Mychajlyčenko arrivò alla Sampdoria nella stagione 1990-91 con un curriculum importante. Il centrocampista sovietico, con la Dinamo Kiev, vinse tre campionati e diverse coppe nazionali. Anche con la propria nazionale riuscì a ritagliarsi grandi soddisfazioni, riuscendo a vincere le Olimpiadi di Seul nel 1988 e raggiungendo il secondo posto ad Euro’88, competizione nella quale la compagine di Lobanovski aveva sorpreso tutti con un gioco moderno e spumeggiante.

In realtà nonostante le buone qualità tecniche e fisiche, Mychajlyčenko non riuscì mai ad adattarsi al nostro campionato. Un destino comune alla maggior parte dei suoi connazionali, che in quel periodo approdarono in Europa. Troppo diverso lo stile di vita tra l’occidente e l’Unione Sovietica, dove il calcio veniva ancora vissuto come uno sport, lontano anni luce dal mondo patinato della Serie A e degli altri grandi campionati europei.

Boskov dopo qualche mese relegò Mychajlyčenko in panchina, facendogli disputare in tutto 20 partite. Un vero peccato, se pensiamo che quella, tra l’altro, fu una grande stagione per la Sampdoria, che riuscì a conquistare il suo primo e unico scudetto. Il pupillo di Lobanovski nella stagione successiva fu ceduto agli scozzesi dei Glasgow Rangers, squadra in cui terminerà la sua carriera nel 1996.

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La stagione 1997/98 per la Sampdoria, la prima dopo tanti anni senza Roberto Mancini, fu molto particolare e fortemente condizionata dalle scelte iniziali della società, che si rivelarono sbagliate. L’errore principale fu quello di affidare la panchina all’argentino Menotti, tecnico che aveva alle spalle un grande passato ma che allo stesso tempo non conosceva il nostro campionato e aveva allenato pochissimo in Europa (solo una stagione col Barcellona nel 1983).

In realtà l’inizio della stagione in campionato non fu così negativo, ma la Samp fu eliminata abbastanza in fretta in Coppa Uefa ed il feeling dei calciatori con Menotti stentava a decollare. Tra l’altro i blucerchiati avevano a disposizione una rosa importante composta da gente come Veron, Montella, Boghossian, Laigle, Mihajlović, Ferron ecc. e quindi le aspettative erano piuttosto alte.

In realtà alcuni acquisti resero al di sotto delle aspettative, primi tra tutti i due attaccanti Klinsmann (ad onor del vero nella fase calante della sua carriera) ed il “cobra” Sandro Tovalieri, quest’ultimo non sfruttato al meglio.

Dopo otto giornate di campionato Menotti fu esonerato ed al suo posto arrivò il mitico Vujadin Boskov, l’allenatore dello scudetto blucerchiato. Nel calciomercato di novembre la società sampdoriana effettuò una mezza rivoluzione soprattutto nel reparto offensivo. Furono ceduti Klinsmann, l’inglese Di Chio e Tovalieri ed arrivarono il bomber della Lazio Beppe Signori e il camerunese Omam-Biyik (uno degli eroi di Italia ‘90). Grazie all’esperienza di Boskov e ai gol di Montella, i risultati per la Samp migliorarono e l’obbiettivo di un piazzamento Uefa non sembrò più essere una chimera. Il tecnico serbo dopo qualche settimana dall’inizio della sua nuova avventura affermò che in realtà i suoi ragazzi si lamentavano perché non riuscivano a reggere i novanta minuti. Era chiaro che la preparazione estiva di Menotti fu troppo “sudamericana” e non adeguata ad un campionato così logorante come quello italiano. In realtà per Mihajlović e compagni la qualificazione diretta in Uefa non arrivò, la squadra si piazzò al nono posto in classifica, ma almeno i blucerchiati agguantarono l’ultimo posto disponibile per disputare la coppa Intertoto.

Una stagione al di sotto delle aspettative, ma salvata in parta dall’avvento di Boskov e da poche note positive come quelle provenienti da Veron, Montella e dal solito Mihajlović.

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Abbiamo incontrato Fabrizio Ferron ex portiere di Atalanta, Sampdoria, Inter e Verona ed attualmente preparatore dei portieri della nazionale Under 17

Lei ha giocato tante stagioni in Serie A indossando maglie prestigiose, ma quali sono i ricordi della sua lunga carriera ai quali è maggiormente legato?

L’emozione più grande è stata quella che ho vissuto al mio esordio in Serie A con la maglia dell’Atalanta. Era la stagione 1988-89 e affrontavamo il Napoli di Maradona. Oltre al campione argentino quella squadra aveva un reparto offensivo composto da gente come Careca e Carnevale. Tra l’altro per l’occasione lo stadio San Paolo era gremito e si respirava aria di grande calcio. Insomma niente male per un esordiente…

Gli altri ricordi importanti sono legati soprattutto ai miei ex compagni di squadra. Ho avuto l’onore di allenarmi con calciatori del calibro di Ronaldo, Roberto Baggio, Mancini, Veron, Mihajlović ecc. Era un vero piacere giocare con loro.

Tra la fine degli anni ‘80 e la metà degli anni ‘90 era considerato uno dei portieri più affidabili della Serie A, ma tutto questo non bastò per essere convocato in nazionale. Ci sperava in una convocazione o comunque è stato mai vicino ad indossare la maglia azzurra?

Ovviamente ho sempre sperato nella convocazione in nazionale, ma purtroppo non è mai arrivata. Il problema era che in quel periodo nella nazionale azzurra c’erano dei grandissimi portieri ed era difficilissimo riuscire a trovare spazio. Comunque ci sono andato vicino più di una volta, ad esempio sono stato in ballottaggio per il ruolo di terzo portiere in occasione dei mondiali di Italia ‘90. Alla fine fu scelto Pagliuca, che rispetto al sottoscritto aveva già una discreta esperienza a livello internazionale.

Qual è stato l’allenatore che le ha lasciato qualcosina in più rispetto agli altri sia dal punto di vista tattico che sotto il profilo umano?

E’ molto difficile sceglierne soltanto uno. Ho avuto la fortuna di essere allenato da grandi allenatori e ognuno aveva caratteristiche diverse.

Ad esempio dal punto di vista umano Bruno Giorgi era un vero signore e uomo d’altri tempi. Poi non posso dimenticare allenatori come Mondonico, Boskov e lo stesso Liedholm, che mi fece esordire nel Milan. Dal punto di vista tattico faccio il nome di Malesani, tecnico davvero preparatissimo e che curava in maniera maniacale anche il più piccolo dettaglio.

La nostra pagina si occupa soprattutto del calcio anni ‘80 e ‘90, ci piacerebbe sapere secondo la sua opinione chi è stato a livello mondiale il miglior portiere di quegli anni

Quando ero un ragazzino il mio mito era Dino Zoff, ma credo che questa sia una cosa comune a tanti portieri italiani della mia generazione. Successivamente il portiere che mi ha maggiormente impressionato è stato sicuramente Michel Preud’homme, il quale a mio avviso in quel periodo aveva qualcosina in più rispetto a tutti gli altri; infatti il calciatore belga oltre ad avere grandi qualità dal punto di vista tecnico aveva anche grandissima personalità e carisma. Nella sua carriera è stato particolarmente costante e con una continuità straordinaria.

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La partita di ritorno della finale di Coppa Italia (stagione 1993-94) tra Sampdoria e Ancona si disputò allo stadio Marassi di Genova il 20 aprile 1994 e vide la netta affermazione dei blucerchiati con il risultato di 6-1. La partita d’andata giocata il 6 aprile ad Ancona era terminata 0-0.

FORMAZIONI:

Sampdoria: Pagliuca, Vierchowod, Serena, Sacchetti, Lombardo, Jugović,Invernizzi, Evani, Platt, Gullit, Bertarelli All. Eriksson

Ancona: Nista, Sogliano, Mazzarano, Glonek, Fontana, De Angelis ,Vecchiola, Pecoraro Lupo, Gadda, Agostini All. Guerini
Marcatori: 50′ Vecchiola (autogol), 58’Lombardo, 65′ Vierchowod, 72′ Lupo, 75’Lombardo, 80′ Bertarelli (r), 85′ Evani

 

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Attilio Lombardo fu acquistato dalla Sampdoria nella stagione 1989-90, dopo essersi messo in luce in Serie B con la maglia della Cremonese dove aveva dimostrato di essere uno dei calciatori più promettenti della cadetteria.

I blucerchiati erano allenati da Boskov, che fu subito conquistato da questa ala destra veloce e duttile dal punto di vista tattico. Tra l’altro la sua corsa molto caratteristica, la sua pelata e la sua innata simpatia lo fecero diventare ben presto un personaggio amatissimo dai tifosi sampdoriani, che lo soprannominarono Popeye.

Lombardo diventò ben presto uno dei punti di fermi di quella Sampdoria che visse stagioni entusiasmanti e forse irripetibili; infatti proprio in quel periodo la squadra del presidente Mantovani vinse una Coppa delle Coppe, uno scudetto (primo e unico della compagine ligure) , una Supercoppa italiana e una Coppa Italia. Tra l’altro nella stagione 1991-92 i ragazzi di Boskov sfiorarono anche la vittoria della Coppa dei Campioni dove furono sconfitti in finale dal Barcellona, che beffò i blucerchiati ai supplementari. In quel periodo l’ala doriana riuscì anche a conquistare la nazionale, ma il suo rapporto con la maglia azzurra non fu mai eccezionale.

Attilio giocò con la Sampdoria fino alla stagione 1994-95, successivamente fu acquistato dalla Juventus allenata da Marcello Lippi.

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Mychajlyčenko arrivò alla Sampdoria nella stagione 1990-91 con un curriculum importante. Il centrocampista sovietico, con la Dinamo Kiev, vinse tre campionati e diverse coppe nazionali. Anche con la propria nazionale riuscì a ritagliarsi grandi soddisfazioni, riuscendo a vincere le Olimpiadi di Seul nel 1988 e raggiungendo il secondo posto ad Euro’88, competizione nella quale la compagine di Lobanovski aveva sorpreso tutti con un gioco moderno e spumeggiante.

In realtà nonostante le buone qualità tecniche e fisiche, Mychajlyčenko non riuscì mai ad adattarsi al nostro campionato. Un destino comune alla maggior parte dei suoi connazionali, che in quel periodo approdarono in Europa. Troppo diverso lo stile di vita tra l’occidente e l’Unione Sovietica, dove il calcio veniva ancora vissuto come uno sport, lontano anni luce dal mondo patinato della Serie A e degli altri grandi campionati europei.

Boskov dopo qualche mese relegò Mychajlyčenko in panchina, facendogli disputare in tutto 20 partite. Un vero peccato, se pensiamo che quella, tra l’altro, fu una grande stagione per la Sampdoria, che riuscì a conquistare il suo primo e unico scudetto. Il pupillo di Lobanovski nella stagione successiva fu ceduto agli scozzesi dei Glasgow Rangers, squadra in cui terminerà la sua carriera nel 1996.

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