conti), Pruzzo, Ancelotti, Agostini (63′ Baldieri)

MILAN: Galli G., Tassotti, Galli F., Baresi F., Di Bartolomei, Maldini, Donadoni, Manzo, Virdis, Massaro, Evani

Alla mezz’ora del primo tempo Massaro si invola verso l’area avversaria, ma viene fermato dall’intervento falloso del portiere Tancredi. Per l’arbitro è calcio di rigore. Virdis con la sua solita freddezza realizza dal dischetto e porta in vantaggio i rossoneri.

La Roma cerca di reagire e proprio allo scadere della prima frazione di gioco, Filippo Galli con un intervento scomposto atterra Pruzzo. L’arbitro Agnolin assegna un calcio di rigore in favore dei giallorossi. Desideri spiazza Giovanni Galli e ristabilisce il risultato di parità.

Al 9’ del secondo tempo il Milan ritorna in vantaggio: Donadoni con un’azione delle sue supera sia Boniek che Tancredi e serve un pallone d’oro a Virdis, che realizza la sua doppietta personale. Roma-Milan 1-2.

Ancelotti e compagni cercano il pareggio in maniera confusa, ma è ancora il Milan a sfiorare il gol con un colpo di testa di Manzo.

Una vittoria fondamentale per la compagine allenata da Liedholm, che a fine stagione riuscirà a conquistare la qualificazione in Coppa Uefa dopo lo spareggio vinto contro la Sampdoria.

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Abbiamo incontrato Paolo Baldieri ex calciatore di Roma, Pisa, Lecce e Avellino. L’attaccante romano fu anche uno dei protagonisti della famosa under 21 allenata da Azeglio Vicini con la quale realizzò 9 reti in 14 presenze.

Quale considera il momento più bello della sua carriera ?

I miei anni più belli li ho vissuti a Pisa. Con i toscani ho giocato dal 1984 al 1986. Avevo appena 20 anni ed ero già titolare in Serie A, la mia carriera era in netta ascesa e avevo grande entusiasmo.

Indimenticabili anche le stagioni a Lecce; infatti con i salentini ho vissuto una seconda giovinezza togliendomi diverse soddisfazioni come ad esempio la promozione in serie A nel 1993.

Da giovane era considerato un grande talento del calcio italiano, tra l’altro conta anche un numero importante di presenze e di gol con l’Under 21. Cosa le è mancato per la definitiva consacrazione?

Mi sono mancate due caratteristiche fondamentali: il carattere e la cattiveria. Queste lacune caratteriali non mi hanno permesso di sfruttare a pieno il mio notevole potenziale. Non avevo grande fiducia nelle mie capacità e spesso mi sottovalutavo. Il problema è che io giocavo fondamentalmente per divertirmi e alla fine posso dire di essermi divertito. Sono riuscito a dare il meglio di me in provincia dove non c’erano troppe pressioni.

Comunque non ho grandi rimpianti anche perché il calcio per me non è mai stata una priorità assoluta. Nella mia vita oltre alla carriera da calciatore ho sempre dato molto spazio alla famiglia e alle mie passioni.

Lei faceva parte della nazionale under 21 che nel 1986 perse la finale dell’Europeo contro la Spagna. Che ricordi ha di quella sfortunata partita?

Per me il ricordo di quella partita è davvero amaro e non solo per la sconfitta. Giocai circa mezz’ora della gara d’andata subentrando a Mancini. Nella partita di ritorno mister Vicini mi spedì inspiegabilmente in tribuna. Ci rimasi malissimo, anche perché se eravamo arrivati in finale era stato anche grazie ai miei gol. Purtroppo contro la Spagna perdemmo ai calci di rigore e in entrambe le partite fummo molto sfortunati. Fino a quel momento il nostro cammino era stato entusiasmante e costellato da una serie di vittorie.

Azeglio Vicini era riuscito a creare davvero un bel gruppo. Eravamo molto uniti e tra di noi c’era grande entusiasmo e voglia di vincere.

Cosa ne pensa del momento attuale del calcio italiano? Non pensa che ci sia una certa sopravvalutazione di alcuni giovani?

E’ vero, ma questo succede perché ormai i talenti italiani sono talmente pochi che non appena se ne intravede uno si tende subito ad osannarlo e ad esagerare con giudizi troppo affrettati. L’altro problema è che il calcio moderno è diventato troppo mediatico e in questo modo viene amplificato tutto ciò che gira intorno a questo mondo.

Di cosa si occupa attualmente?

Ho un bar gelateria a Lecce, ma la mia più grande passione è la pesca; infatti a questo hobby dedico la gran parte del mio tempo libero.

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L’attaccante uruguaiano Daniel Fonseca arrivò in Italia nel 1990 ingaggiato dal Cagliari, che lo acquistò dal Nacional di Montevideo. Il calciatore si era messo in evidenza ai mondiali di Italia ’90 dove, nonostante la giovane età, aveva dimostrato buone qualità tecniche e ottimo fiuto del gol.

Nella sua prima prima stagione in Serie A riuscì a siglare otto reti, contribuendo in maniera determinante alla salvezza del Cagliari allenato da Claudio Ranieri. Nella stagione successiva (1991-92) realizzò nove reti, dimostrando ancora una volta le sue grandi doti da goleador e diventando uomo mercato; infatti fu il Napoli ad interessarsi al calciatore e ad ingaggiarlo per la cifra importante di 15 miliardi di lire.

Fonseca nella città campana ritrovò Claudio Ranieri, che purtroppo fu esonerato nel corso della stagione. Il campionato dell’attaccante uruguaiano fu molto positivo: realizzò sedici reti e fu protagonista di una storica cinquina in Coppa Uefa contro il Valencia.

Nella stagione 1993-94 fu nuovamente protagonista di una grande campionato. Alla corte di Marcello Lippi, l’attaccante dimostrò di essere diventato ormai un calciatore di livello internazionale. Oltre alle soddisfazioni personali (15 reti), vi furono anche quelle legate alla squadra, visto che il Napoli a sorpresa riuscì a conquistare la qualificazione in Coppa Uefa .

Fonseca continuò la sua carriera nella Roma dove rimase per tre stagioni stabilendo un’ottima intesa con il suo compagno di reparto, sudamericano come lui, Abel Balbo.

Nella stagione 1997-98 fu acquistato dalla Juventus. L’esperienza bianconera del bomber sudamericano fu altalenante sia perché doveva fare i conti con una concorrenza agguerrita, ma anche per via di molti infortuni che non gli permisero di giocare con continuità. Fonseca rimase a Torino fino al 2001, dopodichè tornò a giocare in patria.

 

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